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Clima: accordo europeo sulle energie rinnovabili

Sembra spianarsi la strada per l’adozione all’unanimità del pacchetto sul clima denominato “20-20-20” che sarà all’esame del Consiglio europeo venerdì prossimo. Consiglio, Commissione e Parlamento europeo hanno infatti raggiunto un accordo sulla proposta di direttiva sulle energie rinnovabili. E’ uno dei tre tasselli del pacchetto di misure che comprende anche la modifica della direttiva sul sistema comunitario di scambio delle quote di emissione e la ripartizione degli sforzi da intraprendere per adempiere all’impegno comunitario a ridurre le emissioni di gas serra in settori come i trasporti, l’edilizia, i servizi, i piccoli impianti industriali, l’agricoltura e i rifiuti. La proposta di provvedimento sulle rinnovabili mira a portare al 20 per cento la quota di energia prodotta attraverso le fonti alternative, ma questo obiettivo, anche grazie all’iniziativa italiana, sarà soggetto a una ricognizione nel 2014. Tra sei anni si potranno dunque ridiscutere i metodi con cui raggiungere il traguardo prefissato, ma l’iniziale richiesta di Roma di una messa in discussione del target del 17 per cento assegnato al nostro Paese (che parte dal 5 per cento) non ha incontrato il consenso della presidenza francese della Ue. L’intesa non implica, in ogni caso, lo sblocco del difficile negoziato sul complesso del pacchetto clima, che prevede entro il 2020 la riduzione del 20 per cento delle emissioni di Co2, un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e della quota di energie rinnovabili nel fabbisogno totale dell’Ue.

Un pacchetto, “i cui obiettivi non sono negoziabili”, sottolinea il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, spiegando che è comunque necessario garantire un’equa distribuzione dei costi del pacchetto tramite la flessibilità, a fronte di “preoccupazioni giustificate”. Barroso si è quindi detto “fiducioso che il vertice dei capi di Stato e di governo manterrà essenzialmente intatto il pacchetto sul clima, un piano che vale l’1,5 per cento del pil europeo, pari a 200 miliardi di euro”. Il ministro Frattini, dopo un primo momento di insoddisfazione, parla di “importanti passi in avanti: l’Italia, mantiene la sua posizione negoziale per favorire un accordo tra i Ventisette e avanza l’ulteriore richiesta politica di revisione dell’intero pacchetto”.

Sul tavolo rimane il nodo dei meccanismi che fanno maturare permessi di emissione attraverso progetti ecologici all’estero come previsto dal Protocollo di Kyoto. Poi c’è la questione della riduzione unilaterale per l’Europa a 27 delle emissioni di gas a effetto serra (l’obiettivo anche su questo fronte è la riduzione del 20 per cento entro il 2020) per quel che riguarda il comparto industriale. E qui l’accordo è molto più difficile. Se dovesse essere necessario ricorrere alle aste di emissione per i settori a più alta attività energetica, come la produzione di elettricità, cemento, raffinazione, pasta e carta, il costo stimato per l’Italia sarebbe tra i 2,6 e i 3,8 miliardi nel caso che il prezzo unitario di acquisto del credito sia pari a 20 euro a tonnellata di CO2, tra i 6,8 e i 7,6 miliardi nell’ipotesi che la tonnellata di CO2 sia a 40 dollari.

L’accordo sulle energie rinnovabili ha trovato molti consensi. Per l’associazione europea dell’industria eolica (Ewea), “è stato cambiato il futuro dell’energia dell’Europa”, Greenpeace parla di un “accordo storico”, mentre il Wwf ha inviato una lettera a tutti i parlamentari sui benefici legati al taglio delle emissioni e sui percorsi possibili di riduzione dei gas serra in alcuni importanti comparti produttivi come quello del cemento. Più cauto Luigi Paganetto, presidente dell’Enea. “I benefici del pacchetto clima - energia, a parte quelli derivanti dalla minore importazione di combustibili fossili sono, in principio, potenzialmente importanti, ma in concreto dipenderanno dalla misura in cui riusciremo a cogliere le opportunità offerte dalla gara per tecnologia e innovazione che si è aperta in Europa sull’energia – ha dichiarato Paganetto, nel corso di un’audizione in commissione Ambiente della Camera – In ogni caso, per l’Italia i costi dell’assunzione di questo pacchetto saranno più elevati rispetto alla media Ue a causa della bassa efficienza negli usi finali dell’energia, a cominciare dal residenziale, ma anche dei trasporti, industria e servizi”.

