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Tempo fa un bravo giornalista ambientalista, George Monbiot, pubblicò un libro sul riscaldamento globale, dal titolo Calore!, le cui tesi di fondo erano sostanzialmente due. La prima era che per evitare la catastrofe avremmo dovuto ridurre le emissioni nel mondo del 90 per cento entro il 2030, la seconda è che con un po’ di buona volontà e facendo i passi giusti la cosa era fattibile senza dover tornare a uno stile di vita da uomini delle caverne. Ma l’assunto centrale del libro era che gli exploit individuali, per quanto meritori, non risolvono il problema dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento globale causato dall’uomo non può essere controllato se non convinciamo i nostri governi che devono costringerci a modificare il nostro stile di vita”.
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Foto: Siberian forest, di beggs/flickr
Il nulla avanza anche tra le conifere delle terre estreme. La foresta boreale, che ricopre vaste parti di Russia, Canada, Alaska e Scandinavia, era rimasta l’unica ancora “intatta”. Adesso lo scempio che in vent’anni ha decimato gli alberi dell’Amazzonia potrebbe toccare anche alla sua glaciale sorella.
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Si chiama Cop15 e sarà probabilmente la più importante conferenza sui cambiamenti climatici che mai ci sia stata e che mai ci sarà. Perché? Semplice: è l’ultima occasione che i governi hanno per mettere in campo una seria politica ambientale in grado di fermare il riscaldamento globale. Le solite esagerazioni? Diciamo che sull’argomento gli scettici continuano a esserci. Ma lo scetticismo non riguarda ormai più le responsabilità umane sulle emissioni di gas serra e il loro effetto sul riscaldamento globale, cosa sulla quale c’è ormai un largo consenso a livello scientifico ma anche politico. Vi è semmai ancora chi crede poco all’ipotesi della catastrofe.
Il nostro pianeta ha conosciuto nel corso della sua storia glaciazioni e periodi più caldi, lo dimostrano i carotaggi effettuati nei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide. Ma le due ipotesi da Armageddon, da fine del mondo, quelle della Terra che si trasforma in una palla di ghiaccio oppure in una palla di fuoco, sono sempre state scongiurate dalla natura stessa che aveva creato le condizioni per la loro infausta realizzazione. Il punto di non ritorno non si è insomma mai toccato e molti non capiscono perché 2, 4 o perfino 6 gradi di temperatura globale in più, causati dalle attività umane, dovrebbero fare la differenza proprio adesso.
In un interessante libretto dal titolo Piccola lezione sul clima, l’illustre climatologo Kerry Emanuel spiegava perché è così difficile fare previsioni attendibili sulle conseguenze che una crescente concentrazione di gas serra in atmosfera può avere sul clima globale. Al fenomeno del riscaldamento concorrono infatti una miriade di fattori naturali (le nubi e più in generale la presenza in atmosfera di vapore acqueo, uno dei principali gas serra, le variazioni delle emissioni solari, che possono aumentare facendo salire la temperatura, le eruzioni vulcaniche, che rendono il clima più freddo). Emanuel, pur insinuando il dubbio che i modelli climatici che provano a immaginare il clima del futuro potrebbero non tenere nella giusta considerazione variabili naturali di fatto imprevedibili, sottolinea però che “non si può simulare l’evoluzione del clima negli ultimi trent’anni senza tenere conto dell’influenza dell’uomo sugli aerosol di solfati e sui gas serra“.
Quindi se è difficile stabilire con certezza di quanti gradi la temperatura è destinata ad aumentare se andiamo avanti di questo passo, è certo che le conseguenze si faranno sentire. Ma che succederà? Le grandi distese di ghiaccio dei poli si scioglieranno (processo già in atto) causando un innalzamento del livello del mare. Sul numero di metri i modelli climatici spesso non concordano, ma di sicuro dovremo dire addio a parecchie spiagge e probabilmente a intere isole minori. Anche la potenza degli uragani aumenterà, (a proposito, occhio a Bill, che lambirà la costa sud-orientale degli Stati Uniti nel week-end). Ci saranno più inondazioni ma anche più siccità.
