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Nei giorni in cui si fa un gran parlare dell’esperimento di Rupert Murdoch con il suo Daily, vale senz’altro la pena spendere qualche parola sull’operazione che ha portato all’acquisizione dell’Huffington Post da parte di AOL. Continua
Per i blogger italiani sono due punti di ritrovo sul web, quasi il termometro dell’internet tricolore: Blogbabel e Liquida. E da pochi giorni sono alleati.
Ma prima del “sì” definitivo non sono mancati i colpi di scena, in una partita giocata tra alcuni protagonisti del web nostrano. Con strascichi di polemiche. Il 30 agosto Ludovico Magnocavallo decide di vendere il suo motore di ricerca per i blog italiani, Blogbabel. E lo fa con un’asta su eBay.
Continua
Un’edicola digitale per i blog: sarà questo il progetto di Amazon, la ex libreria online che ora vuole diventare un editore su internet? Da ieri i blogger possono registrarsi sulla pagina di Kindle publishing e unirsi, in questo modo, all’offerta che sarà pubblicata quotidianamente sulle versioni di Kindle, un lettore digitale utile per sfogliare le pagine di libri e giornali. La scelta di Amazon, però, è in controtendenza con il resto del web: i blog saranno offerti a pagamento. I più importanti costeranno da 99 centesimi a 1,99 dollari (è il caso dell’Huffington Post). Per gli altri non è ancora stato definito un minimo. Il ricavato, però, non è suddiviso alla pari: Amazon trattiene il 70 per cento, ai blogger resta il 30 per cento. Entreranno in lista autori in lingua spagnola, italiana e francese.
Già lo scorso dicembre l’organizzazione statunitense Committee to Protect Journalists (CPJ) ci aveva messo in guardia: il numero di blogger e web-editor dietro le sbarre è arrivato a superare quello dei colleghi della carta stampata e radio-tv. Ora, in occasione della Giornata Mondiale per la Libertà di Informazione è arrivato un nuovo report che si focalizza sui dieci paesi in cui è più pericoloso esprimere liberamente la propria opinione online.
Certo, si tratta dei soliti paesi che da anni sono sotto i riflettori delle associazioni che lottano per le libertà civili, ma è bene rilanciare le loro segnalazioni in quanto, come ha ribadito Reporters Sans Frontières nel suo ultimo studio, i metodi applicati in questi paesi si stanno rapidamentante espandendo anche nei più democratici paesi occidentali.
Per mettere a punto la classifica dei peggiori paesi CPJ ha preso in considerazione diversi criteri: innanzitutto se i blogger vengono incarcerati, subiscono minacce o attacchi; se sono vittime di auto-censura; se vengono “disconnessi” dalla rete e non possono navigare in modalità anonima; se c’è un monitoraggio delle attività degli utenti online. Elementi che sono in corso di sperimentazione quà e là nel mondo e che qualcuno vorrebbe anche “importare” in Italia in nome della sicurezza.
A guidare la “sporca decina” c’è la Birmania, paese che, dopo le ultime rivolte popolari (che proprio in rete avevano ottenuto una forte cassa di risonanza), permette di connettersi solo da internet-café pubblici, in modo da monitorare meglio i contenuti scambiati. Per i cyber-dissidenti le pene sono esagerate: il blogger Maung Thura è stato condannato a 59 anni di carcere per aver condiviso online informazioni non gradite al regime.
Dopo la Birmania, seguono:
2) Iran
3) Siria
4) Cuba
5) Arabia Saudita
6) Vietnam
7) Tunisia
8) Cina
9) Turkmenistan
10) Egitto
TECNOLOGIE A DOPPIO TAGLIO
Al di là dei controlli preventivi e dei potenti filtri per bloccare l’accesso a determinati siti, tutti questi paesi ricorrono al carcere come deterrente estremo per limitare la libertà di espressione online. “I blogger costituiscono l’avanguardia della rivoluzione informativa”, riconosce il direttore di CPJ Joel Simon, “ma i governi stanno velocemente imparando a come rivoltare la tecnologia contro i blogger attraverso censura, filtraggio, restrizione dell’accesso online e recupero di informazioni personali. Quando tutti questi strumenti falliscono, le autorità incarcerano qualche blogger per intimidire le community online”.
