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di Stefania Berbenni
Il discorso è serio, anche se le soluzioni sembrano facete. Prova ne è che un sociologo come Domenico De Masi, docente alla Sapienza, studioso dei nostri comportamenti e teorico dell’indispensabilità dell’ozio, snocciola dati per far capire che, se le notizie di tg, giornali e siti suonano la campana a morto per i nostri conti in banca, per gli italiani sarà un bene, «una spinta alla saggezza». Nell’arte di cavarsela non ci batte nessuno. Abbiamo il migliore spread della sopravvivenza, siamo la locomotiva europea dell’ottimismo (malgrado la lamentela endemica), gli inventori degli antidepressivi fai-da-te. Continua

Al Louvre (Foto: Flickr)
Uno studio appena pubblicato online sul Journal of Epidemiology and Community Health, una rivista scientifica che fa capo al British Medical Journal, evidenzia che il consumo di prodotti culturali ha un effetto positivo sul benessere delle persone, soprattutto degli uomini. Continua
Un pianto liberatorio porta dei benefici alla salute. Le conferme scientifiche arrivano da due studi, uno condotto da William Frey dell’University of Minnesota e l’altro realizzato da studiosi dell’University of South Florida.
Che piangere aiuti a scaricare stress e dispiaceri lo sapevamo tutti, la novità sta nell’attribuire ragioni scientifiche al pianto. Frey ha condotto vari studi sull’argomento dai quali ha concluso che le lacrime sono salutari per la nostra psiche e per il nostro fisico. I dati raccolti sono significativi: nove persone su dieci dopo essersi fatte un bel pianto affermano di sentirsi molto meglio. In particolare circa il 90 per cento dichiara che l’umore migliora decisamente dopo aver versato una buona quantità di lacrime, contro solo il restante 10 per cento per cui il pianto non migliora le cose.
Frey, autore del libro Crying: The Mistery of Tears (Piangere: il mistero delle lacrime), ha formulato la cosiddetta “teoria della guarigione” (recovery theory) che spiegherebbe ciò che accade ogniqualvolta si piange. Innanzitutto bisogna distinguere tra “lacrime emozionali” e quelle indotte da stimoli non emotivi. Le prime sono dovute a un’emozione forte o a un dolore e sono chimicamente diverse da quelle versate, per esempio, quando sbucciamo una cipolla.
Le lacrime emozionali sarebbero prodotte dall’organismo per ridare al nostro corpo l’equilibrio e il senso di benessere che si sono persi per colpa di un evento stressante: “Ci sentiamo meglio dopo aver pianto perché ci siamo liberati di qualcosa – spiega Frey al quotidiano inglese Independent –. Le sostanze chimiche che sono prodotte quando siamo sotto stress probabilmente sono rimosse attraverso le nostre lacrime quando noi piangiamo”. Secondo Frey, dunque, le lacrime sono indispensabili anche perché altrimenti non riusciremmo a eliminare le tensioni accumulate rendendo più probabili infarto e danni cerebrali.
A supporto di questa teoria un altro studio dell’University of South Florida secondo cui i ricercatori hanno stabilito che il pianto ridà equilibrio a corpo e mente. Gli studiosi hanno dimostrato che il pianto migliora la respirazione e la sensibilità della pelle, due chiari segnali di buona salute.

