Barack Obama. Il primo presidente nero nella storia americana ha giurato sulla Bibbia di Abramo Lincoln, acclamato da oltre due milioni di persone presenti di fronte al Campidoglio di Washington.
(Credits: AP)
Con l’insediamento di Barack Obama come 44° Presidente degli Stati Uniti d’America molti hanno scommesso che il razzismo ha le ore contate. Da quest’altra sponda dell’Atlantico, intanto, come le immagini dei vigili di Parma circolate nei giorni scorsi testimoniano, nonostante sia condannato a parole con toni accorati, il razzismo sembra riguardare perfino alcuni tutori di quella legalità che dovrebbe tenerlo a freno.
Sulla lugubre potenza di atteggiamenti discriminatori che non sono certo limitati a specifiche categorie sociali, cerca di fare luce uno studio pubblicato da Science e coordinato da Kerry Kawakami, docente di psicologia presso la canadese York University. L’obiettivo della ricerca era quello di capire perché gli episodi di razzismo contro i neri siano così ricorrenti, benché in una società moderna essere etichettati come razzisti sia segno, almeno ufficialmente, di una forte disapprovazione sociale. La risposta è stata individuata nel fatto che quanti sostengono di essere pronti a reagire in qualche modo a un atto di razzismo, quando vi assistono rimangono in realtà indifferenti, permettendo ai razzisti di agire così spesso indisturbati. Questa tesi è stata dimostrata coinvolgendo in una prova 60 studenti non di colore che, passando in un’aula dove pensavano di essere in procinto di partecipare alla prova in questione, assistevano a un episodio di razzismo, senza sospettare che l’esperimento fosse già in corso e avesse per oggetto le loro reazioni all’accaduto. Gli studenti esaminati sono cioè stati posti a loro insaputa di fronte a una scena in cui, dopo che un nero aveva lasciato per breve tempo l’aula sfiorando inavvertitamente un bianco, quest’ultimo, recitando come il nero un copione predisposto dai ricercatori, dava sfogo ai pregiudizi con una serie di commenti inequivocabili sull’individuo assente, partendo da osservazioni “moderate” per finire in crescendo con i più pesanti insulti di stampo razzista. Al rientro del nero, lo studente sotto osservazione doveva scegliere tra i due il compagno con il quale condurre un successivo esercizio, che ovviamente serviva solo a dissimulare il fatto che l’esperimento si stesse in realtà concludendo, e male: nel 63 per cento dei casi, infatti, la scelta è caduta sul bianco razzista, a dispetto del comportamento da lui tenuto.
Kawakami ne deduce che il fatto che per la prima volta un nero sia diventato presidente degli Stati Uniti, non deve fare ingenuamente pensare che il razzismo sia sparito o non sarà più tollerato. Nemmeno Barack Obama basterà ad alterare il meccanismo spiegato dalla psicologa Elizabeth Dunn, tra gli autori dello studio: gli individui fanno previsioni errate sul modo in cui reagiranno a eventi e sentimenti negativi, dai quali proveranno a difendersi cercando di convincersi che stiano assistendo a qualcosa di scherzoso o di innocuo, invece di reagire con fermezza. C’è anche chi ipotizza che a essere decisivo sia il timore di provocare una reazione violenta da parte del razzista, la cui forza sarebbe la stessa sfruttata da quanti assumono in generale atteggiamenti intimidatori e arroganti per mettere a tacere, riuscendoci troppo spesso, le persone civili e intelligenti che cercano di evitare finché possibile la rissa.
- Mercoledì 21 Gennaio 2009
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