- admin
- Lunedì 4 Maggio 2009
Lo avevamo lasciato così, chiuso dopo mille polemiche. Da venerdì sarà di nuovo attivo. Qui, uguale ma diverso. Il d-day della rinascita di BlogBabel coincide con il suo secondo compleanno, e arriva a quattro mesi di distanza dalla sua sospensione. Era di marzo. E lo stop arrivò dopo mesi di nervosismi ed eccessi. Protagonisti della querelle: da un lato, gli ideatori del sito, guidati da Ludovico Magnocavallo, dall’altro un gruppetto di blogger. Al centro, la classifica, quella dei blog più autorevoli della Rete italiana, l’oggetto di punta di BlogBabel. Ma non l’unico, essendo il sito anche un (il?) luogo in cui chiunque può seguire le conversazioni e indagare tra i post passati o presenti con un motore di ricerca, e dove ogni blogger può sapere quanti e quali altri blog rimandano al suo. Un collettore di servizi, dunque. Finiti tuttavia in secondo piano rispetto all’indice della discordia. “Fare le classifiche – ci racconta Magnocavallo – è un mestiere delicato, poiché la fisiologica arbitrarietà che le caratterizza inevitabilmente scontenta qualcuno”.
Sta fin troppo al di sotto le righe colui che, nel gergo dei geek, di BlogBabel è il Bdfl (benevolent dictator for life), perché come si è detto alla base della decisione di oscurare il sito - e con lui la classifica - c’è stata una polemica dai toni forti e, sottolinea il nostro interlocutore, “intrisa di gelosia, invidia, risentimenti, personalità egotiche e autoreferenziali frustrate, permalosità varie”.
Il tutto è arrivato perfino a sfociare in minacce di denunce e di querele da parte di chi trovava la posizione del proprio blog nel ranking non corrispondente al vero, sottostimata. “Beghe da italietta, altro che blogosfera, altro che open source, apertura, condivisione… Ho avuto più volte la sensazione di essere al crocevia tra un reality show infarcito di psicodrammi personali e una gigantesca riunione di condominio”, chiosa Magnocavallo.
Ma come sarà questo nuovo BlogBabel? Il Bdfl del sito non si sbilancia: “Sarà come il vecchio dopo un’iniezione di steroidi”. Stessa identica filosofia di fondo, quindi, ma in un contesto di maggiore precisione e sofisticatezza. E poi – oltre a una grafica rivista (per la quale ha collaborato Antonio Cavedoni) – la ristretta cerchia dei collaboratori (tra gli altri Enrica Garzilli, Fabio Altomare, Stefano Scardovi, Jan Reister e Matteo Balocco) ha sviluppato nuovi servizi, come quelli a carattere social, oltre a una serie di funzionalità che concorrono a offrire una maggiore ricchezza dei risultati delle ricerche sottoposte al motore interno. Malgrado tutto ciò, però il cuore continuerà a essere rappresentato dalla classifica, che dopo la riapertura ospiterà più di 13 mila blog, una fetta parziale ma rappresentativa degli oltre 50 mila che a spanne danno forma alla blogosfera nostrana, quel “non-luogo che – conclude Magnocavallo – in definitiva altro non è che uno specchio dei comportamenti, degli umori, dei vizi e dei pregiudizi della società italiana”.
- biker
- Mercoledì 16 Luglio 2008
Sembra un ragazzo americano qualsiasi appena uscito dal college, con la camicia fuori dai pantaloni, le scarpe di pelle multicolore un po’ futuristiche, la macchina fotografica, l’iPod e l’Amazon Kindle sempre appresso, moderatamente ecologista, non beve caffè e non fuma. Matt Mullenweg però, 24 anni compiuti a gennaio, il college non l’ha mai finito perché quattro anni fa ha inventato WordPress, una piattaforma per scrivere i blog che in breve tempo è diventata popolarissima. L’anno scorso in America è stato definito il sedicesimo uomo più potente del Web. WordPress in pochi anni ha sostituito molte piattaforme esistenti perché si installa facilmente e non richiede particolari ambienti di sviluppo, è facilissimo da usare e funziona bene, ha molte estensioni per aggiungere in modo semplice funzionalità sofisticate e ha molti temi precostituiti per cambiare subito e senza difficoltà l’aspetto estetico del blog. Abbiamo incontrato Matt al WordCamp organizzato a Milano, dove è stato l’ospite d’onore, e gli abbiamo rivolto un po’ di domande.
