Leggi tutte le notizie su:
censura

Tempi difficili per la libertà di espressione in Rete. Nemmeno un mese dall’inizio del 2012 e già il popolo del Web si è trovato a dover fronteggiare (e informarsi a riguardo di) SOPA, PIPA e ACTA. Non bastasse, a poche ore dall’annuncio che 22 paesi dell’UE hanno sottoscritto un accordo (ACTA, appunto) da molti considerato strangola-Rete, dai piani alti di Twitter arriva un annuncio che ha del sensazionale: il sito di microblogging si riserva la possibilità di censurare determintati tweet, in determinati paesi, a seconda delle leggi vigenti.
Continua

Vasco Rossi (Credits: LaPresse)
Qui non si tratta di essere fan o meno di Vasco, ma semplicemente di guardare ai fatti come stanno. Continua

Comunque vada a finire, la delibera dell’Agcom sul diritto d’autore, un risultato l’ha già prodotto: ha aperto un dibattito in Rete di quelli che non si vedevano da tempo. Già più di 40 mila pagine pubblicate sulla vicenda negli ultimi due giorni e un numero di tweet che - come fa notare Stefano Quintarelli - cresce in maniera esponenziale. Continua

(Credits: Google)
Questa volta Google Maps non c’entra. La mappa pubblicata da Mountain View a questa pagina ha infatti a che vedere con la rimozione dei contenuti che transitano sul suo motore di ricerca (ma anche su altre piattaforme proprietarie, come Blogger e YouTube). Si chiama Government Request ed è di fatto il primo censimento sulle richieste di censura da parte dei governi di tutto il mondo. Cina esclusa, naturalmente, giacché Pechino non ha acconsentito al trattamento dei propri dati personali ai fini della ricerca. Praticamente una censura sulla censura.
Continua

