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Commissione-Europea

Medici italiani poco tecnologici: solo il 40 per cento usa internet

Stetoscopio

Ancora poco tecnologici i camici bianchi italiani: tra i medici di famiglia e i pediatri di base, oltre 55 mila in Italia, solo 2 su 5 (il 40 per cento) usano internet in ambulatorio. Emerge dall’Ufficio studi del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie. Un limite importante visto che è sulla loro rete che si fonda la concreta modernizzazione del sistema: dalla ricetta elettronica alla trasmissione dei dati dei pazienti alle Asl e nelle farmacie, dalle cure a domicilio con la telemedicina alla cartella clinica digitale.

L’utilizzo del computer come database medico è diffuso ma le potenzialità del mezzo elettronico rimangono ancora largamente inesplorate. In Italia come in Europa, come ha dimostrato un sondaggio della Commissione europea sui servizi elettronici di assistenza sanitaria nel nostro continente. L’87 per cento dei medici generici europei usa il computer, il 48 per cento dispone di una connessione a banda larga e il 69 per cento ha accesso ad un collegamento internet. Nonostante questo, la percentuale dei camici bianchi che scambia comunicazioni elettroniche con i pazienti è di appena il 4 per cento, le ricette elettroniche sono utilizzate solo dal 6 per cento di loro e appena il 10 per cento scambia elettronicamente dati con altri centri sanitari. Da una ricerca recentemente condotta negli Stati Uniti e riportata sul Bollettino di informazione sui farmaci, emerge che la rete viene utilizzata soprattutto come una “grande biblioteca” per la consultazione di articoli estrapolati dalle riviste, piuttosto che per consultare in modo sistematico le riviste specializzate, o per seguire corsi di aggiornamento a distanza.

Quali sono le ragioni per cui i medici continuano ad usare poco internet? Gli impegni di lavoro non lasciano molto spazio al medico e spesso l’eccesso di notizie in rete va di pari passo con la difficoltà di trovare informazioni realmente affidabili. Ma ci sono motivi altrettanto importanti per convincere i medici a usare le tecnologie messe a disposizione dalla rete: la necessità di confrontarsi con pazienti sempre più informati, le opportunità che offre il web di ottimizzare i tempi di lavoro, lo scambio di informazioni utili per diagnosi anche a migliaia di chilometri di distanza. Secondo gli esperti, le informazioni che i medici si scambiano sono principalmente i risultati delle analisi di laboratorio (40 per cento), i dati amministrativi per i rimborsi (15 per cento), le informazioni mediche verso le strutture di cura (10 per cento) e le prescrizioni farmaceutiche (6 per cento).

Mais Ogm, la Francia conserva la clausola di salvaguardia

Fallisce il tentativo della Commissione europea di costringere la Francia a riprendere la coltivazione del MON 810, il mais transgenico prodotto dalla multinazionale americana Monsanto. Durante la riunione del Comitato permanente sulla catena alimentare e la salute animale che si è tenuta ieri a Bruxelles, solo 9 rappresentanti sui 27 paesi membri Ue hanno appoggiato la richiesta formulata il 21 gennaio scorso dalla Commissione Barroso al governo francese di ritirare la “clausola di salvaguardia” sul MON 810. Dopo le raccomandazioni di un comitato scientifico ad hoc istituito dal governo francese, il presidente Nicolas Sarkozy aveva deciso nel gennaio 2008 di sospendere la coltivazione degli Ogm sul territorio nazionale applicando la cosiddetta “clausola di salvaguardia”, una direttiva attivata dalla Commissione europea nel 2001 e che consente a un paese membro dell’Ue di sospendere sine die la coltivazione di una pianta geneticamente modificata, il tempo necessario per comprovarne o meno la nocività.

L’impossibilità da parte del Comitato permanente di raggiungere ieri una maggioranza qualificata costringerà la Commissione a dover chiedere il parere dei ministri europei. In tal caso, Bruxelles deve presentare al più presto una proposta sulla quale i paesi Ue si pronunceranno nei tre mesi successivi. “Non è la prima volta che la Commissione europea prova a forzare la mano degli Stati” spiega all’Agence France Presse Monica Frassoni, co-presidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo. “Ora la sfida è quella di ottenere al Consiglio (dei ministri, ndr)  una maggioranza sufficiente per bocciare la proposta della Commissione”. Ma nel caso in cui una maggioranza non venisse raggiunta, la palla tornerà nuovamente nelle mani della Commissione europea, che questa volta però rischia di mettere la parola fine a questa vicenda obbligando la Francia (e assieme a lei la Grecia) a sospendere la ‘clausola di salvaguardia’.

