
(Credits: Nokia)
Il cellulare – pardon lo smartphone – sta diventando uno strumento fondamentale anche nel rapporto fra consumatori e aziende. Lo rivela un sondaggio effettuato da Weber Shandwick su 2000 utenti in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, che si è concentrato proprio sul cosiddetto smart marketing, ovvero sulle strategie di comunicazione e promozione orientate ai telefonini di ultima generazione. Continua
Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.
Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.
Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.
Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.
I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.
Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.
E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.
A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.
Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?
Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.
Dimagrire in ufficio
In fondo vi passiamo al maggior parte delle nostre ore di veglia, quindi perché non dovrebbe essere in ufficio che cominciamo a ripensare le nostre scelte in materia di alimentazione, stili di vita, salute? Negli Stati Uniti, si sa, l’obesità è un’emergenza sanitaria nazionale, ed è per questo che da qui partono la maggioranza delle iniziative, delle sperimentazioni e della ricerca sul campo. E un nuovo studio, pubblicato sul numero di marzo di The Milbank Quarterly, sostiene che sono proprio le iniziative salutistiche organizzate dai datori di lavoro a snellire più efficacemente sia il fisico dei dipendenti sia i bilanci delle aziende. LuAnn Heinen, vicepresidente del National Business Group on Health e autrice della ricerca la definisce una “win-win opportunity” in cui tutti hanno da guadagnare.
Heinen e la co-autrice Helen Darling hanno analizzato quattro programmi aziendali di sostegno alla salute dei dipendenti con un target complessivo di 75.000 impiegati. Uno di questi, un’azienda ospedaliera che prevedeva check-up annuali gratuiti, Weight Watchers at Work e una palestra a disposizione dei dipendenti sul posto di lavoro, ha realizzato un notevole taglio sui costi legati ai problemi di salute degli impiegati (meno 40 per cento in tre anni per i 324 lavoratori che hanno partecipato al programma), con un risparmio netto che supera il milione di dollari. I dipendenti stanno meglio e l’azienda risparmia.
In un’altra iniziativa sponsorizzato da un’azienda con 6.000 dipendenti, 352 impiegati hanno perso in media di 3 kg e 200 grammi nell’arco di 12 settimane di adesione al programma aziendale di controllo del peso. E ancora, un’azienda di prodotti alimentari con 27.000 dipendenti ha promosso un programma che prevedeva una sorta di competizione per perdere peso. Nel 2005 il 23 per cento degli impiegati che partecipavano aveva un indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 30, che equivale all’obesità. Ma nel 2008 solo il 6 per cento dei partecipanti raggiungeva quell’indice.
Le iniziative di maggior successo sono state quelle con un approccio multiplo al problema: quindi cibi più sani alla mensa e nei distributori automatici, l’accesso a strutture sportive e una cultura aziendale improntata alla valorizzazione della salute e del benessere fisico, che stimola i dipendenti a raggiungere gli obiettivi prefissati e a rimettersi davvero in forma.
Il sito di Wikiscanner 2
Che dal Vaticano qualcuno sia interessato alla lista delle cattedrali irlandesi sembra normale. Ma l’attenzione dalla Cia per gli hamburger e la rock band Smashing Pumpkins fa sorridere. La Santa sede e l’organizzazione di intelligence più famosa del mondo sono soltanto due esempi: è da poco online una versione sperimentale di Wikiscanner, un motore di ricerca “speciale”: permette di scoprire l’origine delle modifiche anonime su Wikipedia attraverso la localizzazione geografica degli indirizzi internet (la traccia che ogni persona lascia quando interviene sulle pagine dell’enciclopedia online fondata da Jimmy Wales). Basta scrivere il nome dell’organizzazione nel box bianco e cliccare su “Spera che si rivelino!” (Pray reveal theyself!). Lo “scanner” rivela anche le modifiche di alcune multinazionali a Wikipedia: così diventano trasparenti le modifiche arrivate dai computer della Exxon o della Pfizer, per citarne alcune nella lista Fortune 500. Steve Rubel, blogger e consulente di social media, scrive: “In genere consiglio alle società di non creare la loro pagina di Wikipedia o e di non alterare voci già esistenti”.