Come ti descrivi?
Questa è una domanda difficile. Di solito mi descrivo come un imprenditore. Ci sono molte cose che considero importanti nella mia vita, ma tutte condividono lo stesso bisogno di fare qualcosa di meglio – un’insoddisfazione per lo status quo.
Quando e perché hai creato WordPress?
Circa cinque anni fa ho co-fondato WordPress. Non c’era nessuna grandiosa ragione dietro, volevo solo un software migliore per il mio sito Web e un’alternativa Open Source (n.d.r. programmi collaborativi gratuiti a “sorgente aperta”) alle altre piattaforme di blog disponibili.
Il successo ha cambiato la tua vita?
Una delle sensazioni più belle della vita è quella di fare qualcosa bene e sono molto orgoglioso di molte delle cose che sono andate bene con WordPress e Automattic (n.d.r.: la sua azienda).
Perché alla gente piace WordPress? Quante persone lo usano al mondo?
Credo che la gente di solito lo usi perché è facile da trovare, è facile da usare e ha molte funzionalità, specie se si confronta alle altre piattaforme disponibili per scrivere blog. Stimiamo che ci siano in tutto il mondo circa 3-4 milioni di persone che lo usano. Il numero è molto più piccolo di altre piattaforme come Blogger, ma WordPress tende a essere il migliore, il più “intelligente” e ha i blog più popolari.
WordPress è nato come un progetto Open Source. Come e perché siete diventati un’azienda?
Circa tre anni fa mi è stato chiaro che c’erano un certo numero di possibilità che avrebbero aumentato la diffusione di WordPress e avrebbero offerto qualche opportunità commerciale, quindi avrebbero permesso di dedicare più risorse allo sviluppo di WordPress. In ogni caso, per proteggere il progetto Open Source dal destino di diventare un’azienda, Automattic e WordPress operano in modo separato.
Come hai trovato i capitali e quanto è stato raccolto?
Pochi mesi dopo aver fondato l’azienda abbiamo raccolto 1,1 milioni di dollari e poi, nel gennaio 2008, altri 29,5 milioni. Sono stato messo in contatto con in miei investitori da consiglieri quali Om Malik [n.d.r.: uno scrittore tecnologico] e Tony Conrad [n.d.r.: fondatore e CEO dell’azienda Sphere]. Mi avevano colpito come persone con le quali vorrei fare affari per lungo tempo e così, quando mi hanno offerto di investire su Automattic ed è stato chiaro che potevamo usare del capitale aggiuntivo per accelerare la crescita e offrire qualche sicurezza all’azienda, è stata una decisione facile.
Gli utenti conoscono WordPress specialmente come un mezzo per pubblicare blog, ma in realtà tu hai molti altri progetti in corso.
In effetti sono coinvolto in diversi altri progetti: Akismet, il programma anti-spam, bbPress, un programma per i forum, BuddyPress, una piattaforma di social network basata su WordPress e Ping-O-Matic, un servizio di notificazione di aggiornamento del blog.
Come lavora la tua azienda?
Ci coordiniamo come progetto Open Source: non c’è un ufficio, viviamo in tutto il mondo, e parliamo soprattutto online. L’azienda è piuttosto informale, con la maggioranza delle persone che lavorano ai lori progetti e le loro priorità. Non ci incontriamo regolarmente. Ci riuniamo circa due volte l’anno, di solito una volta a San Francisco e una volta in qualche bel posto come l’Arizona o il Messico. È più che altro una riunione fra amici per aiutare chi lavora a conoscersi meglio.
Chi guida l’innovazione nella tua azienda? I commenti degli utenti, gli sviluppatori del codice o tu stesso?
Penso che in ultima analisi tutto viene dagli utenti.
Chi pensi che siano i più intelligenti al mondo nel processo innovativo su Web (incluso te)?
Ho trovato Amazon.com molto impressionante, non temono di assumersi dei grandi rischi e di scommettere che in 5-7 anni ne saranno ripagati, come hanno fatto con la loro strategia di servizi Web.
Quali credi che siano gli scopi e i target della tua azienda?
Noi vogliamo rendere democratico il processo di pubblicazione su Web. Tutto deriva da questo.
Hai ricevuto delle offerte di acquisizione? Le hai rifiutate, accettate oppure ci stai pensando?
