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L’iPad piace anche ai bambini (bella scoperta)

(Credits: Houghton Mifflin Harcourt)

(Credits: Houghton Mifflin Harcourt)

Gli americani, che sono sempre molto bravi ad effettuare studi su tutto, si sono inventati pure una ricerca sull’oggetto tecnologico più desiderato dai bambini dai 6 ai 12 anni per il prossimo Natale. Indovinate un po’ il risultato? Esatto, quasi un american kid su tre vorrebbe l’iPad sotto l’albero.

Bella scoperta.

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Bimbi fate la nanna: aiuta a sviluppare le abilità cerebrali

Foto: Flickr

Foto: Flickr

Cari mamma e papà, stasera mettete a nanna il vostro pargolo senza indugio: il sonno notturno è fondamentale per lo sviluppo del suo cervello e in particolare ha un effetto benefico sulle funzioni esecutive, quali l’abilità di controllare gli impulsi, di ricordare le cose e di mostrare flessibilità mentale. Insomma stimola le capacità organizzative della mente di vostro figlio. Continua

Tumori infantili e antenne dei cellulari: nessun legame

Antenna (Foto: Flickr)

Antenna (Foto: Flickr)

La vicinanza a un’antenna per la telefonia mobile durante la gravidanza non aumenta le probabilità che il nascituro possa contrarre una qualche forma di tumore nei primi anni di vita. Continua

Niente computer per i bimbi: nuoce allo sviluppo del cervello

Un bambino al computer (Foto: Flickr)

Un bambino al computer (Foto: Flickr)

In tempi in cui i tagli nella scuola si fanno sentire, e pesano al punto che molti genitori portano sapone e carta igienica da casa per i propri figli, il monito lanciato dallo psicologo inglese Aric Sigman sui pericoli dell’esposizione precoce al pc non dovrebbe suscitare troppe preoccupazioni. Il dilemma però rimane per quel che riguarda le abitudini casalinghe. Continua

Salute e cambiamenti climatici, i bambini sono i più esposti

A 10 anni da Kyoto
Saranno i bambini a pagare lo scotto maggiore per le conseguenze dei cambiamenti climatici nei prossimi dieci anni. Secondo un nuovo studio dell’americana Mount Sinai School of Medicine con sede a New York, i cui risultati sono da poco stati presentati in anteprima al meeting annuale delle società accademiche pediatriche di Baltimora, in Usa, aumenterà il numero dei bambini che verranno ricoverati in ospedale a causa di malattie respiratorie dovute ai problemi innescati dai cambiamenti climatici nel corso del prossimo decennio. La ricerca, svolta in collaborazione con il Natural Resources Defense Council e la Columbia University Mailman School of Public Health, ha quindi trovato una relazione diretta tra l’inquinamento atmosferico e la salute dei bambini.

Una delle più importanti conseguenze dei cambiamenti climatici da qui ai prossimi anni, sarà l’aumento della quantità di ozono al suolo.  L’ozono ha molti effetti negativi noti sulla respirazione, ai quali i bambini sono particolarmente vulnerabili. Per questo studio la dottoressa Perry Elizabeth Sheffield e i suoi colleghi hanno creato un modello che descrive la proiezione dei futuri tassi di ospedalizzazione legata a problemi respiratori dei bambini di età inferiore ai due anni, usando come base di partenza i dati disponibili per l’area metropolitana di New York.  Comparando i dati dei ricoveri attuali con una relazione precedentemente svillupata tra i livelli di ozono e i ricoveri per problemi respiratori pediatrici, tenendo conto dei livelli massimi di concentrazione di ozono attesi per il 2020. Nello scenario così disegnato dagli studiosi, che si basano  su proiezioni sull’aumento della concentrazione di ozono nell’aria fornite dal NY Climate and Health project,  i livelli di ozono salgono nel 2020 e i ricoveri sono destinati a salire tra il 4 e il 7 per cento per i bambini sotto i due anni.

“La nostra ricerca”, commenta Sheffield, “è importante perché mostra che noi come paese dobbiamo implementare delle politiche per il miglioramento della qualità dell’aria e prevenire i cambiamenti climatici, perché questo può migliorare la salute oggi ed evitare malattie respiratorie più gravi in futuro”. “I risultati dello studio vanno a supporto della necessità di migliorare a qualità dell’aria in tutto il mondo”, aggiunge Philip Landrigan, co-autore e professore di Medicina Preventiva e direttore del centro pediatrico di salute ambientale della Mount Sinai School of Medicine. “Dobbiamo cominciare a mettere in atto questi miglioramenti attraverso i controlli delle emissioni industriali e con politiche di riduzione del traffico che siano sostenute da sanzioni per far rispettare le regole”.

