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Argentina

Fon, l’accesso wifi gratuito diventa un business redditizio

(Fon desktop screensaver. Credits: Fon)

Se fosse una calciatore argentino, sarebbe Maradona. Lui è Martin Varsavsky, una vita avventurosa nei quartieri di Buenos Aires, ora multimilionario del web. E ancora una volta è riuscito lì dove altri hanno fallito: adesso nel mondo sono più di un milione le persone che condividono l’accesso a internet con un apparecchio venduto da Varsavsky.
Il sistema si chiama Fon: chi partecipa all’iniziativa può navigare gratis su internet in qualsiasi parte del mondo, grazie al wifi, con 400mila punti di accesso. E, per la prima volta da quattro anni, l’attaccante argentino del mondo hitech annuncia un profitto per la sua Fon: 2,5 milioni di dollari. Denaro fresco nell’anno nero per le telecomunicazioni. In pratica,  è l’equivalente del goal di Maradona contro l’Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro.
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Internet, giro di vite globale per la censura

Internet caffé

Questa volta Teheran ha deciso di fare le cose in grande: le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a cinque milioni di siti web. Dichiara il consigliere del procuratore generale, Abdol Samad Khorramabadi: “Il nemico abusa della rete per cercare di invadere l’identità religiosa” della Repubblica islamica. Soltanto pochi mesi fa era stata avanzata la proposta della pena di morte per i blogger. Internet preoccupa seriamente le autorità iraniane: è lo spazio pubblico più aperto alla discussione in una nazione dove l’età media è di 27 anni. E i navigatori dell’Iran sono curiosi di ciò che accade nel mondo, ma non è raccontato dai mass media locali: leggono Wikipedia poco meno degli italiani.
Il vento della censura soffia forte anche in Estremo oriente: il Ministero delle comunicazioni tailandese ha censurato siti responsabili di offese alla monarchia, minacce alla sicurezza nazionale, disturbo dell’ordine e atti osceni. Eppure alcuni analisti notano che molti spazi web chiusi sono legati al movimento di opposizione dopo il colpo di Stato dello scorso novembre. Un lavoro raffinato, quello dei censori tailandesi: hanno limitato anche le possibilità di aggirare i filtri, bloccando alcuni server proxy e chiedendo a Google di rimuovere dall’archivio (la memoria cache) le pagine indesiderate.

È un problema che riguarda unicamente Paesi in via di sviluppo? Pare proprio di no. In Australia il Parlamento sta considerando la possibilità di filtrare il traffico web dell’isola con il resto del mondo. E negli Stati Uniti, dove internet è nata 39 anni fa, sono state avanzate alcune proposte alla Fcc (equivalente dell’italiana Agcom) per eliminare “qualsiasi immagine o testo che sarenne dannoso a giovani e adolescenti” al di sotto dei 18 anni di età. Nella vicina Germania la versione locale di Wikipedia è stata bloccata per due giorni: un deputato del partito di sinistra Linke, Lutz Heilmann, aveva chiesto all’autorità giudiziaria di indagare su alcune informazioni della voce che lo riguardava nell’enciclopedia online più grande del mondo. Più che del suo passato nella Stasi (peraltro noto), Heilmann era preoccupato perché si potevano leggere due notizie false (cioè che non aveva finito l’università ed era stato coinvolto in una società pornografica). Risultato: censurata l’intera versione tedesca di Wikipedia. Il blocco è stato rimosso dopo che il deputato ha ritirato la denuncia, ma nel frattempo le donazioni per l’opera culturale lanciata da Jimmy Wales sono quintuplicate, arrivando a 6mila euro al giorno.
È stato Maradona a sollevare un polverone in Argentina, ma questa volta il “Pibe de oro” non c’entra: i giudici di Buenos Aires hanno deciso che le notizie sul calciatore dovranno essere filtrate dai motori di ricerca Google e Yahoo. Chi vuole provare cosa significa navigare in un web “censurato” può farlo con il browser Firefox: basta scaricare un’applicazione che permette di muoversi in rete con le stesse limitazioni imposte dalle autorità cinesi…

Sulla Terra messaggi ad altissima energia dai buchi neri

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I raggi cosmici ad altissima energia che colpiscono la Terra rappresentavano, fino a ieri, uno dei maggiori enigmi cosmici. Qual era la loro origine, che cosa li provocava? Ora, finalmente, il mistero è stato risolto: la pioggia di raggi cosmici viene dai giganteschi buchi neri nascosti nel cuore delle galassie; buchi neri che si comportano come potentissimi acceleratori di particelle situati a 200-300 milioni di anni luce dalla Via Lattea. A scoprirlo (lo studio è pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science) sono stati i ricercatori dell’Osservatorio Pierre Auger (finanziato anche dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, Infn), in Argentina.
Le particelle cosmiche giungono sul nostro pianeta con una energia 10 milioni di volte maggiore di quella raggiungibile con i più potenti acceleratori terrestri. Arrivano al suolo a velocità straordinarie, distribuendosi su aree che possono raggiungere anche i 40 km quadrati. Anche se, per le dimensioni ridotte delle particelle, l’energia è paragonabile a quella di una pallina di tennis colpita da un campione al servizio.
L’Osservatorio Auger, il maggior strumento al mondo per lo studio della radiazione cosmica, è stato progettato e costruito da una collaborazione internazionale di 17 Paesi, compresa l’Italia. «Scoperte come questa potrebbero segnare l’inizio di una nuova astronomia» commenta Roberto Petronzio, presidente dell’Infn. «Oggi, ci danno la possibilità di comprendere meglio l’origine di eventi catastrofici come quelli che danno vita ai buchi neri all’interno dei nuclei delle galassie».

La mummia inca del Monte Llullaillaco esposta per la prima volta al pubblico

Una delle tre mummie inca del Monte Llullaillaco torna a far parlare di sé . Stavolta perchè per la prima volta viene esposta al pubblico a Salta, in Argentina. Si tratta di un pezzo di rara importanza che continua a fare scalpore dopo il suo ritrovamento, otto anni fa ai confini con il Cile, soprattutto per il modo impressionante con cui si è conservata. Risale, infatti, a 500 anni fa ed è rimasta pressocchè intatta grazie alle rigide condizioni climatiche delle Ande. Appartiene ad un gruppo di tre mummie, soprannominate Los Ninos, un bambino, una bambina e una ragazza uccisi nel corso di un sacrificio rituale, noto con il nome di “capacocha”. La cerimonia prevedeva che i bambini prescelti come vittime camminassero per centinaia di kilometri verso e da Cuzco per poi venire trascinati in cima al monte del ritrovamento. Qui, sedati con una birra speciale, la “chicha”, venivano fatti rannicchiare in fosse dove attendevano la morte per congelamento. L’esposizione a Salta ha richiesto una tecnologia avanzatissima per evitarne il deterioramento, tra cui l’uso di una teca acrilica e di un sistema computerizzato in grado di riprodurre le stesse caratteristiche climatiche del luogo del ritrovamento.

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