Clima: dal Parlamento europeo un documento per “new deal verde”

Impianto eolico

Ridurre le emissioni di gas serra per limitare l’aumento della temperatura media entro i 2 gradi attraverso un ricco programma di interventi per il periodo 2009-2014. Con 570 voti favorevoli, 78 contrari e 24 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la relazione di Karl-Heinz Florenz (Ppe/De) sulla futura politica integrata dell’Ue sul cambiamento climatico. La relazione, molto corposa (un’ottantina di pagine), completata dopo 21 mesi i lavori dalla commissione temporanea sul clima presieduta dall’italiano Guido Sacconi (Pse). Con questo rapporto l’Europarlamento sollecita la Commissione e gli Stati membri a sostenere l’invito dell’Onu per realizzare un “new deal verde“, e a orientare gli investimenti che verranno fatti per uscire dalla crisi finanziaria ed economica in modo da sostenere la crescita sostenibile, in particolare, promuovendo le tecnologie verdi.

Largo soprattutto a una serie di obiettivi a medio termine di riduzione delle emissioni di gas serra del 25-40 per cento entro il 2020 e un obiettivo a lungo termine di ridurle almeno dell’80 per cento entro il 2050 rispetto al 1990. L’Aula ha respinto un emendamento del Pse che invitava la Commissione a presentare una relazione sulla necessità di introdurre ecotasse ai fini di un’ulteriore riduzione delle emissioni di Co2. “Il picco delle emissioni globali dovrà essere raggiunto entro il 2015, altrimenti non riusciremo a restare sotto i due gradi di aumento della temperatura. La relazione disegna le tappe verso quest’obiettivo, tappe che trasformeranno la vita quotidiana dei cittadini”, ha spiegato Sacconi durante una conferenza stampa con il relatore Florenz.

Le misure che, secondo l’Europarlamento andrebbero adottate, riguardano i campi della politica estera energetica dell’Ue, dell’energia e dei biocombustibili, dell’efficienza energetica, dell’agricoltura, delle foreste e della pesca. Ma anche il sistema di scambio delle quote di emissioni, la gestione delle risorse idriche, il trattamento dei rifiuti e la tutela della salute. Senza trascurare innovazione, istruzione, formazione e comunicazione. Tra le proposte di Strasburgo c’è anche la necessità di creare una “comunità europea delle energie rinnovabili”, sviluppando soprattutto il settore delle tecnologie di trasporto ecocompatibili, come vetture a idrogeno, elettriche, a pile a combustibile, ibride o a biocarburante. Per quanto riguarda il finanziamento e le questioni di bilancio, il Parlamento rileva che l’Ue dovrebbe impegnarsi seguendo il principio di solidarietà, sia negli ambiti chiave della ricerca e dello sviluppo di tecnologie per la lotta al cambiamento climatico e dell’aiuto allo sviluppo nel settore del clima sia nel sostegno alle misure di adattamento transnazionali, all’aumento dell’efficienza e all’aiuto nelle catastrofi. Esorta quindi la Commissione a redigere un inventario di tutti gli strumenti di finanziamento e della loro rilevanza per gli obiettivi europei di protezione del clima, in vista di adeguare le linee del bilancio ai requisiti necessari della politica climatica, e “senza escludere la possibilità di creare nuovi fondi e di attivare pertanto nuove risorse”.

