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emicrania
Spegnere il mal di testa cronico. Secondo un articolo pubblicato dal Lancet, sarà possibile grazie agli studi condotti all’Università di San Francisco in collaborazione con il londinese National Hospital for Neurology and Neurosurgery. Entro i prossimi cinque anni potrebbe infatti essere disponibile un dispositivo non più grande di un fiammifero, definito bion, utilizzato in precedenti versioni per la cura dell’artrosi e dell’ictus. Esso consiste in un elettrodo ricaricabile alimentato da una batteria che, una volta impiantato nel collo in prossimità del nervo occipitale, stimolerà quest’ultimo attraverso impulsi che vengono generati accendendo il dispositivo dall’esterno, tramite un sistema wireless. La necessità di realizzare un dispositivo per la terapia non farmacologica del mal di testa cronico è dovuta all’intolleranza di molti pazienti all’indometacina. In alcuni questo farmaco per il trattamento della patologia può infatti provocare disturbi gastrointestinali. L’efficacia del nuovo metodo terapeutico è stata testata su sei pazienti di età compresa tra i 37 e i 64 anni, sofferenti di hemicrania continua, una forma di mal di testa cronico che si manifesta per 15 o più giorni al mese. Dopo un intervento minimamente invasivo per l’impianto del dispositivo, ognuno dei pazienti ha ricevuto una stimolazione continua del nervo occipitale per i primi tre mesi, ricominciata dopo un mese di pausa nel quale il dispositivo è stato spento, procedura necessaria per permettere ai ricercatori di capire se gli eventuali miglioramenti riscontrati fossero davvero attribuibili all’elettrodo impiantato invece che all’effetto placebo. Dopo il quinto mese, i pazienti hanno potuto sottoporre ai ricercatori i diari nei quali durante il trattamento avevano annotato a intervalli di un’ora, naturalmente durante le ore di veglia, l’intensità del dolore avvertito a causa del mal di testa, misurata secondo una scala da 1 a 10. In un periodo compreso tra 6 e 21 mesi dopo l’impianto, cinque dei sei pazienti hanno registrato benefici sufficienti per raccomandare l’uso del dispositivo ad altri soggetti sofferenti della stessa patologia. In particolare, i miglioramenti sul lungo periodo sono risultati compresi tra l’80 e il 95 per cento per quattro pazienti sottoposti al test, e del 30 per cento per un altro di loro, mentre solo uno ha invece riportato un aggravamento del 20 per cento del dolore percepito a causa della patologia. Conclusioni che incoraggiano a proseguire nella ricerca su una terapia che annulla gli effetti collaterali di quelle oggi disponibili.
Una coppia in riva al mare
Qualche volta a letto anche lui dice: “Cara, stasera ho mal di testa”. Durante un rapporto sessuale chi soffre di emicrania può avere una crisi. Soprattutto se si tratta di una relazione extraconiugale. “Alimenti afrodisiaci, farmaci che favoriscono le prestazioni, affaticamento fisico e stress psicologico possono scatenare fortissimi attacchi di cefalea. Possono durare fino a tre ore” precisa Lorenzo Pinessi, neurologo dell’ospedale Le Molinette di Torino. È un rischio che riguarda il 15 per cento della popolazione, e soprattutto gli uomini perché si tratta di un mal di testa da sforzo, favorita all’affaticamento fisico: “Sono sconsigliate le posizioni in piedi” aggiunge Pinessi. In Italia circa otto milioni di persone soffrono di emicrania: tra due giorni il Congresso nazionale della Società per lo studio delle cefalee (Sisc) farà il punto sugli studi più recenti. Gli odori, per esempio, possono rivelarsi causa o sintomo della emicrania. E la lista è lunga: fumo, benzina, detersivi, profumi dolci femminili, disinfettanti, frittura. Una tazzina di caffè, invece, è utile per forme episodiche di cefalea. Aggiunge Pinessi: “Dobbiamo però ricordare che il suo abuso può rendere cronico il mal di testa”. Inoltre, è consigliato ridurre l’uso del cellulare.
Esiste una predisposizione genetica al mal di testa? Finora è stata dimostrata per la rara emicrania emiplegica familiare, individuandone i tre geni responsabili (Cacna1a, Atp1a2, Scn1a). Secondo i ricercatori l’emicrania sarebbe dovuta principalmente a un gene: “Lo abbiamo individuato, ma attendiamo la controprova per pubblicare i nostri studi” dice Pinessi. Inoltre i ricercatori dell’ospedale Le Molinette hanno osservato che un gruppo di bambini tra i dieci e i dodici anni con emicrania presentava alterazioni nella sostanza grigia. Un fenomeno riscontrato in un precedente studio su 56 adulti. In genere, le donne sono più colpite degli uomini dal mal di testa: “In età fertile una donna su quattro soffre di emicrania” osserva Fabio Antonaci, neurologo dell’università di Pavia. L’otto novembre è prevista la giornata mondiale dell’emicrania: con lo slogan “Dai un calcio al mal di testa”, sarà possibile chiedere nei centri Sisc diagnosi e consigli.

