Se potessi avere mille lire al mese…» cantava Gilberto Mazzi negli anni 40, sognando uno stipendio che gli avrebbe permesso di «trovar tutta la felicità». Un motivetto che, con il cambio di valuta, è valido ancora oggi. «Se potessi avere 1.000 euro al mese…» sognano tutti i precari d’Italia, compresi i programmatori di software che, chini sui computer, trascorrono le notti a compilare codici retribuiti molto spesso solo dalla gloria.
A cambiare gli orizzonti, almeno per il popolo che vive attaccato alla tastiera, qualche mese fa è arrivato Steve Jobs. Il numero uno della Apple, di fronte a migliaia di sviluppatori di software accorsi a San Francisco ad ascoltarlo come un profeta, ha promesso: «Vi renderò ricchi». Detto, fatto. Il nuovo colpo di genio del guru della Mela morsicata si chiama App-store. Un negozio online a cui tutti i possessori di un iPhone o di un iPod touch possono collegarsi con un clic per comperare miniprogrammi che aggiungono funzioni al cellulare o al lettore musicale.
Steve Jobs ha aperto le porte del suo negozio ai produttori di software che, da un giorno all’altro, hanno trovato una clientela di 17 milioni di possessori di iPhone potenzialmente pronti ad acquistare i loro programmi.
Il risultato? Dal giorno di inaugurazione dell’App-store (11 luglio 2008) a oggi i software acquistabili sono diventati più di 20 mila. E molti sviluppatori sono effettivamente diventati ricchi. Qualcuno anche ricchissimo. Lo sa bene Brandon Bogle, inventore del programma Koi Pond, il più scaricato del 2008, che permette di trasformare l’iPhone in un acquario. In poco più di sei mesi questa divertente quanto inutile applicazione (viene venduta a 0,79 euro sull’App-store) ha fruttato oltre 5 milioni di euro al suo sviluppatore, che ha mollato il posto da impiegato per fare il programmatore a tempo pieno.
«Il sistema messo in piedi dalla Apple è semplice» spiega a Panorama Maurizio Zilli, programmatore di Genova, diventato famoso in tutto il mondo per avere inventato l’applicazione che permette di ricevere sull’iPhone tutte le notizie della Bbc. «Steve Jobs si tiene il 30 per cento su ogni software venduto sull’App-store, noi incassiamo il 70 per cento. Soldi che vengono accreditati elettronicamente su uno speciale conto».
Negli ultimi mesi il software che ha reso celebre Zilli non è mai uscito dalla top ten stilata dalla Apple, forte delle migliaia di download. «Incasso tra i 100 e i 1.000 euro al giorno» rivela Zilli «e il mio programma è gratuito. Chi lo scarica non paga niente. I ricavi mi arrivano dalla pubblicità che ricevo da Google».
Steve Jobs, in un’intervista al Wall Street Journal un mese dopo l’apertura dell’App-store, ha detto: «In 30 giorni gli utenti hanno acquistato 60 milioni di applicazioni». Sebbene la maggior parte di queste ultime siano gratuite come quella di Zilli, Jobs ha aggiunto che il ricavato della vendita di software a pagamento corrisponde a circa 1 milione di dollari al giorno, 30 al mese.
Il fenomeno del momento è un software chiamato
Ocarina
acquistato 400 mila volte in due mesi. Si tratta di un programmino che trasforma l’iPhone in uno strumento a fiato digitale. Basta soffiare nel microfono per sentire uscire il suono dall’altoparlante. Facciamo due conti: se si moltiplica il costo (0,79 euro) per il numero di download si ottiene quanto è stato incassato, ossia circa 316 mila euro. Di cui 94.800 euro (il 30 per cento) sono entrati, senza alcuna fatica, nella cassa di Steve Jobs e 221.200 (il 70 per cento) nelle tasche di Ge Wang, un programmatore di 31 anni che prima di inventare Ocarina era assistente di un professore all’Università di Stanford. Oggi con alcuni giovani ingegneri ha fondato una software house chiamata Smule. «Se continua così raggiungeremo presto quota 1 milione di euro» ha previsto Ge Wang.
Sono passati quasi otto mesi dall’apertura dell’App-store e i software scaricati, secondo quanto risulta a Panorama, sono oltre 300 milioni. E i casi di successo si moltiplicano. Basta avere un’idea originale.
Già, perché i programmi più venduti e scaricati non sono solo quelli tradizionali, come giochi e utilità che potenziano le capacità del telefonino. Anzi, più sono strani, simpatici, inutili, in qualche caso grevi, più hanno successo. Basti pensare a quello che si chiama
iFart
, un software che fa emettere il suono di flatulenze all’iPhone. In questi giorni è il programma più scaricato in America. Dal 22 dicembre a oggi ha fatto guadagnare al suo inventore Joel Comm oltre 10 mila dollari al giorno.
Significativo è anche il caso di
iBeer
, un programmino che trasforma l’iPhone in un bicchiere di birra con tanto di schiuma. Basta portare il telefonino alla bocca e inclinarlo per svuotare (virtualmente) il boccale. Secondo la top ten diffusa a dicembre dalla Apple è il terzo programma (costa 1,59 euro) più acquistato nel 2008.
Non è noto quando abbia fruttato al suo inventore Steve Sheraton (che nella vita fa il mago di professione), ma non deve essere poco, visto che i suoi legali hanno chiesto un risarcimento da 18 milioni di dollari alla Coors, quinto produttore al mondo di birra. L’accusa alla multinazionale che si è messa contro il giovane programmatore? Avere adottato l’idea di Sheraton e messo sugli scaffali dell’App-store un’applicazione simile (iPint), ma gratuita, il cui solo scopo è quello pubblicizzare la birra Carling, molto famosa negli Stati Uniti.
Va detto che non è tutto oro quello che luccica. E per un programma che ottiene un successo planetario ce ne sono molti che presto finiscono nel cestino. Secondo una ricerca della Pinch Media, il giorno successivo al download solo il 20 per cento di quanti hanno scaricato un programma torna a usarlo; un mese dopo la percentuale è solo del 5 per cento. A 90 giorni di distanza praticamente l’applicazione è dimenticata con percentuali di utilizzo intorno all’1 per cento.
«Per avere un certo successo» fanno sapere dalla Pinch Media «si deve essere nella lista delle 25 applicazioni più scaricate, ma questo risultato non è a portata di mano. Negli Stati Uniti oggi, per essere tra i primi 25, un programma deve essere scaricato almeno 20 mila volte, il doppio di quanto accadeva sei mesi fa».
Un modello di business, quello che negli ultimi sei mesi sta arricchendo Steve Jobs, che non è passato inosservato. Il numero uno della Microsoft, Steve Ballmer, e anche quello della Nokia, Olli-Pekka Kallasvuo, al recente Mobile world congress di Barcellona (la più grande fiera al mondo dedicata alle comunicazioni mobili) hanno infatti annunciato l’apertura di due negozi online che nella sostanza assomigliano molto a quello inventato da Steve Jobs. Due nuove miniere d’oro per i programmatori che a breve avranno a disposizione non solo gli utenti Apple, ma una clientela di poco meno di 1 miliardo di persone.
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