Nucleare sì o no? Per le scorie, una risposta dal caffè

Una centrale nucleare

Mentre in Italia la strada del ritorno all’energia nucleare viene seguita senza tentennamenti, negli Stati Uniti si appresta a diventare operativo un sistema di riciclaggio delle scorie ispirato a un procedimento impiegato per ottenere il caffè decaffeinato, e finalizzato in questo caso a recuperare uranio arricchito dalle ceneri dei rifiuti radioattivi, per renderlo nuovamente utilizzabile come combustibile nei reattori delle centrali nucleari, contribuendo nello stesso tempo alla tutela dell’ambiente. Necessità che, insieme alle implicazioni economiche dell’opzione nucleare, fa da sfondo anche oltreoceano al dibattito su questa fonte energetica. Messo a punto nel corso di vent’anni da Chien Wai, professore di chimica dell’Università dell’Idaho, il procedimento si serve di un fluido supercritico, nella fattispecie l’anidride carbonica, per dissolvere metalli tossici. La sostanza impiegata a tale scopo viene infatti portata a temperatura e pressione alle quali presenta proprietà tanto di gas quanto di liquido: quando la pressione viene poi riportata a valori normali, l’anidride carbonica diventa un gas ed evapora, lasciando dietro di sé solo il metallo estratto, grazie al fatto che nello stato supercritico la sostanza può muoversi come un gas all’interno delle ceneri, e dissolvere i composti agendo come liquido. Si tratta per l’appunto di una tecnologia impiegata per decenni per rimuovere la caffeina dal caffè senza pregiudicarne l’aroma, dato che non richiede l’uso di solventi. Circa il 10 per cento del peso delle ceneri radioattive è rappresentato da uranio arricchito riutilizzabile, del valore di milioni di dollari, che attende dunque di essere recuperato. Secondo le previsioni, un impianto basato su questa tecnologia entrerà in funzione negli Stati Uniti nel 2009, e Wai è convinto che questo sistema sia solo all’inizio: egli sta infatti lavorando per renderlo ancora più ecocompatibile, trovando il modo di riciclare altri tipi di rifiuto radioattivo.

Per Panorama.it commenta questa tecnologia il fisico nucleare Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell’Enea e presidente di Nucleco.

Per quale motivo una simile sistema rappresenta qualcosa di innovativo?
Se dal punto di vista scientifico si tratta di un processo già noto, la novità consiste piuttosto nell’uso di un fluido supercritico applicato alle ceneri dei rifiuti radioattivi. Esiste una regione, definita di supercriticità, nella quale i fluidi, in determinate condizioni di pressione e temperatura, sono gas che si comportano da liquidi, facendone propria la densità. L’anidride carbonica, in particolare, viene impiegata perché svolge questa funzione a pressioni modeste e facilmente raggiungibili.

Quali vantaggi è possibile attendersi dall’applicazione di questa tecnologia?
I rifiuti radioattivi contaminati, se sono bruciabili, vengono inceneriti per ridurne il volume, ma le ceneri sono ancora un rifiuto, che si può ulteriormente ridurre estraendone l’uranio arricchito, un prodotto pregiato perché si usa nei reattori nucleari, e il cui smaltimento è sempre un problema dato che, essendo materia prima per un possibile uso non pacifico, deve avvenire in condizioni sorvegliate che generano dei costi. Evidentemente, perché l’operazione sia davvero conveniente, l’impianto che si pensa di realizzare negli Stati Uniti dovrà avere un costo minore del valore dell’uranio arricchito che si prevede di recuperare.

I ricercatori statunitensi pensano di poter andare oltre il recupero di uranio arricchito.
Questo sarà possibile perché non è l’anidride carbonica supercritica a dissolvere direttamente l’uranio, ma il legante, una molecola che circonda l’atomo di uranio permettendone l’estrazione. Cambiando opportunamente legante, si possono estrarre selettivamente altri elementi, tra i quali il plutonio, che si ricicla nei reattori ora disponibili.

La ricerca per un nucleare più sicuro e conveniente prosegue, ma Legambiente non si fida e sostiene che l’Italia vi ritorna proprio mentre la Germania sta dismettendo le sue centrali.
E’ vero che la Germania ha fatto più dell’Italia sul fronte delle energie rinnovabili e che dopo il disastro di Chernobyl non ha aumentato il parco di centrali nucleari, ma non le sta dismettendo, sta affrontando la life extension di quelle esistenti. Un impianto nucleare viene licenziato per 30 anni, dopo i quali può beneficiare di un’estensione più o meno ampia della sua vita operativa, e quelli tedeschi sono impianti abbastanza giovani.