Quanto al tema controverso dell’energia nucleare, riconoscendo i diversi approcci degli Stati membri in materia, il Parlamento europeo sollecita la Commissione “a riservare un’attenzione particolare ai rifiuti nucleari e al loro intero ciclo, allo scopo di migliorare la sicurezza”. Mentre nella ricerca considera “fattibile” l’esperimento sulla fusione nucleare del reattore Iter, “primo passo per avvicinarsi all’obiettivo di un utilizzo commerciale di questa forma di energia”. Anche se, osservano i deputati, questa nuova fonte energetica potrà fornire “un eventuale contributo al mercato dell’energia solo nel lunghissimo periodo”. “L’Ue – sottolinea il commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas - ha dato l’esempio predisponendo le misure atte a ridurre le emissioni del 20 per cento (con il pacchetto clima adottato a dicembre) e impegnandosi a portare al 30 per cento tale riduzione se altri paesi sviluppati accetteranno di operare tagli simili alla conferenza Onu sul clima di Copenaghen, a dicembre. Dobbiamo considerare l’attuale necessità di ripresa dell’economia come un incentivo ad intensificare gli investimenti nelle industrie a bassa emissione di carbonio e nell’occupazione verde del domani”.

Clima: accordo europeo sulle energie rinnovabili

Sembra spianarsi la strada per l’adozione all’unanimità del pacchetto sul clima denominato “20-20-20” che sarà all’esame del Consiglio europeo venerdì prossimo. Consiglio, Commissione e Parlamento europeo hanno infatti raggiunto un accordo sulla proposta di direttiva sulle energie rinnovabili. E’ uno dei tre tasselli del pacchetto di misure che comprende anche la modifica della direttiva sul sistema comunitario di scambio delle quote di emissione e la ripartizione degli sforzi da intraprendere per adempiere all’impegno comunitario a ridurre le emissioni di gas serra in settori come i trasporti, l’edilizia, i servizi, i piccoli impianti industriali, l’agricoltura e i rifiuti. La proposta di provvedimento sulle rinnovabili mira a portare al 20 per cento la quota di energia prodotta attraverso le fonti alternative, ma questo obiettivo, anche grazie all’iniziativa italiana, sarà soggetto a una ricognizione nel 2014. Tra sei anni si potranno dunque ridiscutere i metodi con cui raggiungere il traguardo prefissato, ma l’iniziale richiesta di Roma di una messa in discussione del target del 17 per cento assegnato al nostro Paese (che parte dal 5 per cento) non ha incontrato il consenso della presidenza francese della Ue. L’intesa non implica, in ogni caso, lo sblocco del difficile negoziato sul complesso del pacchetto clima, che prevede entro il 2020 la riduzione del 20 per cento delle emissioni di Co2, un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e della quota di energie rinnovabili nel fabbisogno totale dell’Ue.

Un pacchetto, “i cui obiettivi non sono negoziabili”, sottolinea il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, spiegando che è comunque necessario garantire un’equa distribuzione dei costi del pacchetto tramite la flessibilità, a fronte di “preoccupazioni giustificate”. Barroso si è quindi detto “fiducioso che il vertice dei capi di Stato e di governo manterrà essenzialmente intatto il pacchetto sul clima, un piano che vale l’1,5 per cento del pil europeo, pari a 200 miliardi di euro”. Il ministro Frattini, dopo un primo momento di insoddisfazione, parla di “importanti passi in avanti: l’Italia, mantiene la sua posizione negoziale per favorire un accordo tra i Ventisette e avanza l’ulteriore richiesta politica di revisione dell’intero pacchetto”.

Sul tavolo rimane il nodo dei meccanismi che fanno maturare permessi di emissione attraverso progetti ecologici all’estero come previsto dal Protocollo di Kyoto. Poi c’è la questione della riduzione unilaterale per l’Europa a 27 delle emissioni di gas a effetto serra (l’obiettivo anche su questo fronte è la riduzione del 20 per cento entro il 2020) per quel che riguarda il comparto industriale. E qui l’accordo è molto più difficile. Se dovesse essere necessario ricorrere alle aste di emissione per i settori a più alta attività energetica, come la produzione di elettricità, cemento, raffinazione, pasta e carta, il costo stimato per l’Italia sarebbe tra i 2,6 e i 3,8 miliardi nel caso che il prezzo unitario di acquisto del credito sia pari a 20 euro a tonnellata di CO2, tra i 6,8 e i 7,6 miliardi nell’ipotesi che la tonnellata di CO2 sia a 40 dollari.

