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emissioni

A vacanze finite calcoliamo l’impatto

Auto nel traffico
Le immagini di questi giorni di controesodo, con le autostrade trasformate in fiumi di auto ferme e fumanti mi spingono a domandarmi quale sia stato l’impatto ambientale delle ferie degli italiani.

Per quello che mi riguarda io ho usato praticamente tutti i mezzi di trasporto esistenti: dal traghetto all’auto, all’aereo, eppure vi assicuro che purtroppo non ho fatto il giro del mondo. Ma quanto ho inquinato? In rete abbondano i calcolatori di carbonio, programmi interattivi che promettono di rivelare a chi li usa il peso in tonnellate delle emissioni provocate dal proprio stile di vita. Ne esistono di molti tipi, ma si dividono principalmente in due categorie: quelli dedicati alla casa e quelli riferiti ai viaggi.
Continua

L’effetto serra? Colpa (anche) dei nostri antenati contadini

Un campo di grano

Non correte a riempire il serbatoio del vostro Suv e non vi affrettate ad accendere i vostri condizionatori a palla. Le attuali attività umane, le nostre, non sono state affatto scagionate dall’accusa di contribuire all’innalzamento della temperatura globale del pianeta. C’è però chi sostiene che il perverso effetto serra non sia cominciato con l’era industriale, ma qualche millennio prima, con le prime forme di agricoltura.

Sono i ricercatori dell’Università della Virginia e dell’Università del Maryland-Baltimore County a sostenere che i nostri antenati bruciavano foreste a tutto spiano per poter coltivare la terra e che questo avrebbe innalzato la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera abbastanza da alterare il clima globale, dando il via a quel riscaldamento i cui effetti sono ben visibili oggi.

Lo studio, pubblicato il 17 agosto sulla rivista Quartenary Science Reviews, sostiene anche che i sei miliardi di abitanti che popolano attualmente la terra consumano circa il 90 per cento di suolo in meno a testa per la coltivazione rispetto alla ben più esigua popolazione dell’epoca in cui l’agricoltura è cominciata. I nostri antenati si affidavano molto probabilmente alla tecnica del taglia e brucia per ripulire ampie zone di terreno in cui però producevano una quantità piuttosto modesta di cibo. Un’abitudine che dipendeva dall’abbondanza di foreste da bruciare e dal fatto che non avevano bisogno di massimizzare la resa: erano pochi e potevano permettersi di usare a piacimento quella terra che per noi oggi è così preziosa.

William Ruddiman, autore principale della ricerca e professore emerito di scienze ambientali all’Università della Virginia, ne è sicuro: “Potrebbero aver inavvertitamente alterato il clima”. La tecnica usata dai nostri antenati prevedeva la fertilizzazione di ampie zone di terreno deforestate grazie all’aiuto del fuoco. Una volta che la terra cominciava a dare meno frutti, le popolazioni si spostavano un po’ più in là e ricominciavano ad abbattere alberi, bruciare e coltivare. Secondo Ruddiman, che in anni recenti ha fatto molta ricerca nei campi dell’antropologia, dell’archeologia e della climatologia per meglio comprendere come gli umani possano aver influenzato il clima nel corso dei millenni, probabilmente i primi agricoltori bruciavano appezzamenti di terreno 4 o 5 volte più ampi di quelli che utilizzavano realmente per la coltivazione. Ed è solo con l’aumento consistente della popolazione che, avendo meno terra a disposizione, si è resa necessaria l’adozione di tecniche di coltivazione intensiva per arrivare a produrre più cibo con meno terra.

I veri spreconi, insomma, non saremmo noi bensì chi ci ha preceduto di qualche migliaio di anni. Peccato che, diventati più giudiziosi e meno egoisti sul fronte agricolo, abbiamo poi controbilanciato questa parsimonia bruciando combustibili fossili su larga scala.