Si è conclusa da pochi giorni a Bonn una serie di incontri informali (qui i webcast degli eventi salienti) di preparazione alla ratifica della convenzione sul clima di Copenaghen che dovrà sostituire il protocollo di Kyoto, fissando i nuovi obiettivi dal 2012 in avanti. Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc), non era per niente contento alla conclusione dei lavori. “Se andiamo avanti di questo passo”, ha affermato, “non ce la faremo”. E quello che intendeva è che non solo non ce la faremo a trovare un accordo in tempo per il vertice di Copenaghen di dicembre, ma non ce la faremo nemmeno a evitare le conseguenze pesantissime delle nostre emissioni sul pianeta. Le posizioni sono ancora troppo lontane e si parla di obiettivi “troppo poco ambiziosi” in merito alla riduzione delle emissioni.
Così si scopre che lungi dal voler correre ai ripari, sia pure nel modo economicamente meno doloroso possibile, i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo già trattano sull’aumento di temperatura da considerare accettabile (si parla di 2 °C). Ma non offrono tagli di emissioni sufficienti nemmeno per frenare il termometro a +4 °C.
Prossimo appuntamento a fine settembre a Bangkok, per cercare di togliere dal testo della convenzione almeno qualcuna delle circa 2500 parentesi che racchiudono altrettanti punti su cui un accordo tra le parti a quanto pare ancora non c’è.
Il presidente Usa Barack Obama
“La nostra capacità di affrontare una sfida di questa portata per la salute pubblica dipende fortemente dal lavoro della nostra comunità scientifica e medica. E questo è un ulteriore esempio del perché non possiamo permettere che la nostra nazione rimanga indietro”. Sono le parole pronunciate da Barack Obama in un discorso tenuto ieri alla National Academy of Sciences a proposito dell’influenza suina.
Mentre si avvicina per Obama il traguardo dei 100 giorni, sembra che il presidente sia impegnato a rassicurare gli americani sul fatto che il loro primato nel campo scientifico e tecnologico non andrà sprecato né perduto. E per fare questo rievoca l’eterna sfida tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni ‘50 e ‘60 per la conquista dello spazio, sostenendo che da allora la spesa per la ricerca scientifica è costantemente calata in percentuale sul Pil.
Decidendo di spendere più del 3 per cento del Prodotto Interno Lordo nella scienza, Obama sostiene che gli Usa potranno non solo tornare al livello in cui erano nell’epoca d’oro dell’era spaziale, ma addirittura superarlo. Tra i sistemi per allocare più risorse alla ricerca, Obama ha stabilito nel piano fiscale per il 2010 dei crediti fiscali permanenti per le imprese che investono in ricerca e sviluppo.
E l’allarme per l’emergenza sanitaria dovuta all’influenza suina non fa dimenticare al presidente americano gli altri obiettivi, alcuni dei quali sono stati pilastri fondamentali della sua campagna presidenziale. Primo fra tutti la “necessità di questa generazione di spezzare la dipendenza dai carburanti fossili” come unica possibilità reale per combattere efficacemente i cambiamenti climatici. Anche a questo serviranno i maggiori fondi che il governo conta di destinare alla ricerca.
Castello di Maniace, sede del vertice
Le ipotesi per uno scenario “post-Kyoto” con l’intento di riflettere su come conciliare gli impegni finanziari per la stabilizzazione dei mercati con i programmi di investimento necessari alla riduzione delle emissioni: il rapporto tra crisi dei mercati ed investimenti nelle tecnologie a basso consumo per il post 2012.
Al G8 Ambiente di Siracusa, dal 22 al 24 aprile, saranno questi gli argomenti centrali del dibattito tra i ministri dell’Ambiente in vista della Conferenza sul clima delle Nazioni Unite che si terrà a Copenaghen a dicembre 2009.