L’accordo sulle energie rinnovabili ha trovato molti consensi. Per l’associazione europea dell’industria eolica (Ewea), “è stato cambiato il futuro dell’energia dell’Europa”, Greenpeace parla di un “accordo storico”, mentre il Wwf ha inviato una lettera a tutti i parlamentari sui benefici legati al taglio delle emissioni e sui percorsi possibili di riduzione dei gas serra in alcuni importanti comparti produttivi come quello del cemento. Più cauto Luigi Paganetto, presidente dell’Enea. “I benefici del pacchetto clima - energia, a parte quelli derivanti dalla minore importazione di combustibili fossili sono, in principio, potenzialmente importanti, ma in concreto dipenderanno dalla misura in cui riusciremo a cogliere le opportunità offerte dalla gara per tecnologia e innovazione che si è aperta in Europa sull’energia – ha dichiarato Paganetto, nel corso di un’audizione in commissione Ambiente della Camera – In ogni caso, per l’Italia i costi dell’assunzione di questo pacchetto saranno più elevati rispetto alla media Ue a causa della bassa efficienza negli usi finali dell’energia, a cominciare dal residenziale, ma anche dei trasporti, industria e servizi”.

In Europa avanza la sanità elettronica, applicazioni in crescita in Italia

Laboratorio di ricerca e diagnostica avanzata della Clinica di malattie Infettive dell'Università di Milano.

La diffusione delle applicazioni di sanità elettronica in Europa permette all’assistenza sanitaria di avere un’amministrazione più efficiente e ridurre i tempi di attesa per i pazienti. Lo conferma un sondaggio pubblicato dalla Commissione europea sui servizi elettronici di assistenza sanitaria (eHealth), dal quale risulta che l’87 per cento dei medici generici europei usa il computer (l’Italia è all’86 per cento) e il 48 per cento dispone di una connessione a banda larga (in Italia sono il 49 per cento). Il 69 per cento utilizza internet (la percentuale sale al 71 in Italia) e il 66 per cento si serve del computer durante le visite. In Italia, poi, oltre il 25 per cento usa la posta elettronica per scambiare informazioni con altri medici, quando la media europea non supera il 20 per cento. “L’Italia comincia a cogliere i frutti della connessione a banda larga nel settore della sanità elettronica - racconta a Panorama.it, Giampaolo Stopazzolo, presidente di Medmatica, l’Expo Forum nazionale che riunisce tutta la filiera produttiva impegnata nella telemedicina e nella sanità elettronica – Ora occorre completare la gestione di laboratorio delle analisi sul web e creare un fascicolo elettronico condiviso e interfacciabile”.

In Europa (e anche in questo caso l’Italia è in media) i dati amministrativi dei pazienti vengono conservati in forma elettronica nell’80 per cento degli studi medici; il 92 per cento di questi è solito archiviare elettronicamente anche i dati relativi a diagnosi e terapie e il 35 per cento conserva in formato elettronico le radiografie. Il sondaggio evidenzia anche le aree che si prestano a ulteriori progressi, come le ricette elettroniche, che sono utilizzate solo dal 6 per cento dei medici generici dell’Ue. In Italia siamo appena all’1 per cento, ma “questa cifra è sicuramente una media che non tiene conto di alcune realtà, come ad esempio quella veneta, dove le ricette cartacee sono quasi del tutto abolite”, aggiunge Stopazzolo.

Per stimolare l’utilizzo sistematico delle tecnologie in ambito sanitario, la Commissione ha adottato nel 2004 un piano d’azione sulla sanità elettronica. eHealth fa parte dell’iniziativa “Mercati di punta per l’Europa” a favore dell’innovazione, lanciata dalla Commissione nel 2008, in cui si lavorerà alla realizzazione di un progetto di servizi sanitari elettronici per i pazienti che viaggiano all’interno della Ue. Il piano europeo prevede inoltre che per il 2010 la spesa informatica in sanità dei 25 paesi debba passare dall’1 al 5 per cento del budget totale. Gli attuali investimenti europei in telemedicina viaggiano al ritmo di 500 milioni all’anno, per un giro d’affari che attualmente ammonta a 11 miliardi di euro. Secondo i dati AiTech – Assinform, negli ultimi tre anni la spesa italiana in ICT sanitario è cresciuta meno dell’1 per cento annuo, a fronte di una crescita della spesa sanitaria di oltre il 7 per cento. La media europea è del 2 per cento, l’Italia è penultima. “Non si può stabilire con certezza quanti soldi si spendono in Italia. La Lombardia, ad esempio, è la regione che investe più risorse istituzionali in sanità elettronica, così come un buon livello è stato raggiunto dal Friuli Venezia Giulia – sostiene ancora il presidente di Medmatica – Il Veneto ha raccolto molte singole iniziative in un unico progetto, sotto il consorzio Arsenal.it. La prima fase del progetto, conclusasi nel 2006, ha dimostrato la sostenibilità dei modelli sperimentati; la seconda fase si concluderà nel maggio del 2009 e prevede di diffondere su più ampia scala i modelli già validati”.