Le teorie di Ruddiman non sono state accolte benissimo quando ha cominciato a esporle cinque anni fa. Secondo molti scienziati gli abitanti del passato erano in numero troppo esiguo per poter produrre abbastanza emissioni da avere un effetto sul clima. Ma Ruddiman ribatte che i modelli che fanno cominciare l’effetto serra con l’inizio dell’era industriale contengono una inesattezza di fondo: darebbero infatti per scontato che l’uso che si faceva della terra migliaia di anni fa fosse lo stesso che se ne fa ora, il che a suo avviso è totalmente errato.

Clima: accordo Ue su tagli alle emissioni per le auto

Auto nel traffico

Dopo un negoziato serrato, Commissione europea, Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sul regolamento per il taglio delle emissioni di CO2 nelle nuove vetture, che prevede un sistema di gradualità e di sanzioni. Il relatore, Guido Sacconi (Pse) ha definito l’intesa “molto soddisfacente”, sottolineando che si tratta “non solo di operazione di politica ambientale ma anche di politica industriale”.
L’accordo dovrà ora ritornare sul tavolo dei rappresentanti dei ventisette ed essere votato dal Parlamento europeo nella sessione di Strasburgo di dicembre.
Tre i punti sostanziali. Si mantiene l’indicazione della Commissione europea dell’obiettivo di una media di 120 gr/km di C02 per le nuove auto per il 2012, rispetto a 159 gr/km del 2005, prevedendo però uno scaglionamento per raggiungere questo tetto a partire dal 2012 fino al 2015. A questo il Parlamento europeo ha giudicato “fondamentale” affiancare un obiettivo di lungo termine di una media di 95 gr/km entro il 2020. L’accordo raggiunto ieri sera ha definito anche il sistema di sanzioni per i produttori che non rispettino gli obiettivi e sul quale si è a lungo negoziato.
Dal 2012 al 2018 pagheranno 5 euro per il primo grammo di CO2 in eccesso, 15 euro per il secondo, 25 per il terzo e 95 dal quarto in poi. Dal 2019 saranno 95 euro per ogni grammo in eccesso. “Non vogliamo fare cassa. Non sono tasse o multe ma incentivi per i produttori a investire”, ha osservato Sacconi.
L’intesa prevede che si arrivi a una riduzione di emissioni fino a 130gr/km grazie al miglioramento della tecnologia dei motori, alla quale si aggiunge una ulteriore riduzione di 10 gr/km con una migliore performance dei pneumatici e con l’uso di biocarburanti.
Il compromesso è stato criticato dalle organizzazioni ambientaliste che lo giudicano insufficiente e per questo Sacconi ha dichiarato di non aspettarsi “manifestazioni di entusiasmo” né da parte dei produttori né dai sindacati né dalle ong. “Ma ho la sensazione che tutti accetteranno questo risultato”, ha spiegato il relatore, precisando che questo regolamento vuole essere “uno stimolo alla concorrenza fra produttori”. “In questo anno che ha segnato un crollo verticale della domanda di auto, il numero di vetture a bassa emissione è cresciuto più che proporzionalmente. E’ un segnale di tendenza del consumo”, ha sottolineato Sacconi.
“Un piccolo passo nella giusta direzione”. E’ questo il commento di Legambiente sull’accordo raggiunto a Bruxelles, su cui l’associazione ambientalista manifesta alcune perplessità. “Purtroppo, anche se è stato confermato un obiettivo di lungo periodo in linea con il pacchetto clima del 20-20-20, il percorso flessibile individuato per il periodo di transizione rischia di compromettere la performance ambientale e la spinta innovativa per le industrie automobilistiche europee, indispensabile per vincere la sfida climatica e quella economica”. Legambiente sostiene che l’Europa deve affrontare la sfida “con molta determinazione per non perdere il vantaggio competitivo, soprattutto ora che la nuova amministrazione Usa ha deciso di sostenere la propria industria dell’auto con cospicui incentivi legati alla performance ambientale”.
Intanto 55 associazioni, il “Comitato promotore della Marcia per il clima“, hanno presentato oggi un documento indirizzato a Governo, Parlamento ed enti locali, con lo slogan “Fermiamo la febbre del Pianeta”. Il documento è stato già inviato al ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, chiedendo un incontro, senza risposta.
In concomitanza con la conferenza Onu sul clima in corso a Poznan, in Polonia, tre sono i punti chiave da rilanciare per il Comitato: meno emissioni di CO2, più efficienza energetica, più energie rinnovabili. Non è piaciuta in questo senso l’eliminazione con valore retroattivo della detrazione fino al 55% per gli interventi di risparmio energetico nell’edilizia contenuta nel decreto anti-crisi, per la quale il Movimento difesa del cittadino (Mdc) promette azioni giuridiche se non verrà ripristinata. Una “preoccupazione” generale poi è stata espressa per la spinta sul nucleare, che tra l’altro non viene considerato un volano per l’occupazione.
“Vogliamo sottolineare l’utilità degli obiettivi al 2020 della Ue - ha detto Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - e la necessità per l’Italia di cogliere, in fase di recessione, l’occasione di investire in innovazione, nel settore energetico così come nei trasporti”.