Salute dei bimbi in carcere, il primo studio italiano

La cella di un carcere

Promosse l’assistenza sanitaria e la salute dei bimbi dietro le sbarre: i piccoli, pur con qualche difficoltà in più rispetto alla popolazione pediatrica generale, sono tenuti sotto controllo con visite pediatriche e anche specialistiche e sono, per quanto possibile in ragione della breve permanenza in carcere, vaccinati.
E’ quanto emerge dal primo studio italiano sulle condizioni di salute dei bambini (da 0 a 3 anni) in carcere per restare accanto alle mamme che scontano la pena. Diretto da Pietro Ferrara dell’Università Cattolica di Roma e pubblicato sulla rivista Scandinavian Journal of Public Health, lo studio è stato condotto a Rebibbia, carcere italiano dove si trovano più bambini: gli esperti hanno esaminato 150 cartelle cliniche di bambini passati dal carcere capitolino tra 2003 e 2005 e hanno confrontato lo stato di salute di questi piccoli con un campione fuori dal carcere (150 bimbi italiani e 91 nati da genitori stranieri).

“Di età media 16 mesi, la popolazione carceraria esaminata - spiega Ferrara all’ANSA - era composta per l’80 per cento da bambini dell’Est Europa, 5 per cento italiani, 5 per cento di paesi UE, 4 per cento del Sud America”.
E’ emerso che i bimbi nati in carcere hanno un peso alla nascita ridotto rispetto agli altri nati: mediamente 2,9 chili contro 3,5 dei bimbi italiani e 3 dei nati da immigrati non in carcere. ”Ciò - spiega Ferrara - dipende in generale da stili di vita e condizioni di salute delle detenute che spesso si drogano o bevono. ”Di positivo però - nota il pediatra - c’è che a tre anni il peso di questi bimbi torna sovrapponibile a quello dei coetanei ‘liberi’, segno che il carcere rappresenta per la donna un’opportunità di rispondere ai bisogni di salute dei propri bimbi”. Altre differenze, spiega Ferrara, riguardano lo svezzamento, che in media in carcere avviene prima (4,9 mesi contro 5,3), spesso per motivi logistici legati alla condizione di detenzione. Inoltre i bebè in carcere soffrono più spesso di malattie respiratorie, ma ciò, sottolinea il pediatra, si deve alla vita in comunità.
Un’altra “opportunità” offerta a questi piccoli sono i vaccini, infatti emerso che solo il 14 per cento dei bimbi entrati in carcere con le mamme aveva una copertura vaccinale adeguata (contro il 100 per cento dei bimbi italiani non in carcere): “in carcere tutti i bimbi non coperti o di cui non si conosca lo stato di copertura vaccinale - spiega - vengono vaccinati, l’unico limite è che questi bimbi spesso non fanno i richiami perché quando escono li perdiamo”.
“Promossa dunque la salute e l’assistenza dei bimbi in carcere - conclude Ferrara - che dal 1975, anno cui risale la legge che permette alla mamma di tenere i bimbi con sé fino a 3 anni, ad oggi l’assistenza è migliorata molto, anche se servirebbero cartelle cliniche computerizzate su scala nazionale, più screening preventivi e ottimizzazione della copertura vaccinale”.

Rischio pesticidi per i bambini concepiti tra aprile e luglio?