Altre esperienze importanti sono in Puglia, dove si è sviluppato un network cardiologico digitale, e in Sicilia dove l’Istituto mediterraneo per i trapianti e le terapie ad alta specializzazione (Ismett) ha creato il progetto “Digital pathology“, che ha permesso di digitalizzare il laboratorio di anatomia patologica e metterlo in rete con il Centro medico dell’Università di Pittsburgh. Il collegamento avviene in tempo reale attraverso una linea dedicata ad alta velocità e il servizio è disponibile ogni giorno della settimana, 24 ore su 24. L’Ismett si è inoltre dotato di cartella clinica elettronica, che ha sostituito quella cartacea ed è consultabile, attraverso un terminale informatico, in ogni reparto. “Entro 5- 10 anni la situazione italiana avrà raggiunto standard qualitativi eccellenti e si potrà parlare di sanità elettronica federata – conclude Stopazzolo – Serve molta formazione per i medici e per il personale paramedico e si deve arrivare a un sistema digitale simile a un bancomat per la salute, ovvero una banca dati elettronica sempre disponibile in rete e accessibile da qualsiasi terminale”.

Istituto europeo di tecnologia, Trieste protagonista?

Il Parlamento europeo ha approvato il regolamento che istituisce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (European institute of innovation and technology - Eit). Il suo obiettivo è di contribuire alla crescita economica e alla competitività tecnologica in Europa. La sua funzione è molto semplice: integrare a livello europeo le tre componenti del “triangolo della conoscenza”, cioè istruzione, ricerca e innovazione. In particolare, l’accordo riguarda “un istituto basato sul concetto di rete che ha una progressiva implementazione e al quale sono collegate università che su base volontaria possono rilasciare diplomi marcati “Eit”, come ha sottolineato Fabio Mussi, ministro uscente dell’Università e della Ricerca. L’Italia sarebbe considerata il centro nevralgico dell’Eit, in quanto si trova in una posizione strategica in tutto il bacino del Mediterraneo e ha già avviato importanti accordi bilaterali, in particolare con Francia e Spagna, per gli studi sui cambiamenti climatici e sull’energia. Il primo progetto, che vedrà anche l’Italia presente, dovrà essere definito dall’Eit entro il 30 giugno 2011 per essere poi adottato congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

La struttura dell’Istituto è stata progettata su due livelli: a un “governing board” centrale faranno capo diverse le “Comunità della conoscenza e dell’innovazione” (Cci), ossia partenariati autonomi di eccellenza tra istituti di istruzione superiore, istituti di ricerca, imprese e altri soggetti interessati “sotto forma di reti strategiche autosufficienti, sostenibili e di lungo periodo nell’ambito del processo innovativo”. In Italia, la città candidata a ospitare una di queste “comunità” sarà Trieste. Il presidente uscente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, ha inviato una lettera al presidente della Commissione Ue, Jose Manuel Barroso, nel quale è stato manifestato l’interesse per l’iniziativa. Trieste, con il suo bagaglio di eccellenza in campo della ricerca e i suoi centri scientifici (a Miramare ad esempio c’è un nucleo di esperti che studia il clima) può avere un ruolo importante come “snodo” dell’Eit in Italia. La Regione intende, inoltre, candidarsi in una prospettiva transfrontaliera, promuovendo in particolare la collaborazione con la vicina Repubblica di Slovenia.