L’inquinamento cinese accelera lo scioglimento dei ghiacciai

L'immagine di un ghiacciaio

Dopo aver reso note le nuove stime sulle previsioni di innalzamento del livello dei mari, l’Istituto per la Ricerca sull’impatto climatico tedesco (Pik) di Potsdam lancia l’allarme, preoccupato per il fatto che il futuro aumento del livello delle acque marine entro la fine del secolo potrebbe superare il metro di altezza e non gli ottimistici 18/59 cm stimati dalle Nazioni Unite solo un anno fa.

Secondo Joachim Schellnhuber, direttore del Pik oltre che consigliere del Cancelliere tedesco Angela Merkel per tutte le questioni che riguardano gli effetti del cambiamento climatico, i dati delle Nazioni Unite non sono affidabili perché troppo datati. Gli esperti dell’Onu, infatti, non hanno considerato che in pochissimi anni il tasso di scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya e della calotta che copre la Groenlandia è raddoppiato in alcuni punti e triplicato in altri. Tutto questo a causa del progressivo aumento delle emissioni di gas inquinanti e particelle che causano l’effetto serra liberate dagli scarichi industriali cinesi.

La connessione tra particelle inquinanti, gas serra e scioglimento dei ghiacciai è molto semplice, ha spiegato Schellnhuber: “le emissioni di gas serra sporcano il ghiaccio e ne indeboliscono il potenziale di riflessione dei raggi solari. Di conseguenza, i raggi vengono assorbiti con maggiore facilità e la calotta si scioglie più in fretta”.

D’altronde, già l’Istituto di economia di Kiev, in Ukraina, aveva denunciato che le emissioni di anidride carbonica stanno continuando ad aumentare a un tasso del 3,5% all’anno (molto più alto rispetto alla media dell’1% registrata fino a venti anni fa) proprio come conseguenza del rapido sviluppo di tutti i Paesi emergenti, Cina e India in testa.
Secondo Joachim Schellnhuber non è solo il collegamento tra emissione di gas serra, scioglimento dei ghiacciai e aumento del livello del mare ad essere pericoloso. Lo scienziato avrebbe infatti dimostrato che, paradossalmente, persino le strategie implementate nelle varie metropoli per migliorare la qualità dell’aria potrebbero peggiorare i problemi legati al riscaldamento globale. Anche in questo caso, la ragione è semplice: il volume di particelle sporche nell’aria, come quelle emesse dalla bombolette spray, contribuisce a proteggere la terra dai raggi solari facilitandone il raffreddamento, pur rimanendo nocive per l’ambiente. Le particelle di anidride carbonica, al contrario, intrappolano il calore nell’atmosfera. E’ evidente che una riduzione delle prime e non delle seconde potrebbe non sortire gli effetti sperati.