Abbiamo avuto un certo numero di discussioni con le aziende in questi anni. Lusinga molto che sia ben riconosciuto il valore che abbiamo creato fin qui ma ogni volta, fino ad ora, la conclusione è stata che possiamo creare più valore per il Web e per l’azienda se rimaniamo indipendenti. La via davanti a noi è più lunga di quella dietro di noi.
Pensi che il Web sia “democratico” e come può aiutare la gente e i governi?
Penso che possa offrire uguali opportunità. C’è una ricchezza senza fine di informazioni disponibili essenzialmente ai costi di accesso (cioè libera) e offre uno spazio dove puoi essere giudicato in base al merito delle tue idee, non del tuo background economico, sociale o religioso.
Hillary, Obama, o…?
Obama, è tempo di cambiare.
Internet ha cambiato la gente?
Penso che ha appena cominciato a farlo ma c’è ancora una lunga strada da fare.
Ha cambiato te?
Ha dato l’opportunità a un ragazzo di Houston di creare una delle più grandi piattaforme per pubblicare, quindi direi proprio di sì.
La tua visione del futuro nella tecnologia d’innovazione: dove stiamo andando?
Credo che la possibilità di accesso Internet ovunque e la velocità della banda larga stiano cambiando quello che si può fare online e stiano rendendo possibile l’investimento di miliardi di dollari di innovazione. Qualcosa come YouTube cinque anni fa non era possibile, semplicemente non c’erano abbastanza utenti che usavano la banda larga sul Web per prendere i video su Internet in seria considerazione.
Quali sono le prossime sfide del Web?
Penso che dobbiamo stare attenti alla centralizzazione del controllo, come è successo con i vecchi media. Il Web dovrebbe rendere possibile l’indipendenza, non dovrebbe essere un altro modo di imporre il controllo.

di Gianna Milano
“Stupido e irresponsabile”: così è stato definito, in uno dei numerosi commenti online, l’articolo pubblicato sul British Medical Journal, in cui due medici americani, Rachel Vreeman e Aaron Carroll, si sono presi la briga di dare spiegazioni scientifiche a sette “miti medici”, per lo più sfatandoli. Per esempio, che bisogna bere otto bicchieri di acqua al giorno; che il cellulare acceso in ospedale crea pericoli perché può interferire con le apparecchiature; o, ancora, che leggere con poca luce danneggia la vista…
Le risposte da loro individuate consultando Medline, uno dei più ricchi motori di ricerca medica, o andando semplicemente su Google, non hanno però convinto molti loro colleghi. Che nei giorni successivi hanno replicato con enfasi, rigore (e rabbia) sul sito della rivista, contrapponendo altri dati e polemizzando sulla scelta di “miti di paglia”, in fondo innocui rispetto a molti altri consolidati nella pratica medica. è vero, lo sostengono anche i due autori, in certi casi i medici fanno affermazioni che non si basano su evidenze scientifiche bensì su luoghi comuni che loro stessi propalano.
“I miti che più mi preoccupano non sono però quelli da voi citati, verosimilmente innocui, ma altri più pericolosi entrati nella medicina e mascherati di scientificità” scrive Geoffrey Russell sul blog in risposta all’articolo. “Certi miti non sempre sono frutto di credenze popolari, come quello che capelli e unghie continuano a crescere dopo morti” dice Vittorio Caimi, medico di famiglia a Monza. “Ci sono miti veicolati dalla classe medica, come prescrivere il test per il Psa a tutti i 50enni con l’idea di prevenire il tumore alla prostata, mentre non è provato che serva. Studi clinici in corso forse risolveranno il dilemma, intanto lo si fa fare. Non è un falso mito anche questo?”.
Lo stesso, aggiunge Caimi, si può dire per la Moc, il test di mineralometria ossea computerizzata che misura la densità ossea. “Riceviamo spesso prescrizioni da specialisti per donne in premenopausa, età in cui il rischio di perdita di massa ossea è inesistente”.
E che dire dei nuovi miti del benessere, prosegue Silvano Biondani, medico di famiglia a Verona, più insidiosi e fuorvianti di quelli elencati sul British Medical Journal? “Si stabiliscono valori sempre più bassi di normalità per colesterolo e pressione, fattori di rischio cardiovascolare se elevati. Negli ultimi 30 anni l’obiettivo da raggiungere per il colesterolo è sceso da 260 a 180. Così gran parte dei pazienti è fuori norma: lo segnala l’asterisco accusatore sul test”.