E’ realistico il mix energetico che si prospetta per l’Italia, con il 25 per cento dell’energia attinta dal nucleare, il 25 da fonti rinnovabili e il restante 50 da combustibili fossili?
Sono percentuali adeguate al fatto che è necessaria una diversificazione delle fonti, che vanno utilizzate tutte in un paniere coerente. Sarebbe improponibile puntare tutto sul nucleare o tutto sulle rinnovabili, come disporre di una sola automobile e pretendere di non rimanere appiedati quando si presenta un qualche tipo di problema.
LEGGI ANCHE: Enel scommette su nucleare e rinnovabili per il futuro italiano; Legambiente non ci sta: il problema sicurezza rimane; Il governo: “Nucleare avanti tutta, non c’è tempo da perdere”

Dalle piante un vaccino contro il tumore della cervice

Il laboratorio del centro Casaccia

Il futuro dei vaccini contro il papilloma virus umano (Hpv) potrebbe arrivare da una nuova generazione di vaccini a dna, costituiti cioè dal materiale genetico del microrganismo responsabile dell’infezione e che rappresentano un’interessante strategia per l’immunoterapia del cancro poiché uniscono la stabilità e la sicurezza dei vaccini ad un vantaggioso rapporto costo-efficacia. Il lavoro è frutto di una collaborazione tra il gruppo di ricerca guidato da Aldo Venuti, responsabile del laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma, e quello di Rosella Franconi dell’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA). “Abbiamo analizzato la potenza antitumorale di vaccini basati sulla fusione tra il gene E7 inattivato di Hpv di tipo 16 e quello codificante per una proteina di un virus vegetale. Abbiamo così scoperto che tali vaccini chimerici a dna, somministrati a topi per via intramuscolare, inibiscono la crescita di tumori meglio di quanto possa fare il gene ‘E7’ da solo – spiega a Panorama.it Rosella Franconi dell’ENEA - Pertanto, grazie all’incremento delle risposte linfocitarie indotte da tali vaccini, essi potrebbero rappresentare in futuro una strategia alternativa per aumentare l’efficacia dei vaccini genetici volti alla terapia dei tumori correlati ad Hpv”.

Il cancro della cervice uterina, determinato da tipi di papillomavirus ad alto rischio, in particolar modo Hpv di tipo 16 e 18, rappresenta il secondo tumore più comune tra le donne di tutto il mondo. Le ultime stime hanno fatto registrare 493 mila nuovi casi e 274 mila decessi, l’83 per cento dei quali avvenuti nei paesi in via di sviluppo. In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina e circa 1000 donne muoiono a causa di questa patologia. L’Italia è stato il primo paese europeo a pianificare una strategia di vaccinazione pubblica e gratuita, rivolta alle ragazze di 11 e 12 anni in tutto il territorio italiano.

“Il vaccino contro l’Hpv è un importante strumento di prevenzione primaria del carcinoma della cervice uterina. E’sicuro ed è in grado di prevenire nella quasi totalità dei casi l’insorgenza di un’infezione persistente dei due ceppi virali responsabili attualmente del 70 per cento dei casi – aggiunge la Franconi - Noi lavoriamo su vaccini biotech, terapeutici ma anche preventivi, prodotti direttamente in pianta come proteine ricombinanti, dove la pianta viene usata come ‘biofabbrica’, o genetici, che utilizzano sequenze di dna derivate dal mondo vegetale fuse con gli antigeni di interesse, allo scopo di ottenere formulazioni innovative, sicure e accessibili perché a basso costo”. Già nel marzo 2007 il laboratorio di virologia del Regina Elena di Roma e il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del Centro ricerche “Casaccia” dell’ENEA, grazie alla collaborazione con il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer Institute, negli Usa, hanno utilizzato nuove tecnologie per la preparazione di proteine di fusione purificate da piante di tabacco che hanno portato alla messa a punto di vaccini terapeutici Hpv-specifici; tale lavoro pubblicato sulla rivista internazionale Vaccine, ha dimostrato un’altissima efficacia terapeutica in un modello animale in cui si è ottenuta la guarigione di tumori sperimentalmente indotti. Per fare questa ricerca servono “tanti soldi, che purtroppo mancano in Italia”, dice la ricercatrice. “Alla Casaccia le risorse non mancano, ma servirebbero altri fondi per stabilizzare i giovani ricercatori e per il lavoro di ricerca in laboratorio. A volte ci verrebbe voglia di lasciare questo paese ed emigrare altrove”.

