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ecologia

Le vetrate del Concept Cabin 2050 (Credit: Ansa/Airbus)
Come si volerà nel 2050? In un’unica classe e in maniera nettamente più confortevole e molto meno inquinante. Questa almeno è la promessa degli ingegneri di Airbus, che ha presentato ieri a Londra il suo Concept Cabin, l’aeromobile di prossima generazione. Continua

Una schermata dell'applicazione
L’ultima follia dell’iPhone? Una mappa dettagliatissima del mezzo milione di alberi presenti a New York, censiti fino all’ultimo ramo, registrati fino alla più rigogliosa fronda. L’applicazione si chiama Trees Near you e chi la scarica (sul sito trovate una demo) può conoscere il numero esatto, la tipologia e perfino il diametro del tronco di ogni singolo esemplare presente in ciascuna strada di Manhattan e dintorni, e anche farsi un’idea del contributo che questo esercito verde dà all’ambiente. Quanta Co2 incamerano i 3.000 alberi presenti nella porzione di mappa inquadrata sullo schermo? Quanta ombra fanno e quindi quanta aria condizionata in meno possono usare abitazioni e uffici nelle vicinanze?
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(Foto: EPA/INGO WAGNER)
Quando si tratta di propositi per il nuovo anno ognuno ha il suo decalogo. La maggior parte di noi vi inserisce cose che proprio non riesce a fare se non prendendo un impegno che abbia l’aria dell’ufficialità: perdere peso, smettere di fumare, fare più esercizio fisico…
Io vi propongo un decalogo verde per il 2010 per mettere in pratica azioni semplici, che non costano nulla e non richiedono sforzi particolari. Bisogna solo avere voglia di inserirli nella propria routine e una volta “acquisiti” possono contribuire a risparmiare soldi e far meno danni al pianeta.
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Foto: s-a-m/ Flickr
Si chiamano Negawatt e rappresentano l’elettricità che non ha bisogno di essere fornita grazie a una migliore efficienza energetica.
Uno studio appena pubblicato (Pdf) dalla società di consulenza McKinsey punta il dito proprio sull’efficienza eleggendola a miglior fonte di energia a basso costo per l’economia americana. Per poter attingere a questa risorsa apparentemente a portata di mano è però necessario adottare un approccio innovativo a livello nazionale.
Il rapporto si focalizza sul potenziale di miglioramento dell’efficienza per tutti gli usi energetici che non coinvolgono i trasporti.
Si parla quindi di edifici, aziende, apparecchi per uso privato, illuminazione e molto altro. Un programma organico che eliminasse gli ostacoli sulla strada dell’ottimizzazione potrebbe conseguire una riduzione del consumo di energia di circa il 23 per cento nel 2020, ovvero in poco più di dieci anni. Abbattendo al contempo oltre un miliardo di tonnellate di emissioni di gas a effetto serra ogni anno.
Ma per rendere tutto questo possibile servono investimenti in misure volte a migliorare l’efficienza che McKinsey quantifica in 520 miliardi di dollari per conseguire un risparmio di 1200 miliardi.
Da un migliore isolamento termico degli edifici a un uso più sensato delle apparecchiature elettriche, sono molti i provvedimenti utili. Le abitazioni private dovrebbero essere così in grado di realizzare il 35 per cento del risparmio energetico calcolato, il settore industriale ha le potenzialità per conseguirne il 40 per cento mentre il restante 25 per cento dipenderebbe dal settore commerciale.
Ma come si possono convincere i cittadini a fare la loro parte e a spendere di più oggi per isolare meglio la mia casa, o per illuminarla con lampadine ad alta efficienza, il cui prezzo è più alto di quelle a incandescenza?
Da noi la detrazione del 55 per cento sui lavori di ristrutturazione che comportano un risparmio energetico è stata al centro di molte polemiche, rischiava di saltare con la finanziaria, che invece ha solo modificato la modalità di presentazione delle domande.
Oggi la detrazione Irpef è salda al suo posto e c’è addirittura una proposta della Commissione Ambiente della Camera di renderla
permanente. E le domande non sono mancate: 230.000 a fine 2008 con interventi agevolati per un valore di 3,3 miliardi di euro e detrazioni per circa 1,8 miliardi.
Più dell’idea di poter risparmiare in futuro molti soldini sulla bolletta elettrica, quindi, sembra sia un guadagno a breve termine a determinare le scelte verdi degli individui. Lo dice pure una ricerca (pdf) appena pubblicata dall’American Psychological Association.
E non solo di guadagno in termini monetari si tratta, ma semplicemente della necessità di vedere un miglioramento qualsiasi, anche di piccola entità nelle nostre tasche o nella qualità dell’aria, ma subito, piuttosto che aspettare per ottenere in futuro un guadagno o un miglioramento anche molto maggiore.