A differenza della versione precedente, Wikiscanner 2 prova a scovare anche le modifiche da casa, non soltanto dall’azienda. E, soprattutto, propone un indice del “conflitto di interessi”: per la Cia è del 21%, con 71 voci sospette su 337. Gli utenti possono anche votare le aggiunte più interessanti: la banca dati è stata aggiornata al 2008. Manca ancora, però, la possibilità di ricerca a partire dalle singole pagine per scoprire i volti degli anonimi.
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di Chicco Testa*
Stiamo diventando tutti inglesi, il cui argomento preferito di conversazione, come si sa, è il tempo. C’è una ragione per cui gli inglesi parlano spesso di che tempo fa: l’estrema imprevedibilità delle condizioni meteorologiche nelle isole britanniche. Una situazione che sembra essersi estesa a buona parte del pianeta, che ci sorprende con le margherite a Central Park in dicembre e i freddi autunnali in pieno agosto. Ma, se le chiacchiere sul tempo hanno sempre fatto parte del cicaleccio quotidiano, questa volta paiono nobilitate da una causa più grande, che aleggia sui nostri destini in modo un po’ oscuro: l’effetto serra.
Confuso nel linguaggio quotidiano con tutto il vocabolario che l’immaginario ecologico ha rovesciato nelle nostre teste: buco nell’ozono, inquinamento, polveri sottili… Siamo diventati tutti meteorologi e climatologi, confondiamo un temporale estivo con un uragano tropicale e una gelata primaverile con la fine della Corrente del Golfo. Per di più non sappiamo se ci aspetta una Siberia mondiale o un Sahara a perdita d’occhio. Nel frattempo corriamo il rischio di cominciare a puzzare seguendo i consigli di Fulco Pratesi che ci sconsiglia di fare la doccia tutti i giorni, per risparmiare acqua.
Eppure, la faccenda è tremendamente seria e come tale va presa evitando, se possibile, isterie e semplificazioni. Cominciamo con il dire che essa riguarda il clima e non la meteorologia. La seconda ci può indicare forse, occupandosi del breve periodo, che tempo farà domani. E già è una bella fatica, con possibilità di successo del 50 per cento circa. Il che ne fa una scienza molto democratica e praticamente alla portata di tutti. La prima, invece, si occupa delle evoluzioni del clima sul lungo periodo: come minimo centinaia di anni, ma anche migliaia, milioni e miliardi.
Per fare un esempio di come clima e meteorologia possano anche non andare d’accordo, si può citare il 2005: l’anno più caldo a livello globale e il più freddo in Italia, da quando esistono misurazioni continue. La domanda che si fanno i climatologi di tutto il mondo è se si stia modificando in maniera stabile il clima del nostro pianeta; e con quali conseguenze per la specie umana. La risposta non è semplice. Perché una variazione climatica duratura può essere influenzata da una tale quantità di fattori che, messi insieme, rendono l’impresa titanica. Inoltre il pianeta possiede una sua intelligenza: a fenomeni di crescita lineare si accompagnano meccanismi di feed-back, cioè di retroazione, che ricreano situazioni di equilibrio o equilibri completamente nuovi.
Gli scienziati del clima sono però, quasi unanimemente, pervenuti a una conclusione. Innanzitutto l’osservazione ripetuta ci conferma che effettivamente la temperatura del pianeta è aumentata e sta aumentando: è aumentata di 0,6 gradi negli ultimi 150 anni e aumenta a un tasso sempre più elevato. Se il tasso medio di crescita è stato di 0,06 gradi per decennio, negli ultimi 25 anni è stato invece di 0,17 gradi per decennio. Come un’automobile che continua ad accelerare.