Si celebra l’Earth Day, il mondo si mobilita per l’ambiente

un fotomontaggio del pianeta Terra. (credits: flickr, Nasa)

“Il 22 aprile è il giorno in cui l’uomo fa la pace col pianeta”. Parole dell’ecologo Barry Commoner che ben rappresentano lo spirito che da 38 anni anima l’Earth day, la giornata mondiale della Terra. Il 22 aprile 1970 venti milioni di americani si mobilitarono per una dimostrazione a favore della salvaguardia dell’ambiente. L’iniziativa fu lanciata da Gerald Ford, non ancora presidente degli Stati Uniti e, da allora, questa data è diventata un evento internazionale che ha per scopo la sensibilizzazione del pubblico sui temi della conservazione ambientale e della lotta ai gas serra. Per l’occasione, Sky Cinema e Sky Tg 24 dedicheranno una programmazione speciale con tre documentari e una “conversazione esclusiva” con Jovanotti, dove si approfondirà il noto attivismo del cantautore in difesa del pianeta.

Le celebrazioni si concluderanno a Roma, in piazza del Campidoglio, con un grande concerto di musica etnica.

Ma la salvaguardia dell’ambiente passa anche attraverso un coinvolgimento sempre più diretto di Regioni, Province e Comuni. L’idea è contenuta in un dossier dell’Enea, secondo il quale, “le scelte europee in materia di riduzioni dei gas serra prevedono una ripartizione condivisa dei relativi oneri che permetta di coinvolgere concretamente regioni, province e comuni, mobilitando risorse e facilitando le procedure amministrative. Senza una politica determinata su obiettivi di riduzione dei consumi, anche il coinvolgimento delle Regioni difficilmente permetterà di raggiungere obiettivi sufficienti di sviluppo delle fonti rinnovabili”.

 

Nell’Europa allargata a 27, Italia è il terzo paese emettitore di gas serra. Secondo i dati presentati dall’Enea (documento pdf), nelle emissioni a livello nazionale si è passati da un valore di quasi 400 milioni di tonnellate di CO2 nel 1990, a 450 milioni nel 2005, con un aumento complessivo del 13,3 per cento, dovuto al contributo di alcune regioni. La più inquinante era la Lombardia con 70 milioni di tonnellate, seguita da Puglia con 50, Veneto con 43 e Lazio con 42 milioni di tonnellate. Rispetto agli obiettivi sanciti dal protocollo di Kyoto, il nostro paese deve ridurre le proprie emissioni serra (Ghg) nel periodo 2008 - 2012 del 6,5 per cento rispetto al 1990. Nella sfida energetica che sta portando avanti l’Europa, l’Italia è in prima linea per i finanziamenti in favore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. Nel periodo 2007-2013 infatti, dei nove miliardi di euro stanziati dall’Ue, oltre 1,8 miliardi saranno messi in opera in Italia dove porteranno investimenti globali per 10 miliardi di euro.

 

“Grandi obiettivi come quelli di Kyoto sono raggiungibili solo se si traducono in comportamenti quotidiani a livello locale e per questo sono cruciali le azioni convergenti dei Comuni, coordinati dalle Province - sottolinea Massimo Rossi, presidente della provincia di Ascoli Piceno e vice presidente dell’Unione province d’Italia (Upi), di cui è responsabile nazionale per l’ambiente - Le idee per il futuro, anche a livello regionale, provinciale e comunale, dovranno necessariamente andare verso misure di incentivazione del fotovoltaico, di promozione dell’efficienza energetica negli edifici, dell’utilizzo dei biocombustibili nei trasporti”. L’Upi ha siglato, lo scorso gennaio, un innovativo protocollo d’intesa con la società operativa del Registro italiano navale. Si tratta di un modello che consentirà alle amministrazioni provinciali di elaborare un bilancio delle fonti di gas serra presenti nel territorio e produrre strumenti per agire strategicamente a livello normativo e amministrativo per la loro riduzione. “Le province italiane, riducendo le emissioni, potranno entrare da protagoniste nel panorama degli obiettivi stabiliti dal Protocollo di Kyoto – aggiunge Rossi - generando crediti grazie alle azioni eco-compatibili, scambiandoli sui mercati internazionali e mettendo a disposizione del sistema paese ingenti risorse”.