Il bello è potersi permettere entrambi.
Svolta verde per i GPS: Garmin, uno dei principali produttori di navigatori satellitari, ha infatti lanciato una serie di progetti destinati a sfruttare le potenzialità di questa tecnologia in maniera più consapevole e nel rispetto dell’ambiente.
Grazie al software ecoRoute, un aggiornamento gratuito compatibile con la serie nüvi, il guidatore sarà in grado di visualizzare informazioni sui costi del viaggio e sulle relative emissioni di CO2. In aggiunta alla rotta più breve e più veloce, il software permetterà di scegliere anche l’alternativa più economica, risparmiando denaro e proteggendo l’ambiente attraverso la riduzione delle emissioni. Inserendo i dati relativi ai consumi del veicolo, ecoRoute calcolerà la spesa totale e fornirà consigli su come ridurre il proprio impatto ambientale.
Schermata del navigatore sul consumo di carburante
La scelta di puntare sulla tutela dell’ambiente e, allo stesso tempo, sul risparmio economico non è casuale: «Le più grandi sfide che la gente si pone oggi, in Italia e nel mondo, riguardano l’economia e l’ambiente» ha spiegato l’AD di Garmin Italia, Sandro Ligrossi. «Utilizzare ecoRoute sul proprio nüvi aiuterà ad ottimizzare la propria guida, proprio in un momento in cui tutti cercano di ricavare il massimo dal proprio stipendio e dal proprio serbatoio».
L’azienda ha anche creato un sito, in collaborazione con Legambiente, per offrire una panoramica completa delle iniziative verdi, a partire dall’inserimento di 46 POI (Point of Interest) relativi alle oasi e riserve naturali in cui Legambiente ha avviato attività di tutela delle risorse naturali. Saranno anche disponibili i POI relativi alle 22 sedi sedi regionali e nazionale di Legambiente, ai 425 sportelli informativi e ai 29 Centri di Educazione Ambientale in Italia. Per completare l’opera sono anche stati inseriti i POI relativi ai 723 distributori di metano aperti (o in apertura) sul territorio italiano.
Può suonare come una provocazione ma non lo è. Il titolo del saggio pubblicato sul numero di marzo della rivista The Ecologist non potrebbe essere più serio: Abandon Hope (abbandonate la speranza). A chiederlo sono John Vucetich, assistente alla cattedra di ecologia animale alla Michigan Technological University, e Michael Nelson, professore associato di etica ambientale alla Michigan State University. L’idea alla base dell’articolo è la seguente: sperare che prima o poi tutti si rendano conto dell’emergenza ambientale e comincino a vivere in maniera più sostenibile potrebbe fare alla causa ecologista più male che bene.
Sfatando un luogo comune, che ha preso piede negli ultimi anni e marcatamente dall’uscita del film di Al Gore in poi, gli autori sostengono che non è vero che la speranza può motivare le persone a risolvere spinosi problemi sociali e ambientali. E se la speranza è soltanto un placebo, come i due esperti sembrano suggerire, il suo contraltare pratico non è certo la disperazione, o il cinismo di chi sostiene che tanto le azioni delle persone non possono cambiare le cose. Vucetich e Nelson sostengono, al contrario, che per salvare davvero l’ambiente è necessario fare appello a una virtù intrinseca: comportarsi in maniera sostenibile perché è semplicemente la cosa giusta da fare.
Ma cosa c’è di così sbagliato nella speranza? Secondo gli autori, anni di bombardamento mediatico volto a rappresentare i problemi ambientali in maniera drammatica, sottolineando l’imminente catastrofe cui l’umanità è destinata e il senso di ineluttabile tragedia ad essa collegato, fanno a pugni con il ricorso alla speranza come sprone per una positiva risoluzione. La speranza può anzi essere controproducente: “Non ho molti motivi di vivere in maniera sostenibile se l’unica ragione per farlo è sperare in un futuro sostenibile, perché ogni messaggio che ricevo mi suggerisce che il disastro è garantito”, spiegano gli studiosi.
Siccome, insomma, i messaggi ricevuti sono altamente contraddittori, e vista la predisposizione a dubitare di quello che ci viene detto dalle autorità, si può aprire comprensibilmente la strada alla sfiducia. E di conseguenza le persone smettono di fare sforzi per vivere in maniera rispettosa dell’ambiente perché non vedono le proprie speranze di migliorare la salute del pianeta come plausibili. Per evitare il disastro, allora, c’è bisogno di dare alle persone motivazioni per vivere in maneira sostenibile che siano più razionali ed efficaci, basate sulle virtù più che sulle conseguenze. Che cosa significa questo in pratica? Che abitudini di vita ecologicamente sostenibili devono essere presentate come paragonabili a regole fondanti del vivere sociale, come la condivisione e l’aiuto reciproco, che trovano in se stesse la loro motivazione, perché rappresentano il miglior modo di vivere. Non bisogna più puntare sulla speranza di un futuro migliore, ma sulla volontà di vivere in un più roseo presente, allargando la nostra definizione di senso civico e delle regole di convivenza fino a comprendere anche i comportamenti rispettosi dell’ambiente.