A proposito di pressione sono state addirittura introdotte linee guida per una nuova classe di persone a rischio: i preipertesi. “Il vero pericolo, che è anche uno dei limiti della medicina contemporanea, è di frammentare l’unicità e la complessità di ogni persona in una serie di malattie potenzialmente curabili, meglio se con farmaci. Con il risultato di trasformarci in una società di malati” aggiunge Biondani. Plos Medicine ha pubblicato poco più di un anno fa un numero speciale sul “disease mongering”, la tendenza a coniare nuove patologie, come la preipertensione, pur di vendere medicine a sempre più pazienti.
“A stabilire linee guida dovrebbero essere esperti senza legami con l’industria nei settori in cui le aziende potrebbero trarre beneficio dalle loro decisioni” raccomanda Sheldon Krimsky, autore del saggio Science in the private interest. Diventa sempre più difficile per un medico resistere al canto delle sirene di Big Pharma: solo negli Stati Uniti i colossi farmaceutici hanno speso nel 2004 oltre 55 miliardi di dollari per promuovere medicinali (la pressione si esercita con viaggi, inviti a congressi, regali, finanziamenti a società scientifiche, pubblicità mascherata da campagne di informazione…), contro i poco più di 30 miliardi per la ricerca. I dati provengono da uno studio canadese ed è sempre Plos a farlo sapere.
“Un tempo scienza medica e saggezza popolare si compenetravano. Erano assimilabili. I rimedi dettati da buonsenso e tradizioni culturali, come il miele con il latte caldo invece dello sciroppo per la tosse, erano utili a gestire piccoli disturbi” ricorda Biondani. Oggi per riabilitare il miele occorre che lo affermi uno studio scientifico, come è avvenuto di recente.
Il rischio dell’articolo sui falsi miti medici, si afferma nel blog, è di crearne altri. “Leggere con poca luce non rovinerà la vista, ma favorisce a lungo andare la miopia specie nei bambini” replica Klaus Schmid, medico tedesco. E poi? “è vero che un tempo si leggeva a lume di candela e c’erano meno miopi, ma è maggiore la quantità di libri che oggi i bambini leggono: e 4 ore di lettura al giorno con luce fioca possono danneggiare la loro vista” scrive Mikhail Vinin, capo ricercatore a Edimburgo, in Scozia.
Sul bere o meno otto bicchieri di acqua al giorno è polemica. “Dipende da fattori ambientali” afferma dall’Australia Andrew J. Rees. “Qui in estate chi lavora all’aperto o fa sport per stare bene beve 3 o 4 litri di acqua al giorno”. Da irresponsabili, secondo Caimi, negare la necessità di bere a chi soffre di calcoli renali. “Due litri d’acqua al giorno sono raccomandati, e si deve valutare caso per caso” dice. Sul blog si precisa che vari studi dimostrano come le bevande con caffeina deidratano l’organismo per l’effetto di questa sul metabolismo cellulare. Solo acqua e succhi contano nella dose quotidiana di liquidi, non il caffè.
Non le manda a dire David Clarke: “State mettendo a rischio la vita di persone e il giornale è in parte responsabile. Vergogna! Le vostre smentite, se verranno, serviranno a poco”.
Sui cellulari in corsia è bagarre. “è già così difficile fare in modo che per una norma di buon galateo parenti e malati lascino spenti i cellulari… Ci sono donne che durante il travaglio mandano messaggini” polemizza Pamela Wilson, infermiera.
Sicuri che non influiscano sulle apparecchiature? “I più moderni cellulari hanno un effetto maggiore rispetto ai più vecchi. Le precauzioni andrebbero riviste”. Pamela cita uno studio olandese su oltre 60 apparecchi medici usati nelle unità critiche: i segnali dei cellulari influivano sul 33 per cento di questi, tra cui macchine per la ventilazione e allarmi di sicurezza; e i pacemaker esterni funzionavano male. Purtroppo, lamenta l’autore dello studio, Erik van Lieshout, sono sovente i medici stessi i peggiori nel non rispettare le regole. “Come vi sentite adesso? Altro che smentite. La vostra informazione è potenzialmente dannosa. E il vostro senso di responsabilità sociale pari a zero” scrive Pamela.
