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La paura è peggio del dolore? (Foto: Flickr)
E’ il rumore più di tutto il resto a scatenare in noi l’ansia da dentista. Il rumore stridulo e fastidioso del trapano, che ci fa immediatamente pensare alle lame di una motosega in azione dentro la nostra bocca. Annullare quel rumore potrebbe perciò aiutarci a superare la paura e invogliarci a sottoporci più regolarmente alle cure del dentista. Continua
Diverse proprietà medicinali della cannabis (la pianta della marijuana) sono note da tempo, ma gli utilizzi effettivi delle sostanze presenti nella pianta, e soprattutto dei recettori che tali sostanze attivano nel nostro corpo, sono ancora al centro di numerosi studi.
I recettori sono proteine già presenti nel nostro sistema nervoso, che si attivano reagendo a particolari sostanze, creando effetti nel nostro organismo che possono essere benefici o dannosi. La cannabis attiva, tra gli altri, i recettori cannabinoidi CB1 e CB2. Il primo, CB1, è noto per essere il principale recettore in grado di contrastare efficacemente il dolore. Il problema del recettore CB1, che è lo stesso attivato da sostanze antidolorifiche come la morfina, è che è presente anche nel sistema nervoso centrale, quindi nel cervello, e la sua attivazione causa effetti collaterali indesiderati come nausea e assuefazione, oltre ad effetti psicoattivi.
Secondo uno studio pubblicato sull’autorevole Journal of the American Medical Association (Jama), i ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno scoperto che, attivando solo il ricettore CB2, attraverso l’utilizzo di sostanze sintetizzate simili alla marijuana, è possibile ottenere gli stessi effetti antidolorifici, senza però coinvolgere il cervello. Il recettore cannabinoide CB2, infatti, è presente solo nel sistema nervoso periferico, e la sua attivazione contrasta efficacemente il dolore eliminando il rischio di assuefazione e abuso.
Attraverso esperimenti effettuati su tessuti umani, gli scienziati hanno rilevato che gli agonisti del recettore CB2 (sostanze che ne favoriscono la produzione da parte del corpo) agiscono attraverso un meccanismo simile a quello degli oppiacei nel trattare il dolore traumatico e infiammatorio, oltre al dolore neuropatico cronico, per il quale non esistono attualmente cure sicure ed efficaci.
di Elisa Manacorda
Uno spiacevole compagno di vita che impedisce di lavorare, concentrarsi, mantenere le relazioni sociali, dormire. E che predilige il sesso femminile, visto che ne soffrono 57 donne su 100: è il dolore cronico fotografato dall’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda). A colpire sono cefalee ed emicranie (15,4 per cento), artrosi, artriti e osteoporosi (11,5 per cento) e dolori alla schiena (11,1 per cento).
“Sono situazioni che durano a lungo nella vita delle donne” dice Francesca Merzagora, presidente dell’Osservatorio: dalla ricerca, condotta su un campione rappresentativo della popolazione femminile italiana, 514 donne tra 30 e 75 anni, emerge che l’88 per cento ne ha sofferto per oltre un anno, e in modo intenso: quasi tre quarti delle intervistate riporta un valore superiore a 5 nella scala di intensità da 1 a 10. L’esperienza del dolore aumenta con l’età, dato che tra 60 e 75 anni sono coinvolte 70 donne su 100, ma le più giovani non ne sono immuni: il mal di testa segna quasi una su tre fra 30 e 40 anni.
“Obiettivo dell’indagine” dice Merzagora “è fare luce su un problema che molti tendono a dimenticare: le donne con dolore cronico sono spesso abbandonate da medici e istituzioni, incapaci di farsi carico di un disagio spesso di difficile soluzione”. Un tema così delicato che anche il Tribunale per i diritti del malato ha appena realizzato una “Raccomandazione civica sul dolore cronico non oncologico”, per evidenziare gli ostacoli nell’accesso alle terapie, la carenza di centri di cura specificamente dedicati, e una mancanza di informazione sul tema.