Di Luca Sciortino
Così diffusa eppure così misteriosa, l’emicrania colpisce, almeno una volta nella vita, il 90 per cento delle persone. Ma sui meccanismi che la generano non c’è ancora piena chiarezza. In assenza di rimedi risolutivi, circa il 15 per cento della popolazione soffre di attacchi di mal di testa cronici, accompagnati da nausea e fastidio alla luce, con una frequenza che può raggiungere i 60 attacchi dolorosi al mese.
La corsa per svelare i meccanismi tuttavia è già partita. E grazie ai progressi della biologia molecolare e alle tecniche di visualizzazione del cervello, nei laboratori si stanno raggiungendo risultati importanti. L’ultimo arriva in uno studio pubblicato su The Journal of Neuroscience, firmato da un gruppo di scienziati della Sissa (Scuola superiore di studi avanzati di Trieste). Una ricerca che potrebbe aprire la strada a nuove applicazioni terapeutiche.
La scoperta riguarda una particolare area del cervello. Sembra che nei neuroni del ganglio trigeminale, un centro da cui partono i nervi che raggiungono naso, meningi e mandibole, vi sia un particolare recettore (P2X3) attivato da sostanze chimiche locali. Saremmo alle origini del dolore emicranico, in gran parte sconosciuto perché sono poche le ricerche che lo studiano a livello periferico.
Finora si sapeva che nei pazienti con emicrania una disfunzione o ipereccitabilità di alcuni circuiti neuronali della corteccia cerebrale si riflette proprio a livello del ganglio trigeminale e delle meningi, il tessuto che avvolge il cervello. Il punto è capire, nel dettaglio, come avviene questo passaggio dalla corteccia alle meningi prima che scoppi il mal di testa.
«Abbiamo dimostrato che esiste un recettore dei neuroni del ganglio trigeminale che aumenta rapidamente la sua attività» dice Elsa Fabbretti, autrice della ricerca. «Ad accendere il recettore sono particolari sostanze delle famiglie delle neurotrofine e dei neuropeptidi». I ricercatori hanno scoperto che questo recettore alla lunga cambia la sua struttura. Un fatto che spiegherebbe l’intensificarsi del dolore con il passare del tempo.
Il punto, ora, è come sfruttare queste nuove conoscenze. «L’idea è bloccare solo temporaneamente l’attività del recettore, ossia durante il periodo dell’attacco» riferisce Andrea Nistri, coordinatore dello studio. «Avere identificato, oltre al recettore, le molecole che determinano la soglia del dolore apre la strada alla possibilità di farmaci selettivi».
È di qualche giorno fa l’annuncio di un altro studio italo-americano in fase di valutazione sulla rivista Nature. In questo caso i ricercatori hanno individuato un gene che pare coinvolto in modo significativo nei meccanismi dell’emicrania.
Anche questa scoperta potrebbe avere in prospettiva ricadute terapeutiche. Tenendo presente, in ogni caso, che l’emicrania, per cui c’è una predisposizione genetica, è un disturbo multifattoriale, che coinvolge cioè diversi geni e fattori ambientali scatenanti. E questo rende un po’ più complicata la ricerca di rimedi.
Mal di testa? Portate pazienza, perché quel dolore che vi trapana il cranio protegge la vostra memoria. Lo afferma una ricerca uscita sulla rivista Neurology e basata sull’analisi delle capacità mnesiche (ovvero relative alla memoria) di quasi 1.500 donne, 200 delle quali affette da emicrania. Le signore sono state sottoposte a test di memoria per la prima volta nel 1993 e li hanno ripetuti dopo 12 anni. Mentre all’inizio, cioè in età giovanile, le donne con mal di testa riuscivano meno bene delle altre ai test di memoria immediata (per esempio nel ricordare un elenco di parole o un breve racconto), dopo i 50 anni mostravano una perdita di memoria inferiore a quella delle coetanee sane del 17 per cento.
“Alcuni farmaci contro l’emicrania, come l’ibuprofene, sono già noti per il loro effetto protettivo nei confronti della memoria e potrebero spiegare in parte la nostra scoperta: per combattere il dolore, le donne con cefalea ne consumano quantità maggiori” spiega Amanda Kalaydjian, della Johns Hopkins University, che ha condotto lo studio. “Oltre a ciò vi sono anche le abitudini di vita più salubri: chi ha l’emicrania tende a non bere alcol e a non fumare, perché queste sostanze moltiplicano le crisi. Ma alcol e fumo ‘bruciano’ i neuroni della memoria, quindi col tempo le donne emicraniche raccolgono i frutti positivi di queste rinunce”. Inoltre chi ha mal di testa dorme più ore delle persone sane, e anche questo è un elemento di protezione per il cervello.
“Ora proseguiamo negli studi perché potrebbe anche esserci un meccanismo biologico legato direttamente al mal di testa, per esempio un maggior apporto di sangue alle aree della memoria” conclude Kalaydjian. “La vasodilatazione, infatti, provoca il dolore, ma nello stesso tempo nutre i nostri neuroni”.
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