L’Ue promuove il mercato italiano delle tlc, ma sulla banda larga ancora ritardi

Il mercato italiano della telefonia mobile si conferma il primo mercato in Europa in termini di penetrazione (148 per cento) ed in termini di diffusione di servizi innovativi come mobile broadband e mobile tv, ma continua ad avanzare con fatica in fatto di banda larga. E’ quanto emerge dal tredicesimo rapporto della Commissione europea sullo stato di implementazione delle comunicazioni elettroniche negli Stati membri, secondo cui la penetrazione delle tecnologie broadband nel nostro Paese è cresciuta e si attesta attorno al 17 per cento, ma resta al di sotto della media europea del 20. Un ritardo attribuibile alla mancanza di competizione fra infrastrutture e alla posizione ancora dominante di Telecom Italia, che il Commissario Ue per le telecomunicazioni, Viviane Reding, giudica “inaccettabile“.

Guidano la classifica con il maggior numero di connessioni a banda larga Finlandia, Danimarca e i Paesi Bassi. In questi paesi, e nel Regno Unito, in Lussemburgo e in Francia, nel luglio del 2007 il tasso di penetrazione della banda larga ha raggiunto il 30 per cento ed era superiore a quello degli Stati Uniti (22,1 per cento). Il 2007 ha visto, inoltre, nascere 19 milioni di nuovi abbonamenti alla banda larga, con un volume di ricavi lordi pari a circa 63 miliardi di euro per le società di telecomunicazioni.

Secondo il rapporto della Commissione, il settore delle telecomunicazioni vale quasi 300 miliardi di euro (pari al 2 per cento del prodotto interno lordo europeo) e lo scorso anno è aumentato dell’1,9 per cento. Il 2007 ha inoltre fatto registrare, per il quinto anno consecutivo, un aumento degli investimenti nel settore, che hanno superato i 50 miliardi di euro (livello analogo a quello degli Stati Uniti e superiore agli investimenti complessivi di Cina e Giappone). In Italia il mercato delle telecomunicazioni ha raggiunto nel 2007 un valore pari a 41,3 miliardi di euro, con i ricavi provenienti dalla telefonia mobile che si sono attestati a quota a 21,7 miliardi. Al nostro paese spetta anche il primato dei costi dell’ultimo miglio, i più bassi d’Europa, pari a 7,81 euro al mese. Un risultato raggiunto grazie a offerte più trasparenti e alla riduzione dei prezzi dei servizi al dettaglio del 14 per cento.

Eurotariffe: adesso telefonare dall’estero costa meno

Si riducono i costi del roaming in Europa
State andando in vacanza all’estero e pensate di poter già godere delle nuove Eurotariffe? Forse prima di “alzare” la cornetta vi converrebbe allora informarvi sui costi del vostro operatore al di fuori dei confini nazionali. Non tutte le compagnie di telecomunicazioni hanno infatti recepito allo stesso modo la direttiva dalla Commissione Europea che, come noto, ha fissato i nuovi tetti per le telefonate dall’estero: 49 centesimi di euro Iva esclusa (che diventeranno 43 nell’estate 2009) per le chiamate effettuate con il proprio cellulare in terra straniera, e non più di 24 centesimi di euro (Iva esclusa) per quelle ricevute. Il regolamento prevede una fase transitoria verso le Eurotariffe, che dovranno essere applicate obbligatoriamente a partire dall’inizio di settembre. “Nel frattempo - ha ricordato il portavoce della Commissione, Martin Selmayr - gli operatori hanno l’obbligo già ora di offrire ai propri clienti la possibilità di optare per l’eurotariffa, e di applicarla un mese dopo aver ricevuto l’accettazione da parte degli stessi clienti”.

In Italia, per il momento solo Vodafone e Wind hanno già recepito il provvedimento in maniera pressoché definitiva: la prima ha iniziato a offrire l’Eurotariffa dal 29 luglio, attraverso un’attivazione dal numero gratuito 42070, la seconda (in maniera automatica) dal giorno dopo. Diversa la posizione scelta da Tim, che consentirà ai propri utenti di chiedere la prenotazione per l’eurotariffa dal 30 luglio fino al 30 settembre, riservandosi di rilasciarla entro 30 giorni. Solo dal primo ottobre la nuova tariffazione sarà disponibile per tutti i clienti (purché naturalmente non abbiano già scelto una diversa opzione di roaming) senza prenotazione e attivazione. Va detto che l’operatore proporrà in aggiunta, dal 6 agosto, un’offerta a pagamento (10 euro per i privati, 19 per gli utenti business) denominata Tim Senza Confini che permetterà di non pagare per un mese le chiamate ricevute nei 27 paesi membri dell’Unione e di sfruttare l’Eurotariffa (49 centesimi) per quelle effettuate. Quanto a Tre, non è stata ancora rilasciata alcuna comunicazione ufficiale. I clienti dell’operatore per il momento dovranno dunque accontentarsi dell’offerta All’estero come a casa, attivabile automaticamente senza costi aggiuntivi, per chiamare in tutti i paesi coperti direttamente dall’operatore (Svezia, Regno Unito, Austria, Danimarca, Irlanda, Australia e Hong Kong) al costo della tariffa nazionale più lo scatto alla risposta (50 centesimi di euro).