La seconda conclusione è che, esclusi per vari e ragionati motivi tutti gli altri fattori che possono modificare il clima, dalla forma dell’orbita terrestre all’inclinazione dell’asse del pianeta, dalla forza dell’attività solare all’attività vulcanica e altri ancora, ne rimane uno solo da indicare come colpevole: il famoso effetto serra. Vale a dire la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere il calore inviato sulla Terra dal Sole. Come avviene in una serra per coltivazioni, al cui interno la temperatura è più alta che all’esterno.
Non tutti i gas che compongono l’atmosfera svolgono questa funzione. Anzi, l’azoto e l’ossigeno, che insieme fanno il 99 per cento circa di tutta l’atmosfera, sono completamente innocenti. Pochi altri gas hanno questa capacità di trattenere il calore. E il più importante è, dopo il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2). All’inizio del 1800 l’anidride carbonica pesava per 280 parti per milione, lo 0,028 per cento; oggi pesa per 380 ppm. Il dato più alto da 20 milioni di anni fa. E anche qui il tasso medio di aumento accelera sempre più.
C’è di che preoccuparsi? Certamente sì, ma preferibilmente senza indulgere al catastrofismo, cui la specie umana, almeno in questa parte del mondo, dal momento che in altre parti si è impegnati a fare altre cose, sembra indulgere. Certo, a leggere i rapporti dell’Onu non c’è da stare tranquilli. Arrestare la crescita della CO2 è praticamente impossibile. Si può solo ridurne la crescita. Brutta notizia, sembra. E questo perché, a seconda di quanta CO2 continueremo a emettere, la variazione di temperatura potrebbe essere compresa fra 1,5 e 5 gradi, con conseguenti scenari che vanno dalla diminuzione della quantità d’acqua disponibile all’aumento dei casi di malaria, dalla riduzione delle terre fertili fino al completo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Ma dobbiamo tenere conto che l’aumento di CO2 è da associare alla crescita economica e all’uscita dalla povertà di circa 3 miliardi di persone. Quelle che vivono nel continente asiatico, Cina e India innanzitutto, e in molti altri luoghi del mondo con uno sviluppo economico insufficiente. Produrre anidride carbonica servirà loro, possiamo dire così, anche se è politicamente poco corretto, per potere disporre di energia, trasporti e consumi un po’migliori, seppure ancora lontani dai nostri.
In sostanza occorrerà vedere come sapremo conciliare una contraddizione che è tutta nei numeri di questo nostro mondo. Che, non ci si stupisca, non è mai apparso così ospitale. Lo dicono i dati della stessa organizzazione dell’Onu, che ci dice che la temperatura aumenta. La popolazione umana è cresciuta raggiungendo il suo massimo storico e non sembra flettere. Dai 2 miliardi e mezzo del 1950 siamo saliti a circa 6 miliardi e dovremmo essere circa 9 nel 2050.
Non solo: aumentano l’età media e l’aspettativa di vita. A molti potrà non piacere l’affollamento, ma è difficile stabilire chi ha diritto di stare a bordo e chi no. E comunque se ci fosse un vero e duraturo peggioramento delle condizioni ambientali dovremmo attenderci un’analoga riduzione della popolazione come avviene in tutti gli ecosistemi. Seconda contraddizione. Il mondo sta conoscendo la fase di più lunga crescita economica della sua storia. Per di più non limitata, come era accaduto nel passato al mondo occidentale, ma estesa sino a comprendere miliardi di nuovi individui.