Che da questo dibattito possano emergere nuovi falsi miti lo dimostra la varietà di posizioni sul blog. C’è chi si preoccupa e chi minimizza. C’è pure chi si è divertito, come un medico di Liverpool, a rivisitare altri vecchi miti, tipo quello secondo cui le carote farebbero bene alla vista e gli spinaci ai muscoli: sfatati da tempo.
Ciò che pochi sanno è che la convinzione popolare che il betacarotene, precursore della vitamina A, procuri una supervista nacque nella Seconda guerra mondiale. L’intelligence inglese voleva tenere segreto il radar che contribuiva ai successi dell’aviazione, perciò la stampa diede risalto alle straordinarie capacità visive del tenente della Raf John Cunningham: tutto merito della sua passione per le carote.
E il mito degli spinaci che ha reso famoso Braccio di ferro? Nasce, pare, da un errore di trascrizione di E. von Wolf, nel 1870, che mise una virgola al posto sbagliato decuplicando il contenuto di ferro degli spinaci. «Se queste credenze servono a fare mangiare più verdure ai bambini, poco male. Una dieta sana può ridurre le malattie. E questo non è un mito» scrive Thachil.
Un medico del Kurdistan, Mohammad Shaikhani, elenca miti diffusi nel suo paese e non in Occidente (l’acido folico del limone fa bene all’ipertensione; miele o datteri per i diabetici; la pertosse guarisce passando sotto i tunnel; l’itterizia va via se si guardano pesci in acqua…) e altri che circolano anche qui, come quello che l’aglio aiuti ad abbassare la pressione.
Ha ragione Carlo Gargiulio, medico di famiglia reso noto dalla trasmissione tv Elisir, quando dice che la medicina non è una scienza esatta. L’utilità di un articolo così? “Non accettare mai i luoghi comuni e cercare di capire le basi scientifiche di certi miti” afferma.
Ma come distinguere la tradizione dall’aneddoto? E come riconoscere le trappole che il business della salute dissemina mascherandole di scientificità? “Spesso esiste una grande distanza tra le poche evidenze di cui disponiamo e la necessità di dare spiegazioni esaustive ai pazienti» dice Caimi. «Gran parte dei problemi che affronta un medico sono complessi e anche la medicina basata sull’evidenza non dà risposte complete. Tutto va mediato da esperienza e buonsenso, tenendo conto del caso che si ha davanti”.
I falsi miti descritti, lo sottolineano i due autori dell’articolo, difficilmente possono far danni. Raccomandare invece trattamenti per i quali ci sono scarse prove certamente sì.
- admin
- Lunedì 14 Gennaio 2008

Alla Opa, Online Publishers Association, devono essere stati particolarmente felici di dare al mondo la bella notizia. Finalmente la fruizione di contenuti ha ampiamente surclassato le altre principali attività normalmente svolte su internet. Attraverso l’analisi degli ultimi quattro anni dell’Internet Activity Index, l’Opa ha scoperto che adesso gli utenti in rete spendono metà del loro tempo online consultando “contenuti”. Nel 2003 il tempo dedicato a questa attività era solo il 34 per cento, mentre a farla da padrona era la comunicazione (46 per cento del tempo dedicato). La ricerca è passata a occupare il 5 per cento del tempo online contro il 3 per cento del 2003, mentre ha subito una flessione, sia pur leggera (dal 16 al 15 per cento) il commercio.
E se la gente passa più tempo a fruire i contenuti, che tipo di contenuti visita e come? Per capirlo arrivano in soccorso altre due ricerche. La prima (file pdf), svolta dall’Università di Harvard e focalizzata sul consumo di notizie, esaminando il traffico presente su oltre 160 siti per un anno, ha appurato che rispetto ai siti dei grandi giornali nazionali e delle emittenti e dei periodici locali, ad avere un crescente successo sono i siti di informazione non tradizionali (dagli aggregatori di notizie ai blog più influenti) che nulla hanno a che vedere con i media istituzionali. Il solo Digg.com è passato dall’aprile del 2006 allo stesso mese del 2007 da 2 milioni di visitatori mensili a oltre 15 milioni.
Quanto ai blog, altri dati interessanti arrivano dalla periodica relazione sullo stato della blogosfera di Technorati, una vera autorità nel campo dei blog e dei social media. Oltre 12 milioni di americani adulti avrebbero attualmente un blog aperto, e oltre 57 milioni di americani leggono i blog. 120 mila nuovi blog vengono creati ogni giorno e ne esistono all’incirca 70 milioni nel mondo. Infine 22 dei 100 siti più popolari al mondo, indovinate un po’? Sono blog.