Il governo americano ha chiesto alla Cina di revocare la richiesta inviata a fine maggio ai produttori di personal computer di vendere in Cina solo Pc con preinstallato il famigerato software cinese per “filtrare” l’accesso a Internet.
Il software, “Green Dam Youth Escort“ dovrebbe essere su ogni macchina in vendita in Cina a partire dall’1 luglio. Le autorità cinesi avevano presentato il software come uno strumento per proteggere i bambini. Giustificazione ovviamente non credibile.
(Foto Ap/Greg Baker) - In un negozio di Pechino il personale di vendita nel reparto dei notebook.
WSJ blog: China Journal: China’s New Required PC Filtering Software – The Official Notice
Shanghaiist: The Great Firewall in the Real World: The Green Dam Youth Escort
Global Voices Online: China: A leaking dam?
WSJ blog: China Journal: “Green Dam” Creator Seeks To Reassure That He’s Not Out To Censor China’s Web
Il logo di Wikileaks
Un link multato con 11mila dollari al giorno: è la salatissima pena inflitta ai gestori di un forum australiano per non aver rimosso un collegamento web alle fotografie di un sito antiabortista. Che era nella “lista nera” dell’autorità per le telecomunicazioni di Melbourne, la Acma. L’elenco redatto dall’authority australiana ha incluso di recente anche Wikileaks, lo spazio che pubblica documenti riservati di governi, multinazionali e associazioni: le pagine incriminate sono due e riguardano, paradossalmente, la lista dei siti proibiti in un’altra nazione, la Danimarca. Proprio la pubblicazione dell’”indice proibito del web” a Copenhagen ha sollevato un dibattito ancora acceso tra i sostenitori della libertà d’informazione e chi, invece, osserva che alcuni contenuti (come la pornografia) vadano censurati. Anche in Australia la questione è aperta e piuttosto contesa: dal 2002 il governo sta elaborando un progetto di legge che obblighi gli internet provider a filtrare i contenuti. Ma l’opinione pubblica, soprattutto in rete, è contraria.
Non è la prima volta che Wikileaks si scontra con la censura: il sito è completamente irraggiungibile dai molti Paesi non democratici. E il suo fondatore Julian Assange, un australiano che vive in Africa, deve affrontare le spese per le cause legali: per pagare gli avvocati ha deciso che l’accesso alle informazioni “in esclusiva” sarà pagato almeno 25 dollari. Finora Wikileaks ha raccolto più di un milione di documenti: tra i più recenti, 600 report interni delle Nazioni Unite e gli studi Crs degli Stati Uniti, un vero tesoro di dati che soltanto in parte è pubblicato sul web.
Jacob Appelbaum, hacker, descrive il progetto Wikileaks (in inglese)
Herdict, una mappa online per segnalare l’inaccessibilità di siti web
Accesso negato. Warning. Error 404. Sono messaggi che appaiono quando un sito non è raggiungibile. E da oggi è possibile segnalarlo a Herdict, una mappa collettiva che raccoglie, attraverso le denunce degli utenti, gli indirizzi delle “strade interrotte” della rete . Nelle prime ore sono già più di 200 gli spazi web che i navigatori cinesi hanno indicato come non raggiugibili: Bullogger.com e Twitter sono in cima alla classifica provvisoria. Un elenco che è destinato a crescere rapidamente. Nell’Iran degli ayatollah gli utenti dichiarano di non avere accesso a Balatarin.com e 5rah.com. Le liste per ogni nazione si allungano di ora in ora. Herdict è un gioco di parole: significa “verdetto del gregge” (verdict of herd, in inglese) e la mascotte dell’iniziativa è una pecora.
Il progetto è stato lanciato dal Berkman center, un istituto che analizza il rapporto tra internet e diritti civili. La cartina collettiva del web oscurato, però, non rivela i motivi dell’impedimento nell’accesso: interventi governativi, problemi tecnici o un attacco di hacker? Negli ultimi mesi iniziative private e pubbliche hanno puntato i riflettori sull’accesso alla rete e ai suoi contenuti. Cercando la collaborazione degli utenti su scala globale. È aperto, infatti, il dibattito sulla net neutrality (la neutralità tecnologica della rete nella circolazione dei contenuti): Google ha lanciato di recente Measurement labs, un’insieme di strumenti per monitorare la qualità della connessione ed eventuali filtri al peer to peer.
Una pecora-mascotte spiega come funziona Herdict (in inglese)
Internet café
Questa volta Teheran ha deciso di fare le cose in grande: le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a cinque milioni di siti web. Dichiara il consigliere del procuratore generale, Abdol Samad Khorramabadi: “Il nemico abusa della rete per cercare di invadere l’identità religiosa” della Repubblica islamica. Soltanto pochi mesi fa era stata avanzata la proposta della pena di morte per i blogger. Internet preoccupa seriamente le autorità iraniane: è lo spazio pubblico più aperto alla discussione in una nazione dove l’età media è di 27 anni. E i navigatori dell’Iran sono curiosi di ciò che accade nel mondo, ma non è raccontato dai mass media locali: leggono Wikipedia poco meno degli italiani.
Il vento della censura soffia forte anche in Estremo oriente: il Ministero delle comunicazioni tailandese ha censurato siti responsabili di offese alla monarchia, minacce alla sicurezza nazionale, disturbo dell’ordine e atti osceni. Eppure alcuni analisti notano che molti spazi web chiusi sono legati al movimento di opposizione dopo il colpo di Stato dello scorso novembre. Un lavoro raffinato, quello dei censori tailandesi: hanno limitato anche le possibilità di aggirare i filtri, bloccando alcuni server proxy e chiedendo a Google di rimuovere dall’archivio (la memoria cache) le pagine indesiderate.