L’Europa e le emissioni di CO2: i Paesi dell’Est chiedono il permesso di inquinare di più

A Valencia Summit sui cambiamenti climatici
Prendere come anno di riferimento a partire dal quale valutare il calo delle emissioni il 2005 e non il 1990 come è stato finora. La richiesta appare bizzarra e a farla è stata l’Ungheria. Il motivo? I grossi tagli alle emissioni nocive realizzati dai paesi dell’Est Europa negli anni 90 sarebbero dovuti al rallentamento della produzione industriale dovuto al crollo del comunismo e non sarebbero perciò più rappresentativi del livello produttivo che quei paesi sono tornati ad avere oggi. Così Polonia, Ungheria e sei altri paesi dell’Est sostengono che per restare nei limiti loro imposti oggi vedranno impennarsi il prezzo dell’energia con conseguenze disastrose sulla salute delle loro economi.

Ma ha senso nel momento in cui siamo già indietro sugli obiettivi di Kyoto per il 2012 e mentre il Consiglio Europeo ha già indicato un nuovo ambizioso obiettivo di riduzione per il 2020, chiedere il permesso di poter inquinare un po’ di più? Il Parlamento Europeo ha detto no,  ma ha preso, con un margine risicatissimo, un’altra decisione che agli ambientalisti non è piaciuta per niente. Ha deciso di aumentare di un terzo la quota di carbon offset, la possibilità di compensare le quote di CO2 prodotte in eccesso, per quelle emissioni che non sono già coperte dal sistema di Emission trading stabilito dal protocollo di Kyoto. Si applica in sostanza a trasporti, edilizia, agricoltura e piccole imprese, lasciando fuori la grande industria.

In pratica aumenta la quota di inquinamento consentito, che potrà essere controbilanciata comprando quote positive dai Paesi che inquinano meno. “Questo voto permette di far fronte all’80 per cento della riduzione di emissioni semplicemente comprando crediti da altri Paesi”, si legge in un comunicato firmato da varie sigle ambientaliste, inclusi Greenpeace e WWF.

La decisione presa in seno al Comitato per l’industria del Parlamento, è passata nel suo insieme con 35 voti a favore e 10 contro, ma nelle prossime settimane sarà il Parlamento a dover raggiungere una posizione definitiva su un pacchetto di proposte per dare un taglio netto di almeno un quinto alle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. La decisione sulle leggi, che a quel punto saranno vincolanti, richiederà una serie di negoziazioni con i leader dei paesi europei e con la Commissione. L’obiettivo fissato è assai più ambizioso di quelli stabiliti da Canada, Stati Uniti e Giappone, altri grandi “produttori” dei gas incriminati.

E i cittadini cosa dicono? Risale appena all’11 settembre scorso il dibattito al Parlamento Europeo sui risultati di una ricerca di Eurobarometro dalla quale emerge che il 70 per cento degli europei crede nella lotta al cambiamento climatico ed è convinto di poter fare la sua parte con piccoli gesti quotidiani, ma pensa che l’Unione Europea, i singoli stati, l’industria e l’opinione pubblica non stiano facendo abbastanza per affrontare il problema. Aumentare le quote di carbon offset non pare perciò una decisione che possa far felici i cittadini.

