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Spegni la luce… (Foto: Flickr)
Tra il 2008 e il 2009 nella fase più nera della (precedente) crisi economica, le emissioni di gas serra dovute al settore energetico erano calate del 7%. Sappiamo che c’è poco da rallegrarsene: chi punterebbe sulla recessione per uscire dall’incubo climatico? Un nuovo rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha però analizzato in maggiore dettaglio a quali settore sono dovuti i cali più vistosi e quanto pesano industria, trasporti e abitazioni nel bilancio finale delle emissioni dovute all’energia. Il nuovo calcolo, che introduce il concetto di emissioni indirette, fa balzare al 25% la fetta di emissioni del settore proveniente dalle nostre case. Continua

Grandi schermi (Foto: Flickr)
Non importa quanti accorgimenti prendano per risparmiare sulla bolletta (luci inutili spente, lampadine a fluorescenza, frigoriferi con l’ecolabel e così via): i consumi elettrici delle famiglie inglesi sono in costante crescita, e con essi le emissioni di gas serra. Di chi è la colpa? Dell’esplosione dei consumi di elettronica, che sono più che triplicati negli ultimi 20 anni. I risultati del rapporto del britannico Energy Saving Trust sono un campanello d’allarme forte e chiaro anche per noi. Continua

Enzimi al lavoro (Foto: Flickr)
Rimangono meno di 2.500 panda giganti nel mondo, più circa 200 in cattività. Il loro muso bianco e nero è il simbolo stesso del rischio di estinzione che corrono anche molte altre specie animali. Ora dal Congresso dell’American Chemical Society, in corso a Denver, in Colorado, arrivano i risultati di una ricerca che ci dà un motivo in più per proteggerli. Nel loro intestino vive un gruppo di batteri specializzati nel “digerire” le piante (specialmente il bambù che rappresenta il 99 per cento della dieta dei panda giganti) e che potrebbero essere fruttuosamente impiegati per trasformare la biomassa in biocarburante. Continua

(Credits: Laviosa Mineraria)
Una delle migliori fonti energetiche, lo abbiamo scritto più volte sulle pagine di questo blog, è quella del risparmio. Lo dice pure l’Europa, le cui indicazioni in questo senso sono chiare da tempo: i 27 dell’Unione devono tagliare i consumi di energia primaria del 20% entro il 2020. Continua

Benzina più verde (Foto: Flickr)
Il futuro è verde e lo si capisce dalla percentuale dell’energia totale che è derivata da fonti rinnovabili nel recente passato. Nel 2008 tra biomassa, idroelettrica, vento, sole e oceano, le fonti verdi hanno prodotto quasi il 13 per cento dell’energia primaria utilizzata nel mondo. Lo dice l’Ipcc, il gruppo di esperti di clima dell’Onu, in una relazione di quasi mille pagine che viene presentato oggi ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi.
La quota di energie rinnovabili sembra inoltre destinata ad aumentare in maniera consistente: il loro costo in discesa le renderà convenienti e competitive indipendentemente dalle politiche di incentivo messe in campo dai governi per contrastare i cambiamenti climatici. Tutte ottime notizie, che però non rappresentano una facile via di fuga dal problema della CO2 nell’immediato. Da un laboratorio di ricerca biochimica dell’Università del Delaware arriva però una scoperta potenzialmente rivoluzionaria. Continua

Il cartello dice: "Non comprare" (Foto: Flickr)
Inutile girarci intorno. Siamo noi, noi ricchi, il 20 per cento della popolazione mondiale, i principali responsabili dei cambiamenti climatici dovuti alle emissioni di gas serra. I ricchi consumano di più e hanno perciò un impatto sul pianeta molto maggiore di coloro che vivono in condizioni di sussistenza. Per questo al Nobel per la pace Mohan Munasinghe, vice presidente dell’IPCC, il gruppo internazionale di esperti sul clima che vinse il premio nel 2007 dividendoselo con Al Gore, è venuto in mente che a fianco agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fissati dalle Nazioni Unite per combattere la povertà, dovrebbero stare gli Obiettivi di Consumo del Millennio per quel 20 per cento di ricchi che consumano l’85 per cento delle risorse del pianeta. Continua

Impianto eolico in provincia di Agrigento (Credit: Ansa/Flavio Lo Scalzo)
In Giappone si lotta ancora per scongiurare che i reattori della centrale di Fukushima Daiichi, severamente danneggiati dal terremoto dell’11 marzo scorso e dallo tsunami che ne è seguito, rilascino all’esterno più radiazioni di quante non ne siano già fuoriuscite. E’ passata una settimana dal sisma e un paese tecnologicamente avanzatissimo come il Giappone non è ancora stato in grado di porre fine all’emergenza. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha innalzato il livello di gravità dell’incidente da 4 a 5, e così sancisce che non si tratta più di un evento con ripercussioni soltanto locali, ma che potrebbe avere conseguenze di raggio più ampio.
Il disastro impone di riflettere sulla scelta dell’energia nucleare come fonte alternativa ai carburanti fossili, che non solo mettono a rischio la salute del pianeta, ma inoltre non sono risorse infinite e per di più il loro prezzo subisce fluttuazioni anche notevoli, sulle quali i paesi occidentali hanno scarso controllo. Continua

La Terra (Foto: Flickr)
Il mondo nel 2050 rischia di essere un posto terribilmente inospitale, impoverito dal saccheggio delle risorse naturali reso necessario da un brusco aumento della popolazione, che renderà necessario produrre nei prossimi 40 anni tanto cibo quanto ne abbiamo prodotto negli ultimi 8.000. Continua

Foto: Flickr
Siamo agli ultimi giorni prima di Natale e in giro per le città è tutta una luminaria, con sottofondo di Jingle bells e ovunque immagini di Babbo Natale sulla sua slitta, pronto per la consegna dei doni. Ma il cambiamento climatico non fa sconti e perfino le renne di Santa Claus sono a rischio estinzione. Il loro habitat nel Nord America è gravemente minacciato dallo siluppo industriale e dal riscaldamento globale. Motivo in più per cercare di minimizzare l’impatto delle feste, nel rispetto dell’ambiente. Continua

La nave Discovery Enterprise raccoglie il greggio dalle acque del Golfo del Messico (Credit: Ansa)
Parlare di barili e tonnellate rischia di non dare realmente l’idea del colossale disastro che sta avvenendo nel Golfo del Messico. Così un professore dell’Università del Delaware, il micro-stato da cui proviene il vice-presidente Biden, ha deciso di quantificare più prosaicamente il petrolio disperso in mare. Continua
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