Anche in questo caso se ci fosse stato o ci fosse un peggioramento complessivo dell’ecosistema globale dovremmo registrare un fenomeno contrario. Nessuna popolazione aumenta di consistenza se l’ecosistema si degrada. Fa parte dei meccanismi di feedback che costituiscono l’intelligenza del nostro pianeta. Lo ha spiegato bene Barry Commoner nel libro The closing circle di 40 anni fa. Le linci mangiano i conigli. Se le linci sono tante, i conigli diminuiscono; ma se calano i conigli, le linci restano senza cibo e quindi anche loro diminuiscono; ma se si riduce la popolazione delle linci, può aumentare la popolazione dei conigli e così via. Lo stesso esempio si può fare per i conigli e l’erba, che è il loro cibo, per l’erba e la pioggia… in un’infinità di cerchi ecologici che si sostengono e si correggono l’uno con l’altro. Questo non vuol dire che siccome le cose sono andate bene nel passato debbano andare bene nel futuro. Sarebbe sciocco basarsi su una simile stupida fiducia, peraltro contraddetta da molti avvenimenti del passato. Guerre, catastrofi, carestie fanno parte della storia umana. E pure i cambiamenti climatici della storia del pianeta. Inoltre, occorre ricordare che fenomeni di crescita lineare, come un graduale aumento di temperatura, possono precipitare in una crisi improvvisa: la famosa goccia che trasforma un bicchiere che si riempie in un bicchiere che trabocca.
Tutto dipende dalla velocità con cui questo accade. Il rapporto della specie umana con l’ecosfera non è passivo. Più di qualsiasi altra specie, quella umana reagisce agli stimoli ambientali grazie a due potentissime leve che sono solo sue: cultura e tecnologia. Capacità di apprendere, ricordare e progettare, immaginando il futuro. E capacità di costruire, inventare, modificare se stesso e l’ambiente circostante.
Se l’aumento di temperatura si manifestasse con gradualità, avremmo il tempo per adattarci, sia riducendo il nostro impatto sull’atmosfera sia mitigando le conseguenze negative. Vincenzo Ferrara e Alessandro Farruggia in un recente e ottimo libro di impronta ambientalista (Clima, istruzioni per l’uso, Edizioni Ambiente) scrivono: «I cambiamenti del clima possono infatti produrre anche benefici effetti, sia per gli esseri umani che per gli ecosistemi. Se il cambiamento è lento e graduale, il rischio clima può non essere associato a un concetto di danno rilevante…».
Se invece il cambiamento fosse rapido e improvviso, ne pagheremmo conseguenze molto più dure. è bene ricordare che le conseguenze negative non riguarderebbero il pianeta, ma la specie umana. Ciò che è in discussione non è l’Equilibrio Ecologico con le E maiuscole. Il pianeta è stato freddo, poi caldo e tornerà a essere freddo non per colpa dell’uomo, ma per fatti astronomici sui cui non abbiamo alcuna influenza, fra circa 40 mila anni. Tanti per noi, niente per la Terra. Ma è questo equilibrio ecologico, quello di oggi, che consente a 7 miliardi di persone di vivere sulla Terra, che può modificarsi sostanzialmente. E paradossalmente più siamo, più i danni causati dalla transizione verso un altro stato di equilibrio potrebbero essere grandi. Non per la Terra, ma per noi.
Ma il tempo c’è, se agiamo. E la buona notizia è che la maggior parte delle cose che si dovrebbero fare si possono fare, e in molti casi comportano anche un miglioramento dei nostri conti e della qualità della nostra vita. Ancora una volta la soluzione sta nelle tecnologie. Innanzitutto in quelle che ci possono consentire di usare l’energia in modo più efficiente, nelle fonti alternative, nell’uso dell’energia nucleare, nel miglioramento dei consumi e dei combustibili nei trasporti.
Se ne è convinto anche George W. Bush che propone di ridurre del 10 per cento il consumo di combustibili fossili negli Stati Uniti. L’Unione Europea ha preso impegni importanti. L’industria sembra avere capito che si è aperta una nuova era, anche per gli affari. Ce la possiamo cavare.
Chicco Testa, bergamasco, 55 anni, presidente della società Roma metropolitane, è stato anche presidente nazionale di Legambiente e dal 1996 al 2002 presidente di Enel
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