Clima, il dopo-Kyoto si decide a Bali

http://www.flickr.com/photos/sreyes/171041167/<br />
Si è aperto a Bali, in Indonesia, il summit sui cambiamenti climatici sotto l’egida dell’Onu. Vi partecipano 19o rappresentanti dei paesi firmatari della Convenzione sul clima di Kyoto del 1992, più l’Australia, il cui premier neoeletto Rudd ha firmato il protocollo questa mattina. La sua dichiarazione di adesione è stata accolta da un lungo applauso.
Come abbiamo già scritto, disegnare il dopo-Kyoto sarà l’obiettivo dichiarato della conferenza che si tiene fino al 14 sull’isola indonesiana e dalla quale non uscirà un vero accordo per le misure da prendere a partire dal 2012 per contrastare i cambiamenti climatici, ma ha lo scopo di “mettere il motore in movimento”, come spiega un comunicato sul sito dell’evento. Il problema è globale perciò le contromisure vanno coordinate per forza di cose a livello internazionale. Il protocollo di Kyoto contiene gli impegni dei Paesi aderenti (Cina e Stati Uniti i due astenuti eccellenti) nella riduzione delle emissioni dal 2008 al 2012. Per gli anni successivi serve un nuovo patto che tenga in considerazione alcuni aspetti chiave come la mitigazione degli effetti nefasti delle emissioni di anidride carbonica (per esempio fermare la deforestazione), l’adattamento, la tecnologia e, non ultimo, i finanziamenti. Lo scopo è arrivare a ratificare un nuovo accordo prima della fine del 2012. Al centro dei negoziati di Bali ci sarà anche l’istituzione di un Fondo per l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Qui le webcam per seguire in diretta i dibattiti.

Nel video, il commento ai lavori della prima giornata da parte di Yvo de Boer, il segretario esecutivo della convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Gas serra: possono gli aeroporti essere amici dell’ambiente?

http://www.flickr.com/photos/global-jet/178062301/in/photostream/
Il triste primato spetta alla Gran Bretagna: i risultati di una recentissima ricerca dal titolo Green Values (qui il file pdf), condotta dalla società di marketing internazionale TGI, dicono che quando si tratta di inquinamento da voli aerei ogni cittadino britannico emette 603 kg di CO2 all’anno. Seguono a ruota l’Irlanda, con 434 kg di anidride carbonica pro capite e gli Stati Uniti (275 kg a persona).
Il Nobel per la pace ad Al Gore e al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite conferma l’accresciuta attenzione dell’opinione pubblica verso il tema ambientale. Ma pur sapendo che i viaggi aerei sono tra le attività maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, chi è disposto a volare di meno o addirittura a rinunciare del tutto all’aeroplano? Niente paura, in soccorso dei viaggiatori che vogliono pulirsi la coscienza ecologica arriva la possibilità di neutralizzare le proprie emissioni, versando una cifra che verrà investita in progetti mirati alla riduzione di uguali quantità di gas serra. Essere “carbon neutral” è quasi una nuova moda.
All’aeroporto olandese di Eindhoven con la carta di imbarco viene consegnato ai passeggeri un volantino che li invita a calcolare, usando appositi terminali, le emissioni prodotte dal proprio tragitto aereo e a neutralizzarle a partire da un versamento minimo di 3,10 euro. Perché non ci pensa l’aeroporto stesso a neutralizzare l’impatto ambientale? Questo aeroporto in effetti già lo fa: tutti i gas serra prodotti dalle operazioni che lo fanno funzionare vengono neutralizzati da versamenti corrispondenti. E che a Eindhoven ci tengano all’ambiente si capisce anche andando alla toilette: per gli scarichi qui si usa piovana, un’idea che sotto il bigio cielo inglese non dovrebbe essere difficile copiare. Altri scali fanno del rispetto dell’ambiente un punto forte. L’aeroporto East Midlands che in Gran Bretagna serve le città di Nottingham, Leicester e Derby, ha in programma di diventare “neutrale” entro il 2012. Così come la società di jet privati Netjets. E se vi interessa essere aggiornati su cosa si muove in questo ambito, vale la pena tenere d’occhio questo blog: una specifica sezione dedicata alle linee aeree segnala gli impegni presi in tal senso dalle varie compagnie. Non mancano gli attivisti, che sulla possibilità di neutralizzare le emissioni sono quantomeno scettici. Quelli inglesi si ritrovano su un sito il cui nome dice tutto: Plane stupid.