Questo diverso approccio, concludono gli autori, avrebbe poi il vantaggio di spronare a comportamenti sostenibili anche coloro che non credono che ci troviamo sull’orlo di un disastro ecologico, e aiuterebbe le persone a scoprire il collegamento che esiste tra problemi ambientali e problemi sociali, una connessione che è reale ma che a molti ancora sfugge.
Il monopattino ecologico Segway
Mezzi di trasporto che non inquinano: non è un’utopia, ma finora in strada non se ne vedono molti. A Bergamo per due giorni sarà possibile visitare un vero e proprio “garage verde”: automobili, motociclette e altri veicoli che non consumano una goccia di benzina, ma hanno un motore elettrico. E basta collegarli alla normale presa di casa per “fare il pieno”. Come la Panda elettrica: con otto ore di ricarica ha circa 120 chilometri di autonomia. “Si tratta di chilometri effettivi perché chi resta fermo in coda non consuma nulla, a differenza delle vetture tradizionali” osserva Claudio Ghilardi del Crefer (Centro di ricerche economico-aziendali sulle fonti energetiche rinnovabili) dell’università di Bergamo. Il parco macchine ecologico in mostra è ampio. Saranno presenti anche tre modelli simili a quelli utilizzati per i campi da golf, ma omologati per la circolazione su strada: imprese e grandi alberghi li impiegano da tempo per gli spostamenti giornalieri. Tra le vetture esposte, anche una Toyota ibrida Prius, osannata dalla stampa internazionale, e l’hammer Gato della John Deere.
Per la mobilità ecologica le due ruote rappresentano un nuovo terreno di sviluppo. Ma potrebbero incidere soprattutto nei grandi centri abitati. La motocicletta elettrica Tmax in mostra è in grado di percorrere 90 chilometri con cinque euro. Il costo? Circa seimila euro con le sovvenzioni regionali. Scooter e motocicli a pedalata assistita dimostrano alternative ecologiche per viaggiare senza emettere anidride carbonica: sarà presente anche il Segway, una sorta di monopattino elettrico per il trasporto personale. La bicicletta a pedalata assistita, alimentata con una bomboletta di idrogeno, è un’altra soluzione innovativa che il pubblico potrà vedere: tra pochi mesi una nuova versione sarà in grado di raggiungere ottanta chilometri di autonomia.
Il VIDEO di YouTube: monopattino elettrico Segway su strada

L’attenzione alla tutela dell’ambiente deve molto a Walt Disney. E’ la tesi sostenuta in un libro scritto da David Whitley, studioso di cinema e letteratura per l’infanzia della britannica Università di Cambridge, e intitolato “The Idea Of Nature In Disney Animation”. Bambi, Biancaneve e Cenerentola rappresentano a suo dire qualcosa di più che un intrattenimento per famiglie, in quanto le loro storie contengono anche fondamentali messaggi sul rapporto che lega l’uomo alla natura. Per decenni, i film del celebre maestro dell’animazione statunitense hanno infatti alimentato l’immaginario infantile con potenti fantasie che permettevano ai bambini di esplorare il loro modo di relazionarsi al mondo naturale, e proprio Bambi, film del 1942, avrebbe fatto da importante base emotiva all’attivismo ambientalista di chi stava diventando adulto negli anni Sessanta. Il libro analizza due periodi della storia della Disney: quello compreso tra il 1937 e il 1967, che vede al vertice il fondatore, e il ventennio tra il 1984 e il 2005, coincidente con la presidenza di Michael Eisner. Il primo presenta un’immagine idilliaca della natura, contrapposta a quella di una civiltà minacciosa, che risulta d’esempio ai giovani affinché proteggano un ambiente incontaminato in cui i personaggi centrali del film vanno alla scoperta di se stessi. Ma in produzioni successive, a partire da “Il libro della giungla”, per arrivare a “Il Re Leone” e “Alla ricerca di Nemo”, si affacciano spesso ambientazioni più esotiche, che fanno da scenario alla possibilità di immaginare un rapporto con la natura più armonioso di quello, ormai deteriorato, vissuto nel corrispondente momento storico. Lo studio di Whitley (che pure è stato criticato dall’organizzazione ambientalista britannica Friends of the Earth), intende dunque mostrare il complesso scambio tra fantasia e realtà del legame tra l’uomo e la natura nei film della Disney. La rivalità tra Baloo e Bagheera nel “Libro della giungla”, per esempio, allude alle dispute sullo sfruttamento delle risorse naturali che nel 1967, anno di produzione del film, opponevano la generazione hippie a quelle precedenti. E grazie a Whitley diventa più chiaro il modo dell’arte popolare di plasmare, venendone a sua volta modellata, sentimenti e idee centrali nell’esperienza a essa contemporanea.