Per aiutare i clienti a orientarsi fra le nuove tariffe scontate, la Commissione Europea ha deciso di attivare un sito, a partire dai primi di agosto: qui verranno segnalate le compagnie che si sono adeguate entro i termini prestabiliti dal regolamento comunitario e quelle che ancora non lo hanno fatto. “Sarà un sito con i nomi di tutti gli operatori europei” ha riferito a Bruxelles lo stesso Selmayr, “per dire se ognuno di essi ha o non ha applicato le Eurotariffe, o se applica tariffe ancora meno care”.

L’Europa fa luce sul lato oscuro dell’abbronzatura

http://ec.europa.eu/health-eu/news/sun_uv_en.htm
Se ci si fida troppo delle creme solari c’è il rischio di restare scottati, in tutti i sensi: lo aveva denunciato già lo scorso anno la Commissione europea, pubblicando un lungo elenco di raccomandazioni (pdf), e oggi lo conferma uno studio americano, secondo il quale la maggioranza dei prodotti in commercio non riescono a mantenere le promesse quanto a protezione dai raggi ultravioletti (UVA e UVB).
Anche per questo, è di questi giorni la decisione della Commissione europea di trasformare le raccomandazioni su base volontaria in obbligo: dal prossimo anno, stando alle nuove direttive della Commissione europea, spariranno finalmente dalle etichette le diciture - di fatto ingannevoli - come “protezione totale” o “sun-blocker”.

Quest’estate si troveranno ancora in commercio simili etichette, ovviamente già stampate da tempo, ma è importante sapere che occorre prendere con le molle simili affermazioni, e in caso di dubbio ci si può invece affidare ai prodotti - circa il 20 per cento del totale - che si sono già adeguati volontariamente al nuovo standard (i paesi dell’Unione Europea detengono il 90 per cento circa del mercato mondiale di prodotti solari), che classifica anche in modo uniforme i valori di SPF, il fattore di protezione della pelle.

Sono previste due categorie di prodotti “a bassa protezione” (contraddistinti da un 6 o un 10, rispettivamente per un valore del fattore di protezione tra 6 e 9,9 e tra 10 e 14,9), tre “a media protezione” (con fattore 15, 20 o 25, inteso sempre come valore minimo), due “ad alta protezione” (con SPF di 30 e 50, con quest’ultimo compreso di fatto tra 50 e 59,9) e infine uno”ad altissima protezione”, con un’indicazione riassuntiva “50+” che indica un fattore di protezione superiore a 60.

Di fatto, per una persona di carnagione normale la protezione media è in genere sufficiente, a condizione che non ci si esponga molto a lungo al sole, e soprattutto si evitino le ore più calde. In questo caso, aumentare il fattore di protezione cambia le cose in misura minima.

La protezione alta e altissima serve invece per anziani e bambini, e per le pelli molto chiare e particolarmente sensibili ai raggi solari.

Questo in teoria. In pratica, un’analisi condotta dall’associazione non-profit Environmental Working Group, la stragrande maggioranza dei quasi 800 prodotti commercializzati negli Stati Uniti è poco efficace o perde rapidamente efficacia nelle normali condizioni d’uso (il loro “Cosmetics database” può essere consultato online).

In Italia, l’Associazione Altroconsumo ha segnalato di recente un paio di prodotti che ha deciso esplicitamente di sconsigliare: Venus confezione Weekend, perché è venduto in un minitubetto che contiene appena 35 g di crema, ovvero il quantitativo sufficiente per una sola applicazione (mentre nell’arco di un week-end bisogna sicuramente ripetere molte più volte l’operazione) e ancor più perché ha un fattore di protezione 2, laddove le raccomandazioni europee indicano che il minimo per contraddistinguere un prodotto “protettivo” deve essere 6; e Bilboa Ultra Bronze Superabbronzante: anche se si trova sugli stessi scaffali, non contiene alcun filtro solare, e ci vuole molta attenzione per notare la piccola scritta sulla confezione che lo precisa.