Un ruolo importante sarà rivestito dalla discussione sulle “Tecnologie a basso contenuto di carbonio”, con le conclusioni dell’Iea (International energy agency) e della Banca mondiale, sempre con particolare attenzione alla crisi economica.
Una sessione del G8 Ambiente sarà dedicata alla biodiversità e all’importanza della funzionalità dei “servizi ecosistemici” per il benessere umano.
L’obiettivo di ridurre la perdita di diversità biologica entro il 2010, deciso dal Summit di Johannesburg nel 2002, è diventato oggetto di attenzione politica con l’avvicinarsi dell’Anno Internazionale della Biodiversità. Potranno essere individuate le priorità per contribuire al dibattito internazionale sulla strategia post-2010 poi riflesse nella “Carta di Siracusa sulla biodiversità”: una dichiarazione politica per rafforzare gli impegni su questo fronte.
E una novità del vertice è costituita dal confronto con le organizzazioni non governative e rappresentanti della società civile. In base al programma, l’incontro è previsto la mattina del 22 aprile al Castello di Maniace, sede del vertice dei ministri dell’Ambiente. Secondo le associazioni si tratta del primo incontro di questo tipo mai organizzato in Italia.
L’apertura ufficiale del vertice, presieduto dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è prevista per le 15,00 del 22 aprile. Il via è con la sessione dedicata alle tecnologie a basso contenuto di carbonio.
Nella prima giornata anche le consultazioni informali sulla “Carta di Siracusa” per la conservazione della biodiversità. Discussione informale propedeutica alla giornata del 23 aprile che si apre con la sessione dedicata appunto alla tema della tutela delle specie. Alle 15,00 via alla sessione sul clima. Per tutto il pomeriggio del 23 aprile, sul tavolo dei ministri dell’Ambiente, le azioni di indirizzo nella lotta ai cambiamenti climatici. La mattina del 24 aprile quarta e ultima sessione del G8 Ambiente. I lavori della giornata finale del vertice saranno dedicati al tema sul rapporto salute e ambiente nei bambini.
Il rapporto tra informazione e il cambiamento climatico sarà al centro di una tavola rotonda in programma nell’ambito del G8 Ambiente che si apre il 22 aprile prossimo a Siracusa.
Nel corso dell’incontro, al quale prenderanno parte esperti del settore comunicazione e studiosi, verrà annunciato il lancio del premio giornalistico “Earth Journalism Award”, che verrà consegnato alla Conferenza di Copenaghen nel dicembre del 2009 a 15 giornalisti il cui lavoro in materia di cambiamento climatico si contraddistinguerà per un esemplare livello di qualità. Il ministero dell’Ambiente ha sottoscritto lo scorso gennaio un accordo con la Banca Mondiale per avviare un programma finalizzato allo sviluppo di una corretta informazione sul cambiamento climatico.
Il satellite europeo Goce
Dopo un ulteriore rinvio, avvenuto a sette secondi dalla conclusione delle operazioni di lancio, è partito oggi alle 15,21 il lancio del Goce, il satellite europeo destinato a misurare il campo gravitazionale della Terra, dopo una nottata passata a capire le cause del problema tecnico. Quello di ieri non è il primo rinvio: inizialmente previsto per fine maggio 2008, il lancio era stato rinviato al 10 settembre 2008, quindi in ottobre e poi ancora al febbraio scorso, sempre per problemi del lanciatore. Rinvii che hanno tenuto in naftalina quello che è stato definito il “Ferrari dei satelliti”, termine che trae origine non tanto dal colore, come è stato scritto impropriamente, (di rosso ha soltanto una piccola parte sulla sua estremità), ma dal fatto che sia “un vero e proprio fuoriserie del settore, un satellite senza precedenti nella misura nel campo gravitazionale e con una strumentazione di bordo sofisticatissima, tra cui un gradiometro di estrema precisione che trova impiego per la prima volta nello spazio”, come riferiscono fonti dell’Ansa a Panorama.it.