Un agricoltore spruzza pesticidi

A decidere quando è il momento di un figlio sono sempre meno le coppie interessate, e sempre di più pesanti ragioni esterne: non solo gli eventuali problemi economici, ma ora anche un inquietante studio che compare sul numero di aprile degli Acta Pædiatrica. Coordinato da Paul Winchester, professore di pediatria clinica presso l’università dell’Indiana, esso è il primo a dimostrare che il tasso di difetti alla nascita dei bambini che vengono al mondo negli Stati Uniti (ma è lecito sospettare anche altrove), è più elevato nel caso in cui essi siano stati concepiti in primavera e in estate, precisamente nei mesi da aprile a luglio, anche in assenza di noti fattori di rischio come l’età non troppo giovanile della madre, la sua tendenza smodata a bere e fumare o il fatto che sia diabetica. Sotto accusa per il fenomeno è stata messa la spiccata concentrazione di nitrati, atrazina (vietata in Europa) e altri pesticidi nelle acque di superficie, che si registra negli stessi mesi per via del loro largo impiego nelle attività agricole, e che evidentemente sono in grado di raggiungere le gestanti. Passando in rassegna i dati relativi a 30,1 milioni di bambini nati negli Stati Uniti tra il 1996 e il 2002, i ricercatori hanno constatato che questa correlazione è statisticamente significativa per la metà delle 22 categorie di difetti congeniti che negli anni in questione erano compresi in una banca dati dei Centers for Disease Control, quali la spina bifida, la cheiloschisi, l’equinismo del piede e la sindrome di Down. Lo studio, spiega Winchester, pur non avendo ancora accertato un rapporto di causa ed effetto tra l’uso di queste sostanze e le malformazioni neonatali, ha comunque individuato la direzione in cui è necessario orientare le ricerche. I difetti alla nascita riguardano il 3 per cento dei neonati negli Stati Uniti, e se i sospetti sulla responsabilità dei pesticidi saranno confermati, si potrà intervenire per neutralizzare questo finora indisturbato elemento di rischio.

Farmaci per bimbi iperattivi, allarme dell’FDA: possono causare allucinazioni

Un bimbo che corre
I farmaci per la sindrome ADHD, ovvero il disturbo da iperattività e deficit di attenzione, possono dare allucinazioni ai bambini. Alcuni hanno avuto la sensazione allucinatoria di vermi, serpenti e altri animali striscianti sul loro corpo.
A dimostrarlo uno studio direttamente effettuato dai ricercatori della Food and Drug Administration, l’organo regolatorio statunitense per i farmaci.
Diretto da Andrew Mosholder, lo studio è stato pubblicato sulla rivista Pediatrics. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters online, l’FDA ha analizzato i dati di 49 studi clinici riguardanti questa categoria di farmaci effettuati dai produttori; i farmaci esaminati sono stati il Ritalin della Novartis AG, il Focalin XR,i cerotti dermici Adderall XR e Daytrana della Shire Plc, Concerta della Johnson & Johnson, Strattera della Eli Lilly e Metadate CD della CoCelltech Pharmaceuticals Inc.
”Il numero di casi di psicosi o mania nei trial clinici pediatrici era basso”, ha tranquillizzato Mosholder, ma comunque non trascurabile, ”abbiamo notato infatti la completa assenza di simili eventi nel gruppo placebo di questi studi”.

E un warning, un avvertimento dell’FDA, arriva più specificamente in merito allo Strattera, uno dei farmaci usati nella terapia dlel’ADHD, in commercio anche in Italia, che provocherebbe danni al fegato. L’ente spiega così la sua decisione di mettere in guardia i medici sui possibili effetti tossi del farmaco: “mentre nella fase di pre-commercializzazione non erano stati evidenziati segnali circa possibili danni gravi al fegato, i report successivi alla commercializzazione hanno identificato nell’atomoxetina un elemento causante malattie epatiche, anche gravi e a volte mortali”. Così l’FDA sollecita i medici a informare immediatamente le famiglie dei loro pazienti circa i rischi associati all’uso del medicinale, con preghiera “di contattare il proprio medico al primo sintomo di fatica, perdita di appetito, nausea, vomito, prurito, urine scure, ittero della pelle, gonfiori dell’area epatica o inspiegabili sintomi influenzali”.

L’ADHD è un disturbo del comportamento che interessa bimbi in età scolare, caratterizzato da iperattività, problemi di concentrazione e nel relazionarsi con gli altri; in Usa milioni di bambini prendono farmaci per l’ADHD, una situazione che spesso ha suscitato il sospetto di eccessiva medicalizzazione di quel che potrebbe essere soltanto un eccesso di vivacità del bambino più che un vero disturbo.

Spegnete i Teletubbies: tv dannosa nella primissima infanzia

Tv vietata ai minori di 2 anni?