La posta in gioco - la protezione della pelle - è sicuramente rilevante, anche se gli esperti sono contrari agli eccessi di allarmismo, in cui secondo quanto riferisce un articolo del New York Times sarebbe caduta anche una recente campagna dell’American Cancer Society: “Mia sorella si è uccisa accidentalmente” dice una ragazza che campeggia nella pubblicità. “E’ morta di cancro della pelle”. Secondo molti critici, è errato far passare il messaggio che il tumore della pelle è mortale (può esserlo spesso il melanoma, che però costituisce circa il 6% di tutti i tumori della pelle) e ancor più che il nostro rapporto con la tintarella è il principale colpevole. Secondo gli esperti, infati, l’esposizione prolungata ai raggi del sole ha un ruolo solo in una minoranza dei melanomi (attorno al 20%), e si tratta di un ruolo non del tutto dimostrato.

“Ci sono prove abbastanza solide che le protezioni solari riducono il rischio di contrarre una forma meno letale di cancro della pelle” spiega Barry Kramer, condirettore della prevenzione delle malattie presso i National Institutes of Health. “Ma ci sono assai poche prove che proteggano contro il melanoma, anche se spesso è questo il messaggio che appare dominante”.

Una recente revisione pubblicata dal settimanale medico The Lancet conferma poi che la protezione offerta da creme e spray è comunque limitata: “In una strategia per la prevenzione del cancro della pelle, all’uso di filtri solari occorre preferire misure comportamentali, come l’uso di indumenti protettivi e di un cappello e la riduzione al minimo dell’esposizione al sole” scrivono Stephan Lautenschlager e colleghi.

La tv dei farmaci: le grandi industrie si preparano a sbarcare in Europa

(Credits: tonystl by flickr)
Che ne direste di una tv creata dalle grandi case farmaceutiche con l’intento di fare pubblicità ai prodotti soggetti a prescrizione medica direttamente ai potenziali consumatori? In America questo tipo di pubblicità già esiste e anzi sta prendendo piede e sembra funzionare a livello commerciale, nel senso che i pazienti chiedono effettivamente più spesso al proprio medico i farmaci di cui hanno visto lo spot.
In Europa, invece, fatta eccezione per i farmaci da banco, non è possibile indirizzare messaggi pubblicitari direttamente ai consumatori. A quanto si legge sul giornale inglese The Guardian, però, quattro colossi del settore, Johnson & Johnson, Pfizer, Novartis e Procter & Gamble, starebbero portando avanti un’azione di lobby sulla Commissione europea per far revocare il divieto. Vogliono ottenere il permesso di proporre al pubblico del vecchio continente un canale tv interattivo tutto dedicato alla pubblicità di farmaci, il cui intento dichiarato è di fare educazione alla salute. Il punto è: ci si può fidare delle informazioni fornite dall’industria farmaceutica?
In America uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista Annals of Family Medicine prendeva in esame 38 spot di prodotti farmaceutici trasmessi nelle ore di massimo ascolto. Ne emergono alcuni dati interessanti: solo un quarto dei messaggi spendeva qualche parola sulle cause dei disturbi per i quali era indicata la medicina in vendita, mentre l’85% delle pubblicità enfatizzavano l’importanza di poter riprendere il controllo di un certo aspetto della propria vita grazie all’uso del farmaco in questione. Più in generale lo studio, guidato da Dominick Frosch, professore di Medicina interna all’Università della California di Los Angeles, evidenziava che molti messaggi potevano spingere a chiedere la prescrizione della medicina reclamizzata anche pazienti che in realtà non ne avevano bisogno.
La richiesta di permesso per il canale digitale dedicato ai farmaci sarebbe stata indirizzata, all’interno della Commissione, alla Direzione Generale Imprese e Industria e non a quella che si occupa di Salute e tutela dei consumatori. C’è da giurare che le associazioni che proteggono gli interessi di questi ultimi saranno pronte a dare battaglia.

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