- Tags: andrea-beggi, autoblog, blog, blogbabel, Digital-pr, forum, grazia, manteblog, motoblog, mtv, newsgroup, pandemia, thht, ultima-online
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Di cosa parlano gli italiani sul web, il più grande spazio libero di discussione? Automobili, tecnologia, salute, videogiochi, sport sono gli argomenti che richiamano il maggior numero di commenti: lo conferma il rapporto annuale sulle comunità Internet in Italia realizzato da Digital pr. Secondo lo studio nel 2006 i navigatori hanno scritto 46,7 milioni di messaggi su forum e newsgroup.
Cresce la partecipazione femminile, soprattutto alle discussioni su salute e benessere: coppia, sessualità, figli, famiglia sono solo alcuni degli argomenti affrontati nei forum di alfemminile.com e girlpower.it, o nel recente blog di Grazia. Per quanto riguarda le conversazione online sulle automobili hanno un ruolo di primo piano i prezzi, la potenza e i marchi delle vetture, con scambi di pareri e consigli tra gli appassionati come nel caso di alfaromeo: in questo settore i blog più letti sulle automobili sono motoblog e autoblog. L’anno scorso il calcio ha richiamato oltre un milione di messaggi, ma cresce l’attenzione per sport di nicchia come il curling.
Tecnologia e videogiochi restano temi seguiti e commentati da milioni di navigatori. I videogiochi per console hanno raccolto 1,2 milioni di commenti nel 2006, più di 360 mila le discussioni sui giochi multiplayer: il record è di Ultima online, un forum dove i giocatori si cambiano consigli, trucchi e pareri sull’omonimo videogame. L’interesse per la tecnologia si divide in tre grandi aree che da sole raccolgono 3 milioni di interventi: hardware, software e web. Secondo la classifica di Blogbabel salgono sul podio dei primi tre blog tecnologici più letti pandemia, manteblog e il blog di andrea beggi.
Successo per cultura e musica che quest’anno hanno raccolto 1,5 milioni di interventi tra i navigatori: fan e musicisti si confrontano sui forum di mtv, allmusic e thht per l’hip hop.

La partecipazione e gli interventi nella discussione sull’emergenza acqua sono più facili grazie alle nuove tecnologie di internet. In occasione della Giornata dell’acqua l’Organizzazione mondiale dell’alimentazione e dell’agricoltura (Fao) ha previsto un webcasting, cioè una conferenza che tutti i navigatori di internet potranno vedere direttamente dal computer di casa. Non è un caso che sia la Fao a promuovere l’iniziativa: nel mondo il 70 per cento dell’acqua è utilizzato per l’agricoltura, una quantità che sale al 95 per cento nei paesi sviluppati.
Sono due gli aspetti dell’emergenza acqua che interessano i blogger italiani: l’inquinamento e la privatizzazione delle aziende che gestiscono i servizi idrici. “L’acqua dolce è una risorsa scarsa (nel senso dell’economia) e “poco rinnovabile”, che non può essere usata in modo indiscriminato” ricorda Ecoalfabeta in un post. Lo stato di salute di cinque fiumi italiani (Adige, Arno, Metauro, Po, Tevere) può essere visto dal sito Onu Gemstat.
Il blogger italiano più famoso nel mondo, Beppe Grillo, è notoriamente critico nei confronti delle società quotate in borsa che gestiscono l’acqua: “Più aumenta il prezzo dell’acqua, più aumenta il valore dell’azione e più staccano dividendi”, ha scritto il comico genovese sul suo blog. L’emittente musicale Mtv, inoltre, ha raccolto adesioni tra il suo pubblico per realizzare un reportage-inchiesta sulla situazione dell’acqua in Italia.
Le Nazioni Unite si sono impegnate a dimezzare entro il 2015 il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari basilari. A che punto siamo? Secondo un rapporto Onu del 2006, sono stati fatti importanti passi avanti nel miglioramento dell’accesso all’acqua potabile, anche se restano forti disparità tra città e campagna. Sarà invece difficile raggiungere l’obiettivo di far crescere la possibilità di utilizzare i servizi sanitari: ne sono ancora privi cinque abitanti su dieci dei paesi in via di sviluppo.
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