Il Goce (acronimo inglese di Gravity field and steady state ocean circulation explorer) è il primo satellite ad essere sviluppato come parte del programma dell’Esa Living Planet, ed è destinato alla realizzazione della prima mappa mondiale ad alta risoluzione del campo gravitazionale terrestre, la cui forma irregolare nasce da misure cruciali sia per il clima che per conoscere i processi interni alla crosta terrestre e collegati alla comparsa di terremoti e vulcani. Pesa 1.100 chili, è lungo 5 metri e ha una sezione di un metro. E’ costato 350 milioni di euro e alla sua realizzazione hanno collaborato 45 aziende europee sotto la guida della Thales Alenia Space (Thales-Finmeccanica).
Osserverà la terra dalla distanza ravvicinata di 250 chilometri (gli altri satelliti si trovano a oltre 400 chilometri) con l’obiettivo di realizzare la prima mappa ad altissima risoluzione del campo gravitazionale terrestre. O più correttamente, dei campi gravitazionali, al plurale. Perché la forza di gravità generata dal campo gravitazionale terrestre non è la stessa in tutti i punti della superficie del nostro pianeta. Infatti, se la Terra fosse una sfera perfetta, il peso di un corpo sarebbe lo stesso in qualsiasi punto della superficie terrestre. In realtà non è così: spostandosi lungo un parallelo, il nostro peso ha piccole variazioni, in dipendenza dalla quota sul livello del mare, dalla presenza o meno di caverne sotto i nostri piedi, di bacini idrici sommersi, dal fatto che ci troviamo sulla terraferma o sugli oceani e così via. Ecco perché una misura accurata del campo gravitazionale terrestre, come quella che fornirà Goce, servirà a capire meglio la circolazione oceanica, un fattore determinante per il clima terrestre.
”Sono stati fatti tutti i controlli e c’è luce verde al lancio”, ha detto poco fa il portavoce dell’Esa, Franco Bonacina. Per seguire in diretta le fasi successive al lancio del satellite si può andare sul sito dell’Esa.
Un video dell’Esa (in inglese) presenta il Goce
Il cambiamento climatico mette a rischio la produzione di pesce e sta già modificando la distribuzione sia delle specie marine sia di quelle di acqua dolce, “influenzando la stagionalità dei processi biologici, alterando i sistemi alimentari marini, con conseguenze imprevedibili per la produzione di pesce”. A rilevarlo è il nuovo rapporto della Fao, intitolato “Stato mondiale della pesca e dell’acquacoltura” (Sofia nell’acronimo inglese), secondo il quale l’industria ittica e le autorità nazionali per la pesca “devono fare di più per prepararsi ad affrontare l’impatto che il cambiamento climatico avrà sulla pesca mondiale. Le specie che vivono in acque calde vengono spinte verso i poli e stanno subendo cambiamenti nelle dimensioni degli habitat e nella riproduttività”.
Secondo il rapporto, il 19 per cento delle principali specie marine commerciali sono sfruttate in eccesso, l’8 per cento è esaurito e l’1 per cento è in fase di recupero. Il settore della pesca sembra non conoscere limiti di espansione. Nel 2006 è stato raggiunto un nuovo record di 143,6 milioni di tonnellate (di cui 92 milioni da pesca da cattura e i restanti 51,6 da acquacoltura) e le aree in cui si registra una maggiore produzione o sovra-produzione sono il nord Atlantico, l’Oceano Indiano occidentale e il nord ovest del Pacifico. La flotta mondiale conta circa 2,1 milioni di unità ma la stragrande maggioranza di queste (circa il 90 per cento) è più piccolo di 12 metri di lunghezza. Considerando tutte le attività dirette o indirette legale a pesca e acquacoltura, oltre mezzo miliardo di persone nel mondo dipende dal settore ittico. Il pesce fornisce a oltre 2,9 miliardi di persone almeno il 15 per cento del consumo medio pro-capite annuale di proteine animali e contribuisce ad almeno il 50 per cento del consumo totale di proteine animali in molti piccoli stati insulari e in molti paesi in via di sviluppo.
