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Cina
Il Presidente USA, Barack Obama. Credits: Olivier Douliery/ABACA/Lapresse
Doveva essere l’uomo nuovo, il paladino del cambiamento, colui che avrebbe fatto sognare l’America all’urlo di “Yes we can”. Si è beccato perfino un Nobel per la Pace prima ancora di aver fatto alcunché di realmente pacifico. Tutti si aspettavano che la politica di Obama sarebbe stata l’esatto opposto di quella di George W. Bush, proprio come il negativo di una fotografia. E l’atteggiamento rispetto alla questione ambientale non avrebbe dovuto fare eccezione. Invece ecco che gli Stati Uniti, ai margini del vertice delle nazioni dell’Asia-Pacifico (Apec) appena conclusosi a Singapore, si sono fatti il loro accordo su misura con la Cina, destinato a rendere il summit sul clima di Copenaghen di dicembre poco più che una gita sociale.
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Impianto chimico negli anni ‘70 (Credit: Flickr/UsNationalArchives)
Quante tonnellate di anidride carbonica sparavamo nell’atmosfera 50 o 60 anni fa? E quanta oggi? Chi inquina di più tra Cina e Usa? E di quante emissioni è responsabile il singolo cittadino russo, australiano o francese? Soddisfa queste curiosità la mappa interattiva basata sui dati del Carbon Dioxide Information Analysis Center che si trova sul sito del Washington Post nella sezione dedicata al clima. In una forma grafica molto semplice e intuitiva si vede il peso dei diversi paesi nel computo delle emissioni da combustibili fossili, e facendo scivolare la leva del tempo lungo i decenni si può osservare come aumentano le emissioni globali.
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(Nella fotografia, pale eoliche. Credits: the russians are here)
Cosa soddisferà la sete di energia della Cina? È una domanda che riguarda l’intero pianeta. Carbone, energia idroelettrica e solare sono in poll position per sfamare le industrie e le città in rapida espansione.
Ma c’è una carta jolly, inattesa, che Pechino può ancora giocare: entro venti anni l’eolico sarebbe in grado di sostenere l’economia dell’intera nazione, se il governo fosse disposto ad allentare i cordoni dei finanziamenti in tempo utile. Il costo dell’energia generata dalle pale rotanti è accessibile: circa 6-8 centesimi per chilowattora.
Da soluzione di nicchia diventerebbe una tecnologia di massa. Secondo i ricercatori di Harvard e della Tsinghua, gli impianti andrebbero costruiti nel nord e nell’ovest, un’area poco popolata dove sarebbe minimizzato l’impatto ambientale.
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Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.
Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.
Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.
Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.
I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.
Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.
E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.
A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.
Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?
Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.

Il governo americano ha chiesto alla Cina di revocare la richiesta inviata a fine maggio ai produttori di personal computer di vendere in Cina solo Pc con preinstallato il famigerato software cinese per “filtrare” l’accesso a Internet.
Il software, “Green Dam Youth Escort“ dovrebbe essere su ogni macchina in vendita in Cina a partire dall’1 luglio. Le autorità cinesi avevano presentato il software come uno strumento per proteggere i bambini. Giustificazione ovviamente non credibile.
(Foto Ap/Greg Baker) - In un negozio di Pechino il personale di vendita nel reparto dei notebook.
WSJ blog: China Journal: China’s New Required PC Filtering Software – The Official Notice
Shanghaiist: The Great Firewall in the Real World: The Green Dam Youth Escort
Global Voices Online: China: A leaking dam?
WSJ blog: China Journal: “Green Dam” Creator Seeks To Reassure That He’s Not Out To Censor China’s Web
Un internet point in Cina
La Cina non ha paura di Internet, secondo quanto ha dichiarato oggi il ministero degli Esteri, ma l’accesso al popolare sito di video sharing YouTube sembra essere bloccato. YouTube non è utilizzabile dagli utenti in Cina (dove le autorità filtrano i contenuti del web che potrebbero essere dannosi per il partito comunista) da lunedì sera. “Molta gente ha la falsa impressione che il governo cinese tema Internet. In effetti è esattamente l’inverso”, ha detto un portavoce del ministero degli Esteri ai giornalisti.Il portavoce ha specificato che i 300 milioni di Internauti cinesi e gli oltre 100 milioni di blog mostrano che “Internet in Cina è aperto, ma ha bisogno di essere regolato dalla legge per prevenire il diffondersi di informazioni dannose per la sicurezza nazionale”.Il portavoce ha aggiunto di non sapere nulla riguardo al blocco di Youtube.L’accesso a YouTube è stato intermittente all’inizio di marzo, nel corso del primo anniversario delle proteste in Tibet.I n gennaio, in un blitz contro il web, centinaia di siti cinesi sono stati chiusi, inclusi popolari blog e siti popolari fra i tibetani. La cosa è stata descritta dagli analisti come un altro passo nella battaglia del Partito contro i dissidenti, in un anno segnato da importanti anniversari, inclusi i 20 anni dalla rivolta, soffocata nel sangue, di Piazza Tienanmen.