Ciminiere, marmitte, rifiuti urbani, sporcizia. Quando sentono la parola ambiente, gli italiani sono i primi in Europa che pensano all’inquinamento. E la crisi della munnezza in Campania non li ha certo aiutati a cambiare idea. Ultimi, invece, i finlandesi: appena il 4% ricorda smog e degrado, ma la media Ue è comunque del 22%. Lo dimostra un rapporto Eurobarometro che descrive l’atteggiamento verso la natura nei ventisette paesi (leggi il pdf). E rivela i cambiamenti nell’opinione pubblica di questi ultimi anni. A sorpresa, infatti, soltanto il 9% delle persone in Italia collega il mutamento climatico con l’ambiente, a differenza del 39% degli svedesi: l’inquinamento attira la maggior parte delle preoccupazioni degli intervistati nella nostra penisola.
Cosa si potrebbe fare per arginare i disastri ecologici di una società consumista? Gli europei hanno le idee chiare: più della metà punta sulla raccolta differenziata di carta, plastica, umido. Lampadine a basso consumo, vetri isolanti e altri sistemi per migliorare l’efficienza energetica convincono il 47% degli abitanti nell’Ue. Un vero plebiscito, poi, è quello per una forza di protezione civile europea: è favorevole il 78% degli intervistati, in particolare quasi tutti gli abitanti della Grecia, di Cipro e della Romania. L’informazione su inquinamento, cambiamento climatico e paesaggi soddisfa la metà degli europei e il 42% degli italiani. Cambiano però i mezzi d’informazione più seguiti sulle questioni ambientali: radio e televisione hanno perso terreno rispetto a internet. In tre anni il pubblico che si informa attraverso siti web e blog è passato dall’11% al 24%.

Le emissioni di anidride carbonica spingono verso l’alto la febbre della Terra: per impedire la catastrofe ambientale sarà necessario il contributo di ogni persona. Come fare, però, per monitorare costantemente la quantità di CO2 nella vita di ognuno? Tra non molto potrebbe bastare un telefonino e un sensore: è la scommessa di OpenSpime, un progetto italiano lanciato a San Diego e acclamato dal pubblico dell’ETech, una delle più prestigiose conferenze di tecnologia. “La nostra iniziativa” dice uno dei tre promotori, David Orban “consentirà un cambiamento di mentalità: più che parlare dei dati di intere nazioni come si fa oggi, aiuteremo le persone a responsabilizzarsi. Così comprenderanno meglio l’ambiente in cui si muovono e potranno migliorare la capacità di agire sui comportamenti quotidiani”. Per adesso si tratta di un prototipo, ma entro la fine dell’anno potrebbe già essere sul mercato.
Una dimostrazione (in inglese) di come funziona un rilevatore OpenSpime
In pratica con il rilevatore di OpenSpime sarà possibile conoscere la quantità di anidride carbonica in una stanza, in strada e in altri luoghi. Sono due le fasi del progetto: un dispositivo portatile grande quanto un libro tascabile misura la quantità di C02 nelle vicinanze. Sarà collegato con un computer oppure con un cellulare (o integrato nello stesso telefonino). Il passo successivo è la trasmissione delle informazioni raccolte a una banca dati: con le emissioni rilevate da ogni persona nel corso della giornata potrebbe essere costruita una mappa globale sul web, aggiornata “in diretta”. Ma ognuno potrà decidere cosa fare con le proprie informazioni. Chiarisce Orban: “Questi dati sono una ricchezza enorme che va gestita con responsabilità: le best practices saranno valutate dall’Electronic frontier foundation, un’istituzione che da anni studia l’impatto delle nuove tecnologie nella società”. Secondo alcune stime nei prossimi anni si moltiplicheranno gli oggetti simili a OpenSpime, capaci di trasmettere bit dal luogo in cui si trovano, in tempo reale: un mercato che potrebbe arrivare ai 25 miliardi di dollari.
La rete già offre sistemi per osservare, globalmente o indirettamente, il respiro della Terra soffocato dall’eccesso di CO2. Come Breathingearth, una mappa che mostra le emissioni di CO2 delle nazioni del mondo. Oppure, per avere una stima del proprio impatto ambientale, si può fare affidamento ai calcolatori online: per esempio con Ecofoot si può valutare la propria “impronta ecologica”, una misura che rivela la voracità di risorse del genere umano.

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