Il rapporto medio tra carburante ed emissioni di biossido di carbonio (CO2) per la pesca di cattura è stimato attorno ai 3 teragrammi di CO2 per milione di tonnellate di carburante usato. “Tale rapporto potrebbe migliorare. Una buona gestione della pesca può significativamente accrescere l’efficienza del carburante nel settore”, afferma Kevern Cochrane, uno degli autori del Sofia. “La capacità eccessiva dei pescherecci significa meno pesce pescato per imbarcazione - ovvero, una minore efficienza del carburante - mentre la competizione per le risorse limitate implica che i pescatori cercano continuamente di aumentare la potenza del motore, riducendo ulteriormente l’efficienza del carburante”. E aggiunge: “Il messaggio per gli addetti e per le autorità del settore ittico è chiaro: attenetevi alle migliori pratiche, come quelle contenute nel Codice di condotta per una pesca responsabile della Fao, e avrete già fatto un passo importante per mitigare gli effetti del cambiamento climatico”.
Può suonare come una provocazione ma non lo è. Il titolo del saggio pubblicato sul numero di marzo della rivista The Ecologist non potrebbe essere più serio: Abandon Hope (abbandonate la speranza). A chiederlo sono John Vucetich, assistente alla cattedra di ecologia animale alla Michigan Technological University, e Michael Nelson, professore associato di etica ambientale alla Michigan State University. L’idea alla base dell’articolo è la seguente: sperare che prima o poi tutti si rendano conto dell’emergenza ambientale e comincino a vivere in maniera più sostenibile potrebbe fare alla causa ecologista più male che bene.
Sfatando un luogo comune, che ha preso piede negli ultimi anni e marcatamente dall’uscita del film di Al Gore in poi, gli autori sostengono che non è vero che la speranza può motivare le persone a risolvere spinosi problemi sociali e ambientali. E se la speranza è soltanto un placebo, come i due esperti sembrano suggerire, il suo contraltare pratico non è certo la disperazione, o il cinismo di chi sostiene che tanto le azioni delle persone non possono cambiare le cose. Vucetich e Nelson sostengono, al contrario, che per salvare davvero l’ambiente è necessario fare appello a una virtù intrinseca: comportarsi in maniera sostenibile perché è semplicemente la cosa giusta da fare.
Ma cosa c’è di così sbagliato nella speranza? Secondo gli autori, anni di bombardamento mediatico volto a rappresentare i problemi ambientali in maniera drammatica, sottolineando l’imminente catastrofe cui l’umanità è destinata e il senso di ineluttabile tragedia ad essa collegato, fanno a pugni con il ricorso alla speranza come sprone per una positiva risoluzione. La speranza può anzi essere controproducente: “Non ho molti motivi di vivere in maniera sostenibile se l’unica ragione per farlo è sperare in un futuro sostenibile, perché ogni messaggio che ricevo mi suggerisce che il disastro è garantito”, spiegano gli studiosi.
Siccome, insomma, i messaggi ricevuti sono altamente contraddittori, e vista la predisposizione a dubitare di quello che ci viene detto dalle autorità, si può aprire comprensibilmente la strada alla sfiducia. E di conseguenza le persone smettono di fare sforzi per vivere in maniera rispettosa dell’ambiente perché non vedono le proprie speranze di migliorare la salute del pianeta come plausibili. Per evitare il disastro, allora, c’è bisogno di dare alle persone motivazioni per vivere in maneira sostenibile che siano più razionali ed efficaci, basate sulle virtù più che sulle conseguenze. Che cosa significa questo in pratica? Che abitudini di vita ecologicamente sostenibili devono essere presentate come paragonabili a regole fondanti del vivere sociale, come la condivisione e l’aiuto reciproco, che trovano in se stesse la loro motivazione, perché rappresentano il miglior modo di vivere. Non bisogna più puntare sulla speranza di un futuro migliore, ma sulla volontà di vivere in un più roseo presente, allargando la nostra definizione di senso civico e delle regole di convivenza fino a comprendere anche i comportamenti rispettosi dell’ambiente.