- admin
- Martedì 24 Marzo 2009
Il progetto del palazzo che, a Shenzhen, ospiterà gli uffici del China Insurance Group
Duecento metri per 49 piani, 1.600 metri quadrati di area calpestabile, alimentazione ad energia solare e una parete in grado di proiettare immagini multimediali: sono queste le peculiarità del nuovo palazzo che, a Shenzhen, ospiterà il China Insurance Group. Presentato dagli austriaci di Coop Himmelb(l)au (letteralmente, cielo blu: anche questo un buon auspicio per una delle megalopoli più inquinate della Repubblica popolare cinese), il progetto è stato votato all’unanimità dalla giuria del concorso “4 torri in 1″. Bandito dall’autorità urbanistica di Shenzhen, il piano “4 torri in 1″ ha selezionato quattro progetti per il nuovo distretto finanziario cittadino cui sono stati destinati gli uffici di Shenzhen Media Group, China Construction Bank, China Insurance Group, e Southern & Bosera Funds.
Il palazzo degli austriaci è stato studiato in maniera tale da ridurre gli effetti della pressione del vento, garantire una ventilazione naturale nei corridoi all’interno oltre che ripari d’ombra nelle stanze particolarmente esposte alla luce del sole. L’energia solare è invece garantita dal posizionamento di cellule fotovoltaiche sulle pareti esterne dell’edificio, e, nonostante al momento sia difficile stimare quanta energia sarà possibile produrre grazie a questo sistema, è evidente che il consumo complessivo della struttura sarà nettamente più basso rispetto ai palazzi meno ecologici circostanti. Ancora, sulle pareti esterne potranno essere riprodotte insegne multimediali controllando con dei computer dei grandi led luminosi distribuiti in maniera irregolare su muri e vetrate.
All’interno, l’edificio è suddiviso in strati. Ai piani alti gli uffici, a quelli bassi le aree accessibili al pubblico. Quelli centrali verranno invece sfruttati per coltivare giardini o per allestire sale riunioni e conferenze.
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Il Nord della Cina è alle prese con una nuova emergenza, quella della siccità, e il Governo, messo alle strette, da il via libera alle soluzioni chimiche. Nelle regioni settentrionali del Paese, le precipitazioni sono diminuite fino al 90%, e la siccità, oltre a minacciare milioni di acri coltivati su cui non piove da oltre cento giorni, potrebbe anche di lasciare oltre quattro milioni di persone senza acqua potabile. Quanto basta per far parlare al Governo di emergenza nazionale, della peggiore siccità negli ultimi cinquant’anni, per affrontare la quale sono stati stanziati 12.6 miliardi di dollari.
Fino a qualche giorno fa, deviando il corso dello Yangtze, è stato possibile portare dell’acqua, seppure in quantità ridotte, nel 60% delle zone colpite, ma l’ultima previsione dei meteorologi, secondo i quali non pioverà nemmeno nei prossimi dieci giorni, ha spinto Pechino ad approvare l’utilizzo della la pioggia artificiale. Ecco perché, nel fine settimana, Hebei, Shanxi, Anhui, Jiangsu, Shandong, Shaanxi e Gansu sono state irrorate da una pioggerellina leggera, generata da agenti chimici che, grazie a 2.392 razzi e 409 cannoni, sono stati sparati nell’atmosfera dove hanno creato nuvole cariche di pioggia.
Aumentare la frequenza delle precipitazioni è fondamentale per Pechino. Una terra talmente arida da diventare incolta rischia di mettere in pericolo uno degli obiettivi primari del governo: mantenere una stabile crescita della produzione agricola, anche per migliorare i redditi dei contadini e dare l’illusione di poter trovare un lavoro in campagna ai venti milioni di operai che la crisi finanziaria internazionale ha costretto ad abbandonare le città.
E se l’ingegnoso sistema per stimolare le precipitazioni può funzionare da palliativo momentaneo, la pioggia, quella vera, si fa attendere ancora.
La Commissione per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare cinese (NPFPC) ritiene che nella Repubblica popolare il numero di neonati che vengono alla luce con “difetti fisici” sia in costante aumento per colpa dell’inquinamento. Per lo staff del Centro medico della Columbia University, i “difetti fisici di nascita” comprendono problemi di salute o anomalie fisiche riscontrabili nei neonati subito dopo il parto. Possono essere anomalie curabili con una terapia poco impegnativa, ma anche difetti in grado di pregiudicare seriamente la salute del bambino.