California, si tiene il conto delle emissioni per imparare a limitarle

http://www.flickr.com/photos/hungry_i/159596415/
Le decisioni che si prendono localmente in materia di energia, traffico, materiali da costruzione, emissioni di gas serra hanno un’inevitabile ricaduta sui cambiamenti climatici. In California molte contee cominciano a confrontarsi con questa realtà. Una, la contea di San Bernardino, ha deciso di intraprendere un programma di monitoraggio del proprio impatto per poter apportare i necessari correttivi. Si tratta di una regione in fortissima crescita, e perciò dove probabilmente si rischia di inquinare più che altrove, per costruire nuove case e nuove strade, con il conseguente aumento del traffico. Un vero peccato vista la bellezza dei suoi paesaggi che variano dalla foresta al deserto. Il Los Angeles Times fa sapere che pochi giorni fa è stato siglato un accordo in base al quale la contea si appresta a monitorare per i prossimi due anni e mezzo consumi ed emissioni con lo scopo di ridurre il più possibile gli impatti. La sfida è quella che in breve tempo tutto il pianeta sarà costretto ad affrontare: limitare drasticamente le emissioni senza per questo rinunciare a posti di lavoro e benessere, ma contenendo traffico e ingorghi e migliorando così la qualità della vita.
La Contea è già da tempo impegnata sul fronte ambientale: l’uso di auto ibride e di autobus elettrici, l’impiego di display informativi in autostrada alimentati con pannelli solari e così via. E ieri ha inoltrato un nuovo comunicato (file pdf) che contiene ulteriori misure ambientali, il Green County San Bernardino Program, tra cui incentivi per chi costruisce utilizzando materiali eco-compatibili, e la prossima istituzione di un sito che conterrà informazioni e consigli per uno stile di vita amico dell’ambiente. La città, che si trova sulla mitica Route 66, non rinuncia però a tenere, a metà settembre, il consueto raduno Route 66 Rendez-vous, che vedrà sciamare nella zona diverse centinaia di auto costruite tra il 1900 e il 1973. Quindi, c’è da giurarci, non proprio ecologiche. Ma per incrementare il turismo, si sa, questo ed altro.

Come sta la Terra? Le cifre dicono che…


Il clima è uno dei temi che più calamita dibattiti e discussioni.
Agli estremi, l’enfasi di chi prevede un’apocalisse ambientale (l’ultimo allarme viene da uno studio inglese e prevede 1 miliardo di profughi nel 2050 a causa dell’effetto serra) e l’indifferenza di chi nega qualsiasi problema. Siamo sommersi da previsioni più o meno attendibili e parole più o meno sensate. Forse conviene fermarsi a riflettere: perché liberarsi dai luoghi comuni è il primo passo per prendere le decisioni giuste. Partiamo dalle cifre:
Le cifre contenute nelle conclusioni del 4° Rapporto (qui il .pdf) dell’Ipcc (Intergovern-mental panel on climate change) dell’Onu rese note tra febbraio e maggio 2007:

- Dal 1750 a oggi sono stati immessi nell’atmosfera circa 1.400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2).
- Il 57% è stato assorbito da oceani e foreste. Il 43% è rimasto in atmosfera.
- Negli ultimi 150 anni la concentrazione di gas serra in atmosfera è passata da 280 parti per milione a 380.
- La temperatura globale è salita di 0,6 °C. Secondo l’Ipcc, il riscaldamento è causato
per il 90% dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera.
- In base alle proiezioni, entro fine secolo la temperatura media della Terra potrebbe salire da 1,8 gradi centigradi a un massimo di 6,4 gradi. Diminuire le emissioni inquinanti sarebbe possibile, secondo alcuni, riducendo il pil mondiale annuo almeno dello 0,12% (del 3% entro il 2030).

Il futuro di Facebook

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