“La specificità del dolore femminile è dovuta agli estrogeni” dice Anna Maria Aloisi, docente di fisiologia all’Università di Siena e direttore della European pain school dell’ateneo toscano. Quando sono presenti ad alte concentrazioni nell’organismo, questi ormoni influiscono sul sistema nervoso rendendolo più reattivo agli stimoli, come quelli dolorosi. “Gli estrogeni sollecitano l’attività cognitiva legata al circuito di attenzione-apprendimento-memoria» continua Aloisi. Significa che le donne sono più attente allo stimolo doloroso, lo registrano con maggiore intensità, e lo ricordano meglio quando si ripresenta. “Per questo è importante curarlo subito, prima che il cervello ne immagazzini il ricordo” aggiunge Aloisi. Gli uomini sono più protetti dal testosterone, che ha un’azione inibitoria sul cervello e consente di selezionare gli stimoli dolorosi, e di ricordare con più difficoltà quelli provati in passato.
L’indagine di Onda mostra anche che a influenzare l’atteggiamento nei confronti del dolore è lo stato civile. “Quando si tratta di curarsi, per esempio, le donne sposate o vedove seguono una terapia più spesso di single o divorziate” commenta Massimiano Bucchi, professore di sociologia della scienza all’Università di Trento e tra i curatori della ricerca. “Le donne con figli si curano più di quelle senza figli, probabilmente perché il fare parte di una rete familiare aumenta il senso di responsabilità verso se stesse”.
Spegnere il mal di testa cronico. Secondo un articolo pubblicato dal Lancet, sarà possibile grazie agli studi condotti all’Università di San Francisco in collaborazione con il londinese National Hospital for Neurology and Neurosurgery. Entro i prossimi cinque anni potrebbe infatti essere disponibile un dispositivo non più grande di un fiammifero, definito bion, utilizzato in precedenti versioni per la cura dell’artrosi e dell’ictus. Esso consiste in un elettrodo ricaricabile alimentato da una batteria che, una volta impiantato nel collo in prossimità del nervo occipitale, stimolerà quest’ultimo attraverso impulsi che vengono generati accendendo il dispositivo dall’esterno, tramite un sistema wireless. La necessità di realizzare un dispositivo per la terapia non farmacologica del mal di testa cronico è dovuta all’intolleranza di molti pazienti all’indometacina. In alcuni questo farmaco per il trattamento della patologia può infatti provocare disturbi gastrointestinali. L’efficacia del nuovo metodo terapeutico è stata testata su sei pazienti di età compresa tra i 37 e i 64 anni, sofferenti di hemicrania continua, una forma di mal di testa cronico che si manifesta per 15 o più giorni al mese. Dopo un intervento minimamente invasivo per l’impianto del dispositivo, ognuno dei pazienti ha ricevuto una stimolazione continua del nervo occipitale per i primi tre mesi, ricominciata dopo un mese di pausa nel quale il dispositivo è stato spento, procedura necessaria per permettere ai ricercatori di capire se gli eventuali miglioramenti riscontrati fossero davvero attribuibili all’elettrodo impiantato invece che all’effetto placebo. Dopo il quinto mese, i pazienti hanno potuto sottoporre ai ricercatori i diari nei quali durante il trattamento avevano annotato a intervalli di un’ora, naturalmente durante le ore di veglia, l’intensità del dolore avvertito a causa del mal di testa, misurata secondo una scala da 1 a 10. In un periodo compreso tra 6 e 21 mesi dopo l’impianto, cinque dei sei pazienti hanno registrato benefici sufficienti per raccomandare l’uso del dispositivo ad altri soggetti sofferenti della stessa patologia. In particolare, i miglioramenti sul lungo periodo sono risultati compresi tra l’80 e il 95 per cento per quattro pazienti sottoposti al test, e del 30 per cento per un altro di loro, mentre solo uno ha invece riportato un aggravamento del 20 per cento del dolore percepito a causa della patologia. Conclusioni che incoraggiano a proseguire nella ricerca su una terapia che annulla gli effetti collaterali di quelle oggi disponibili.