Domenica 11 maggio si celebra la festa della mamma. E nel frattempo escono i dati del nono rapporto sullo stato delle madri nel mondo, compilato l’associazione Save the Children: è una classifica del benessere di mamme e bambini nel mondo dalla quale emerge che l’Italia è prima di 146 paesi per quel che riguarda il benessere dei bambini e diciannovesima per quello delle mamme.
I più piccoli e le donne in molte parti del pianeta sono quelli che subiscono più pesantemente le conseguenze della povertà e della mancanza di istruzione. Nel mondo 200 milioni di bambini non hanno accesso alle cure di base e 26.000 bambini con meno di cinque anni muoiono ogni giorno.
Ma dov’è che mamme e bimbi stanno meglio in assoluto? Non stupisce di trovare la Scandinavia, con la Svezia in testa, a guidare la classifica del benessere. Si tratta di Paesi in cui la cura della salute, il livello di istruzione e le condizioni economiche generali raggiungono l’eccellenza. Al contrario, in fondo alla lista, troviamo le madri che vivono nell’Africa Sub-sahariana: l’ultimo posto spetta al Niger.
Tra gli indicatori presi in esame da Save the children per stilare la classifica ci sono parametri come la mortalità infantile, la scolarizzazione, l’aspettativa di vita alla nascita, l’uso della contraccezione, la partecipazione delle donne alla vita politica e l’accesso al reddito. Qui, in inglese, il file Pdf con il rapporto completo.
“Secondo Save the Children, la qualità di vita di un bambino dipende dalla salute, dalla sicurezza e dal benessere della propria madre – afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia -. Solo assicurando alle donne educazione, benessere economico e possibilità di accedere ai servizi e alle cure sanitarie, sia quelle donne che i loro figli avranno maggiori possibilità di sopravvivere e crescere sani.”
Così, mentre in Svezia ogni parto avviene con l’assistenza di personale medico, in Niger solo il 33% dei parti è assistito. Il 72% delle donne svedesi usa i contraccettivi, dedica alla propria istruzione una media di 17 anni, ha un’aspettativa di vita di 83 anni e solo una donna su 185 rischia di perdere il proprio figlio prima che compia cinque anni. Al contrario, in Niger, solo il 4% della popolazione femminile fa uso della contraccezione, una donna va a scuola in media per 3 anni, ha un’aspettativa di vita di 45 anni e, considerando che 1 bambino su 4 muore prima di aver raggiunto i cinque anni, quasi ogni donna rischia di veder morire suo figlio e 9 madri su 10 addirittura perdono ben due bimbi nel corso della propria vita.
L’Indice delle Madri: i primi 10 posti
1. Svezia
2. Norvegia
3. Islanda
4. Nuova Zelanda
5. Danimarca
6. Australia
7. Finlandia
8. Irlanda
9. Germania
10. Francia
19. Italia

Le diete? Fanno male. Lo dice lo studio più ampio mai fatto sull’argomento. Due ricercatrici dell’Università della California hanno analizzato oltre 30 studi di lungo periodo sulla perdita di peso che hanno coinvolto negli anni migliaia di persone a dieta. Da questa summa di tutti gli studi fatti fino ad oggi emergono due dati abbastanza sconfortanti: i chili persi si riprendono quasi sempre con gli interessi e la salute non ci guadagna di certo.
“All’inizio si può arrivare a perdere anche dal 5 al 10% del proprio peso, con qualunque tipo di dieta”, racconta Traci Mann, una delle due psicologhe che hanno condotto lo studio comparato, “ma dopo un po’ il peso ritorna”.
Oltre due terzi delle persone analizzate nei 31 studi presi in esame, non solo ha ripreso il proprio peso ma, a dieta finita, si è ritrovato nel giro di 4-5 anni più grasso di prima. Soltanto una piccola percentuale di persone può dire di aver davvero avuto successo, perché ha perso peso ed è riuscito a mantenere la linea a lungo.
Perdere e riacquistare il peso facendo il classico yo-yo, però, non è solo un inconveniente estetico, ma può raddoppiare il rischio di morte per malattie cardiovascolari, tra cui stroke e infarto, aumenta il rischio di sviluppare il diabete e, più in generale, di andare incontro a morte prematura. Non sono solo i tanto odiati grassi (qui una guida al consumo equilibrato) a causare questo tipo di danni. E visto lo sforzo che questa altalena impone all’organismo, la maggior parte delle persone avrebbe fatto meglio a tenersi i chili in più senza mai imbarcarsi in una dieta. Tutte le più popolari diete sono state prese in considerazione ed è risultato evidente che non ce n’è una migliore delle altre. La ricercatrice californiana conclude che “i benefici sono semplicemente troppo pochi rispetto al danno potenziale per poter raccomandare la dieta come trattamento sicuro ed efficace dell’obesità”.
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