Questo diverso approccio, concludono gli autori, avrebbe poi il vantaggio di spronare a comportamenti sostenibili anche coloro che non credono che ci troviamo sull’orlo di un disastro ecologico, e aiuterebbe le persone a scoprire il collegamento che esiste tra problemi ambientali e problemi sociali, una connessione che è reale ma che a molti ancora sfugge.
Un’idea per l’idrogeno pulito
Ridurre drasticamente la dipendenza dai combustibili fossili. L’obiettivo di Hicham Idriss, esperto di energie alternative della scozzese Università di Aberdeen, non è certo originale. Lo è invece il modo in cui ritiene di poterlo raggiungere, attraverso un metodo del tutto naturale e rinnovabile per produrre idrogeno da utilizzare in celle a combustibile che generano direttamente elettricità, disponibile per abitazioni e automobili in un futuro non troppo lontano. Ammesso che le politiche energetiche, sottolinea Idriss, mutino in una direzione favorevole a questa scoperta. Il metodo, frutto di un decennale progetto di ricerca internazionale, prevede di ricavare l’idrogeno dall’etanolo, che è ottenuto dalla fermentazione di prodotti agricoli ed è perciò ecocompatibile, in quanto l’anidride carbonica generata anche con questo nuovo processo viene riassimilata dall’ambiente e sfruttata dalle piante nel loro naturale ciclo di crescita, al contrario di quanto accade con oltre il 90 per cento dell’idrogeno attualmente prodotto nel mondo tramite estrazione dal gas naturale, cioè con ampie emissioni di anidride carbonica che contribuiscono al riscaldamento globale. Questa fondamentale differenza è dovuta al fatto che i ricercatori coordinati da Idriss sono riusciti a creare il primo stabile catalizzatore in grado di ricavare per l’appunto l’idrogeno dall’etanolo: si tratta di nanoparticelle di metalli depositate su una struttura di supporto fatta di nanoparticelle più grandi di ossido di cerio, composto utilizzato anche nei catalizzatori di alcune auto. L’idrogeno necessario per fare funzionare una cella a combustibile di medie dimensioni può essere prodotto servendosi di un chilo del catalizzatore in questione. Con l’ulteriore vantaggio che anche il velenoso monossido di carbonio generato dal procedimento viene contemporaneamente convertito in anidride carbonica, azzerando quindi ogni rischio per l’ambiente.
Il Wilkins Ice Shelf in un’immagine dell’11 dicembre
Rischia di andare lentamente alla deriva al largo delle coste della penisola Antartica e per questo un occhio dallo spazio ne monitora i movimenti. E’ il Wilkins Ice Shelf, una piattaforma di ghiaccio, lunga circa 150 km e larga 110, che a partire dal marzo di quest’anno a seguito di un’enorme frattura creatasi con la terraferma e si sta lentamente disintegrando. La colpa di questo fenomeno totalmente inedito viene data al riscaldamento globale e per questo il Wilkins Ice Shelf è considerato una sorta di sentinella dei cambiamenti climatici e si ritiene che seguire l’evoluzione del suo viaggio possa dare ai climatologi degli strumenti in più per capire cosa sta succedendo.
Ad aiutare gli scienziati ci pensa l’Esa, Ente spaziale europeo, che con il suo Advanced Synthetic Aperture Radar (ASAR) cattura i movimenti della piattaforma in tempo reale e li trasmette, aggiornandoli quotidianamente, sulla pagina web dedicata, creando un’animazione che aiuta i visitatori a cogliere i cambiamenti intervenuti tra una foto e l’altra. Ad essere monitorato è soprattutto il sottile ponte di ghiaccio che unisce il Wilkins Ice Shelf a Charcot Island. Si tratta di una “passerella” lunga un centinaio di km, ma larga solo qualche km. Se dovesse spezzarsi, si romberebbe l’ultimo legame con la terraferma accelerando la distruzione della piattaforma.
Un video mostra la frattura creatasi nel Wilkins Ice Shelf