Per capire se un paziente ha bisogno di antidolorifici il modo migliore è chiedergli se prova dolore. Ma in presenza di un danno cerebrale la persona non sarà in grado di rispondere e la decisione diventa più difficile da prendere. Ora una ricerca apparsa su The Lancet Neurology sembra dimostrare che il cervello di alcuni di questi pazienti reagisce a uno stimolo elettrico doloroso proprio come avviene in persone sane. Questi pazienti potrebbero quindi provare dolore anche se non sono in grado di dirlo o mostrarlo.
Steven Laureys, neurologo dell’Università di Liegi, in Belgio, che ha condotto lo studio, spiega che si sa ancora molto poco sulla percezione del dolore nei pazienti incoscienti. Per questo se alcuni dottori tendono a dare pochi farmaci dando per scontato che i paziente non soffra, altri al contrario tendono a somministrali più liberamente, ma in questo modo rischiano di sedare troppo e magari perdere minimi segni di coscienza che dovessero manifestarsi.
Nello studio condotto da Laureys e colleghi è stata usata la tomografia ad emissione di positroni (PET) per misurare l’attività cerebrale di 15 volontari sani e 15 persone in stato vegetativo, e di cinque persone in “stato di minima coscienza”, caratterizzato da una limitata e sporadica consapevolezza e reattività.
La reazione alla somministrazione di una scossa elettrica nei pazienti sani “illuminava” rapidamente le zone del cervello che si attivano normalmente in risposta al dolore. Nei pazienti in stato vegetativo l’attività di queste regioni era ridotta e la tempistica di attivazione anormale. Nelle cinque persone in stato di minima coscienza, sia i livelli sia la tempistica di reazione erano invece molto simili a quelli osservati nei soggetti sani.
Anche se la tomografia non può certo rendere l’idea di ciò che questi pazienti effettivamente sentono, Laureys si dice convinto che lo studio dimostri che possono provare dolore e che quindi va loro somministrata un’adeguata terapia. Non solo, ma secondo il neurologo i parenti delle persone che si trovano in questa condizione dovrebbero considerare la loro capacità di percepire il dolore come un ulteriore fattore da soppesare quando si trovano dovere prendere le cosiddette “decisioni di fine vita”.
Serviranno studi più ampi per confermare i risultati ottenuti dal gruppo di Liegi e aiutare così i medici a regolarsi meglio nel trattamento di questi pazienti.
CP II - L’opera rappresenta la sofferenza da dolore cronico
Mal di schiena, sciatalgie, artrosi. Per 15 milioni di italiani che soffrono di dolori cronici questo piccolo inferno quotidiano è solo in parte alleviato dai medicinali. Il dolore rimane in sottofondo pronto a riaffiorare quando meno te lo aspetti.
Di fronte a un quadro con così poche speranze, si è chiesto allora Mark Collen, uno sveglio paziente americano, l’unica soluzione sembra essere quella di ribaltare completamente la prospettiva. E trasformare il dolore in arte. Sì, proprio arte, cioè pennelli, tavolozze, tele, oppure stucco, materia da plasmare. E ovviamente alla fine quadri o sculture. Tutto è nato quando Collen, 47 anni, in una fase acuta della sua sciatalgia ha incontrato un medico diverso dal solito. Più attento, rispetto ai precedenti, al suo mondo interiore. Non gli è servito molto per accorgersi che il suo paziente dipingeva proprio nei periodi in cui il dolore era più forte. Da qui l’idea di dare vita a una galleria, per il momento esclusivamente online, che ospita opere realizzate solo da persone affette da dolori cronici. Il risultato è interessantissimo visto che i colori sembrano essere riusciti nel loro intento, cioè trascendere il dolore dei pazienti. Tanto più che è stato dimostrato che l’atto di dipingere migliora la coordinazione motoria e l’abilità cognitiva. L’insolita collezione possiede fino ad oggi più di 70 opere inviate da malati di tutto il mondo. C’è la sezione dedicata al rapporto con Dio e la religione in genere, quella dedicata alla speranza e quella focalizzata sulla trasformazione. Ma la parte più bella è rappresentata dai disegni che raffigurano la sofferenza fisica di chi li ha realizzati. Il potere delle linee e dei colori alla fine si rivela ogni volta più forte di quello del dolore.
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