LEGGI ANCHE: Roma, il megaconcerto a impatto zero

Il buco dell’ozono vent’anni dopo: cronaca di un disastro ecologico (quasi) risolto

http://www.flickr.com/photos/evagoestomarket/30547488/
Vent’anni fa, nel 1987, gli scienziati lanciarono un allarme al mondo intero. Lo strato di ozono che scherma la Terra dalle radiazioni “ultraviolette”, nocive per gli organismi viventi al punto tale da poter provocare nell’uomo eritemi e nei casi più gravi anche tumori della pelle, si stava assottigliando pericolosamente. In alcuni punti, in corrispondenza delle zone polari, era praticamente scomparso: per questo si cominciò a parlare di “buco dell’ozono“.

Ecco un video in cui Paul Newman (non l’attore, bensì un chimico della Nasa), presenta (in inglese) il problema:

La comunità internazionale corse ai ripari elaborando il Protocollo di Montreal: il trattato, firmato il 16 settembre 1987 ed entrato in vigore nel 1989, prevedeva la messa al bando dei clorofluorocarburi (CFC), considerati responsabili dei danni allo strato di ozono, e quindi il divieto di continuare a produrre frigoriferi, condizionatori di automobili, materiali schiumosi e tutti gli altri oggetti contenenti questi famigerati gas.

Oggi, a vent’anni di distanza, Guido Di Donfrancesco, ricercatore dell’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) fa il punto della situazione con Panorama.it.

“Negli anni Settanta-Ottanta nessuno pensava che i CFC facessero male al pianeta, poiché essi erano inerti, cioè innocui, nella troposfera, la fascia dell’atmosfera più vicina alla superficie terrestre”, spiega Di Donfrancesco: “Ma non sapevamo che invece, una volta saliti nella stratosfera, questi CFC reagivano con l’ozono. In prossimità del Polo Nord e del Polo Sud avvenivano delle reazioni catalitiche, agevolate dalle nubi stratosferiche polari (vedi foto nella Gallery), in cui i CFC si degradavano creando composti che distruggevano lo strato d’ozono”.
Quando gli scienziati se ne accorsero, ormai il danno era fatto: “In alcuni punti dell’Artide e dell’Antartide, in particolari periodi dell’anno, vi erano milioni di chilometri quadrati di atmosfera completamente privi di ozono; inoltre, si era verificata una diminuzione globale della percentuale di ozono in tutta l’atmosfera, anche alle medie latitudini”.

L’allarme impose una cooperazione internazionale: “Si può considerare il Protocollo di Montreal come il primo grande accordo per la salvaguardia dell’atmosfera del pianeta” dice Di Donfrancesco: “Da quel momento la produzione dei CFC dannosi per l’ozono si è quasi fermata, anche se naturalmente rimangono da smaltire quelli prodotti prima del 1989. Per esempio, nei prossimi decenni continueranno purtroppo ad essere immessi nell’atmosfera CFC provenienti dai materiali schiumosi prodotti in questi ultimi vent’anni”.
I risultati però sono globalmente incoraggianti: “Entro il 2060 la fascia di ozono dovrebbe essere completamente recuperata” conclude il ricercatore: “Ormai tutti i frigoriferi e i condizionatori sono alimentati con “gas verdi”, CFC “rielaborati” in modo da essere inattivi alle reazioni con l’ozono”.

Una grande vittoria anche per il fronte ecologista: “Abbiamo dimostrato che non è vero che l’ambiente è nemico del progresso”, dice Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente: “Sembrava una sfida quasi impossibile: risolvere il problema del buco dell’ozono coinvolgendo e responsabilizzando tutti, governi e grandi imprese. Eppure, salvo rare eccezioni di Paesi in cui ancora si viola il trattato, ce l’abbiamo fatta: la battaglia è stata vinta. Noi pensiamo che questa sia stata la “prova generale”: adesso la grande battaglia che bisogna affrontare è quella contro l’emissione dei gas climalteranti, cioè quelli che provocano mutamenti climatici come il surriscaldamento della Terra”.

Una sfida raccolta anche dall’ex vicepresidente americano Al Gore nel libro Una scomoda verità - Come salvare la terra dal riscaldamento globale (Rizzoli): tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad “agire per salvare la Terra dai surriscaldamenti climatici”.

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