I bambini al di sotto dei due anni dovrebbero essere tenuti alla larga da quello che una volta si chiamava piccolo schermo, le cui dimensioni grazie alla tecnologia in realtà continuano a dilatarsi sempre di più. Ma Dimitri Christakis, autorevole pediatra presso il Seattle Children’s Hospital e l’Università di Washington, il quale ha applicato questa regola a partire dai suoi figli, non ne fa un problema di pollici, né di contenuti inadatti ai quali potrebbero essere esposti i più piccoli. In un articolo pubblicato sul numero di gennaio degli Acta Pedriatica, egli osserva che, mentre nel 1971 negli Stati Uniti (ma è facile sospettare che il fenomeno riguardi anche altri Paesi) i bambini cominciavano a guardare la tv in media non prima dei quattro anni, oggi questa età si è ridotta a cinque mesi, e molti minori di due anni, che stanno svegli circa 10-12 ore al giorno, riservano tra il 30 e il 40 per cento di questo tempo proprio alla tv. Nei primi due anni di vita il cervello umano, rispondendo agli stimoli esterni, triplica la sua grandezza passando da un peso di circa 330 grammi ad almeno un chilo. Poiché nella maggior parte delle case esiste più di un televisore, è più probabile che in passato che i bambini vi rimangano di fronte da soli, con una limitazione strutturale della quantità di interazione umana che essi possono sperimentare in un periodo così critico per lo sviluppo cerebrale, esposto a una rischiosa sovrastimolazione già solo dagli aspetti formali del mezzo, come la luce intensa emanata, i rapidi cambi di scena e le improvvise variazioni dell’audio. L’eventuale presenza dei genitori attenua solo in parte questa dinamica, perché a spadroneggiare è sempre lo schermo, che anche in quel caso altera la qualità del rapporto del piccolo con le persone che gli sono realmente intorno. E le conseguenze negative in agguato secondo Christakis sono notevoli: dal possibile ritardo nello sviluppo delle capacità linguistiche, alle difficoltà di attenzione e concentrazione nella successiva età scolastica, forse anche dovute al fatto che gli aspetti surreali delle immagini televisive, in confronto alla realtà tangibile, possono facilmente indurre il cervello infantile a considerare quest’ultima noiosa e di secondaria importanza. Poiché i piccoli di fronte alla tv sono diventati l’oggetto di un enorme business internazionale, anche grazie ai dvd per l’infanzia, Christakis auspica, oltre a una regolamentazione che costringa a dimostrare su autentiche basi scientifiche il carattere educativo che il marketing attribuisce agli audiovisivi diretti ai bambini, una migliore informazione dei genitori su quali attività favoriscano davvero un sano sviluppo dei loro figli, specialmente quelli in più tenera età.

Volete far dormire il bebè? Provate coi Take That

Nanna
Un curioso sondaggio volto a capire a che tipo di musica si affidano i neogenitori per fare addormentare i propri bambini ha dato risultati sorprendenti: sembra che le popolari ninne-nanne siano state ampiamente abbandonate in favore della musica pop, rock, folk e persino heavy metal.

Qualche anno fa una ricerca inglese aveva evidenziato che i neonati del Regno Unito tendevano ad addormentarsi come angioletti alle prime note della sigla di Eastenders, popolarissima soap opera britannica. Il motivo? Semplice, quando le loro mamme erano incinte quella sigla segnava per loro l’inizio di una mezz’oretta di puro relax ed evidentemente la sensazione di rilassamento si trasmetteva al feto e ne rimaneva il “ricordo” anche nel neonato. Oggi una nuova indagine, svolta dal sito inglese “The Baby Website”, aggiunge un tassello importante al mosaico dei sistemi migliori per far addormentare i propri figli. Prima di tutto mette in evidenza che la musica è ancora il mezzo popolare più utilizzato dai genitori per comunicare con i loro bebè prima che imparino a parlare. Più del 90 per cento degli intervistati ha dichiarato, infatti, di far ascoltare musica ai propri bambini e di questi circa un 40 per cento ha dichiarato di ricorrere alla musica come metodo per far addormentare i propri bimbi.
L’aspetto interessante della ricerca è emerso dalle risposte alla domanda su che cosa fosse cantato ai bambini per addormentarli. I due terzi delle mamme intervistate hanno risposto di preferire alle tradizionali ninne-nanne le moderne canzoni della musica pop. In più il 13 per cento delle mamme ha dichiarato di considerare antiquate le ninne-nanne e una su dieci ha addirittura confessato di non conoscerne neanche una.
Ma quali sono le canzoni più cantate ai neonati? Sembra che il primo posto se lo sia aggiudicato Patience dei Take That seguita a ruota da Angels di Robbie Williams. Le mamme hanno spiegato che molte di queste canzoni hanno un’efficacia decisamente maggiore delle vecchie ninne-nanne tanto che oltre la metà di loro le utilizza come metodo per far dormire il proprio bimbo ma anche per calmarlo quando è nervoso e piange.
Pare, inoltre, che 13 bambini su 100 accettino più di buon grado il cambio del pannolino se accompagnato da una bella canzone.

Il video di Patience dei Take That

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