Secondo Jiang Fan, vice ministro della NPFPC, in Cina il numero di neonati con difetti alla nascita è in aumento sia nelle città che nelle campagne, ma il suo diretto superiore, Li Bin, ha precisato con fierezza che il Governo è già intervenuto in maniera massiccia per migliorare questa situazione permettendo alle donne di beneficiare di esami sanitari gratuiti, pur senza rivelare ulteriori dettagli.
Hu Yali, docente dell’università di Nanjing, crede che in Cina l’inquinamento sia responsabile per almeno il 60% di queste anomalie, e lo dimostrerebbe il fatto che nello Shanxi, regione piena di miniere di carbone e raffinerie chimiche, sia stato registrato il numero più alto di casi di “difetti fisici di nascita”, nello specifico di anomalie cardiache, casi di palato spaccato e di idrocefalia o acqua sul cervello. Ancora, uno studio condotto a Yale ha rilevato che l’inquinamento dell’aria (e in particolare la concentrazione di monossido di carbonio, ossido di nitrogeno e particolati PM2.5 e PM 10) facilita la nascita di bambini sottopeso. Alla Columbia, invece, è stato scoperto che l’eccessiva esposizione ad agenti inquinanti derivanti dalla combustione provoca anomalie cromosomiche nei tessuti del feto.
Pur riconoscendo che dal 2001 al 2006 i “difetti di nascita” nella Repubblica popolare sono aumentati del 40 per cento, colpendo almeno un milione e 200mila neonati, i cinesi non amano diffondere i risultati dei loro studi. Tuttavia, Pan Jianping, docente dell’Università di Xi’an Jiatong, mette in guardia sul fatto che l’aumento dei “difetti fisici di nascita” dei neonati cinesi potrebbe avere ripercussioni a livello di sviluppo economico e qualità della vita qualora nel tempo le anomalie si trasformassero in difetti visibili. In Cina l’apparenza è molto importante, e un difetto fisico rischia di creare un trauma psicologico insuperabile.
Internet café
Questa volta Teheran ha deciso di fare le cose in grande: le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a cinque milioni di siti web. Dichiara il consigliere del procuratore generale, Abdol Samad Khorramabadi: “Il nemico abusa della rete per cercare di invadere l’identità religiosa” della Repubblica islamica. Soltanto pochi mesi fa era stata avanzata la proposta della pena di morte per i blogger. Internet preoccupa seriamente le autorità iraniane: è lo spazio pubblico più aperto alla discussione in una nazione dove l’età media è di 27 anni. E i navigatori dell’Iran sono curiosi di ciò che accade nel mondo, ma non è raccontato dai mass media locali: leggono Wikipedia poco meno degli italiani.
Il vento della censura soffia forte anche in Estremo oriente: il Ministero delle comunicazioni tailandese ha censurato siti responsabili di offese alla monarchia, minacce alla sicurezza nazionale, disturbo dell’ordine e atti osceni. Eppure alcuni analisti notano che molti spazi web chiusi sono legati al movimento di opposizione dopo il colpo di Stato dello scorso novembre. Un lavoro raffinato, quello dei censori tailandesi: hanno limitato anche le possibilità di aggirare i filtri, bloccando alcuni server proxy e chiedendo a Google di rimuovere dall’archivio (la memoria cache) le pagine indesiderate.
È un problema che riguarda unicamente Paesi in via di sviluppo? Pare proprio di no. In Australia il Parlamento sta considerando la possibilità di filtrare il traffico web dell’isola con il resto del mondo. E negli Stati Uniti, dove internet è nata 39 anni fa, sono state avanzate alcune proposte alla Fcc (equivalente dell’italiana Agcom) per eliminare “qualsiasi immagine o testo che sarenne dannoso a giovani e adolescenti” al di sotto dei 18 anni di età. Nella vicina Germania la versione locale di Wikipedia è stata bloccata per due giorni: un deputato del partito di sinistra Linke, Lutz Heilmann, aveva chiesto all’autorità giudiziaria di indagare su alcune informazioni della voce che lo riguardava nell’enciclopedia online più grande del mondo. Più che del suo passato nella Stasi (peraltro noto), Heilmann era preoccupato perché si potevano leggere due notizie false (cioè che non aveva finito l’università ed era stato coinvolto in una società pornografica). Risultato: censurata l’intera versione tedesca di Wikipedia. Il blocco è stato rimosso dopo che il deputato ha ritirato la denuncia, ma nel frattempo le donazioni per l’opera culturale lanciata da Jimmy Wales sono quintuplicate, arrivando a 6mila euro al giorno.
È stato Maradona a sollevare un polverone in Argentina, ma questa volta il “Pibe de oro” non c’entra: i giudici di Buenos Aires hanno deciso che le notizie sul calciatore dovranno essere filtrate dai motori di ricerca Google e Yahoo. Chi vuole provare cosa significa navigare in un web “censurato” può farlo con il browser Firefox: basta scaricare un’applicazione che permette di muoversi in rete con le stesse limitazioni imposte dalle autorità cinesi…