È un problema che riguarda unicamente Paesi in via di sviluppo? Pare proprio di no. In Australia il Parlamento sta considerando la possibilità di filtrare il traffico web dell’isola con il resto del mondo. E negli Stati Uniti, dove internet è nata 39 anni fa, sono state avanzate alcune proposte alla Fcc (equivalente dell’italiana Agcom) per eliminare “qualsiasi immagine o testo che sarenne dannoso a giovani e adolescenti” al di sotto dei 18 anni di età. Nella vicina Germania la versione locale di Wikipedia è stata bloccata per due giorni: un deputato del partito di sinistra Linke, Lutz Heilmann, aveva chiesto all’autorità giudiziaria di indagare su alcune informazioni della voce che lo riguardava nell’enciclopedia online più grande del mondo. Più che del suo passato nella Stasi (peraltro noto), Heilmann era preoccupato perché si potevano leggere due notizie false (cioè che non aveva finito l’università ed era stato coinvolto in una società pornografica). Risultato: censurata l’intera versione tedesca di Wikipedia. Il blocco è stato rimosso dopo che il deputato ha ritirato la denuncia, ma nel frattempo le donazioni per l’opera culturale lanciata da Jimmy Wales sono quintuplicate, arrivando a 6mila euro al giorno.
È stato Maradona a sollevare un polverone in Argentina, ma questa volta il “Pibe de oro” non c’entra: i giudici di Buenos Aires hanno deciso che le notizie sul calciatore dovranno essere filtrate dai motori di ricerca Google e Yahoo. Chi vuole provare cosa significa navigare in un web “censurato” può farlo con il browser Firefox: basta scaricare un’applicazione che permette di muoversi in rete con le stesse limitazioni imposte dalle autorità cinesi…
Come un Grande fratello che ogni tanto si distrae: se gli utenti cinesi connessi contemporaneamente a internet sono troppi, i filtri non riescono a bloccare tutte le parole proibite che attraversano la rete. È l’immagine della censura cinese scattata da un team di ricercatori americani delle università di Davis e del New Mexico. Un meccanismo imperfetto che però “incoraggia l’auto-censura attraverso la percezione che gli utenti sono sotto osservazione”, osservano gli autori dello studio.
Secondo i dati ufficiali sono 30mila i poliziotti impiegati a tempo pieno nel controllo del web: parole proibite come Dalai Lama o piazza Tianamen sono censurate attraverso il blocco dei flussi di dati (come una conversazione attraverso una chat o un servizio voip) oppure impedendo l’accesso agli indirizzi internet che le contengono, come quelli di un sito web, di un blog, di un forum. In questo caso all’utente appare soltanto la scritta “Pagina non trovata”, come un qualsiasi errore di connessione. Per l’università di Harvard i siti bloccati sono circa 18mila. Non è facile scavalcare quello che è definito il “Great firewall of China”, la Grande muraglia informatica eretta dalle autorità di Pechino.
L’ultima trovata dei censori sono Jingjing e Chacha: due avatar in miniatura di poliziotti che ogni trenta minuti appaiono sullo schermo dei navigatori quando sono connessi a siti popolari come Sohu e Sina, spazi web che ospitano forum e blog ricchi di discussioni tra gli utenti. I due agenti ricordano ai cinesi di stare lontani dai contenuti illegali. Avvisando così i cittadini prima che scrivano opinioni o commenti proibiti.
- Tags: articolo-29, censura, david-filo, google, identità-virtuale, jerry-yang, open-net, privacy, reporter-senza-frontiere, server-log, shi-tao, Unione-Europea, yahoo
-
Alla fine Google ha ceduto alle pressioni dell’Unione Europea: ridurrà a un anno e mezzo il periodo per conservare i dati relativi ai computer che si collegano al suo sito (i server log). È la risposta di big G alle richieste del gruppo di lavoro Articolo 29 della Ue, che ha sottolineato i rischi per la privacy dovuti alle informazioni conservate nelle memorie di Google. La società di Mountain View ha anche annunciato che rivedrà la politica sulla “scadenza” massima dei cookie, oggi fissata al 2038.
Chi naviga su internet lascia tracce: i “server log“, per esempio, contegono notizie preziose come l’indirizzo internet di provenienza (Ip address), il sistema operativo (per esempio, Windows o Linux), il browser (come Explorer o Firefox) e il “cookie” assegnato al navigatore. Secondo la policy di Google questi dati non sono ceduti a terzi per scopi commerciali, ma potrebbero essere utilizzati “in caso di procedure legali, quali mandati di perquisizione, provvedimenti del tribunale o mandati di comparizione che chiedono dati personali”. Il responsabile per la privacy della società di Mountain View, Peter Fleisher, ha dichiarato che quelle informazioni servono per migliorare il servizio e per esigenze di sicurezza. Di recente l’organizzazione per il rispetto dei diritti umani Privacy international ha classificato Google come ultimo tra ventidue importanti fornitori di servizi online per la protezione dei dati personali.
Se in Europa e negli Stati Uniti cresce l’attenzione per la tutela della privacy, nel resto del mondo sale l’allarme per la censura dell’informazione: secondo Reporter senza frontiere i cyberdissidenti imprigionati nel mondo sono sessantasei. Solo di recente Yahoo! ha fatto le sue scuse alla madre di Shi Tao, il giornalista cinese imprigionato a causa delle informazioni fornite dal motore di ricerca di David Filo e Jerry Yang. Un recente studio reso pubblico dal gruppo di ricerca Open Net individua tre tipi di censura: quella politica, attiva soprattutto in Cina e Myanmar (Cambogia), quella sociale, in crescita nei paesi islamici (come Oman e Arabia Saudita) e, infine, quella alimentata da questioni di sicurezza nazionale.
Gli ultimi commenti