Credits: Ansa/ EPA/MICHAEL BAHLO
Volete salvare il pianeta? Allora diventate vegetariani. L’invito arriva da Lord Nicholas Stern, economista già senior vicepresident della Banca Mondiale, autore nel 2006 del Rapporto Stern sui cambiamenti climatici che è alla base della politica ambientale del Governo inglese. Dalle colonne del Times, Lord Stern, che è anche autore dell’interessante volume Un piano per salvare il pianeta, da poco uscito in Italia, ricorda che il bestiame è una fonte significativa di metano, un gas il cui effetto sul riscaldamento del pianeta è 23 volte più potente rispetto a quello dell’anidride carbonica.
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Diventare padri a 45 anni e oltre è un rischio, ma per il nascituro. A confermare un sospetto già diffuso nella comunità scientifica è uno studio pubblicato dallo European Journal of Epidemiology, nel quale un gruppo di epidemiologi attivi presso la danese Università di Aarhus e la Scuola di sanità pubblica dell’Ucla di Los Angeles, ha esaminato le condizioni di salute fino ai 18 anni di età dei primogeniti di 102.879 coppie danesi, nati tra il 1980 e il 1996. Sulla base degli 831 bambini morti entro i 18 anni, dei quali ben 601 non hanno superato il primo anno di vita, i ricercatori hanno calcolato la possibile variazione del rischio di morte per il primogenito correlandolo all’età del padre, naturalmente dopo aver escluso gli altri fattori che potevano aver giocato un ruolo nei decessi, come l’età della madre o il livello di istruzione e di reddito dei genitori. Per ottenere un dato attendibile, essi hanno inoltre escluso bambini prematuri e con malformazioni congenite, prendendo in considerazione solo quelli che alla nascita pesavano almeno 2,5 kg. E’ stato così scoperto che il tasso di mortalità dei primogeniti nati da un padre di età compresa tra i 25 e i 29 anni è dello 0,68 per cento, che arriva all’1,2 per cento, cioè tende a raddoppiare, quando il padre supera i 45 anni. Lo studio sta destando un certo allarme in Europa, ed è stato criticato anche dal Servizio Sanitario Nazionale britannico, che in particolare contesta ai ricercatori di essere giunti alle loro conclusioni senza aver tenuto in considerazione il fattore costituito dalle condizioni di salute della madre, che potrebbero influenzare il rischio di morte del bambino specialmente nel primo anno di vita.
Panorama.it ha discusso i potenziali rischi di una paternità over 45 con Alessandro Natali, direttore del Servizio di andrologia urologica presso la Clinica Urologica I^ Università di Firenze
Professor Natali, ci sono limiti per diventare padri?
Sicuramente l’orologio biologico dell’uomo è diverso da quella della donna. Mentre quest’ultima deve fare i conti con la menopausa, la spermatogenesi è un processo che nell’uomo esiste dalla pubertà alla morte, perciò non deve sorprendere più di tanto il caso di padri che lo diventano anche a 75 o 80 anni.
Tuttavia la paternità dai 45 anni in poi potrebbe essere un attentato alla salute del figlio.
Da quell’età in poi diminuisce la capacità fecondante dello sperma, ma sulla base delle nostre conoscenze vorrei essere più rassicurante dei risultati dello studio, escludendo che possa essere quantificato in termini precisi il rischio di morte per il nascituro che si ritrova un padre over 45, perché vi entrano in gioco tante variabili.
Per esempio?
Le condizioni di salute e l’età della madre hanno certamente un peso, per le eventuali patologie concomitanti in gravidanza, così come quelle socio-economiche della coppia. Non bisogna inoltre dimenticare che le uova che la donna produce dopo i 35 anni sono quelle più vecchie e geneticamente meno brillanti, che se fecondate incrementano di conseguenza il rischio genetico per il figlio.
Per quale motivo una paternità in età non troppo giovanile è comunque un rischio in più per la salute del nascituro, e non solo di morte, al di là del potenziale contributo negativo della madre?
Il Dna presente negli spermatozoi fornisce l’impronta genetica, e le sue strutture proteiche corrono il rischio di una trasmissione frammentata che aumenta in modo direttamente proporzionale all’età del padre. La trasmissione non corretta di questa impronta genetica significa un prodotto del concepimento meno vitale, più esposto anche a malformazioni congenite.
In base alla sua esperienza clinica, come inquadrare la figura dei neopapà brizzolati?
E’ una tendenza presente anche in Italia, che in parte è speculare a quella che spesso vede costrette le donne a rimandare la maternità per ragioni di studio e lavorative, ma a volte rientra nel fenomeno dei cosiddetti padri di ritorno.
Di chi si tratta?
Di uomini che si sono sposati tra i 30 e i 35 anni, ma sono andati incontro a un matrimonio infelice concluso da una separazione dopo sette o otto anni, e quindi si ritrovano su piazza tra i 40 e i 45, magari nel periodo della piena affermazione professionale, in cui avvertono un desiderio di paternità che in precedenza poteva essere rimasto in ombra.

Personaggi celebri come Johann Sebastian Bach, Edgar Allan Poe e Albert Einstein, che sposarono delle cugine, probabilmente la sapevano lunga anche in amore. Uno studio apparso su Science sembra suggerire che il matrimonio e in generale le relazioni sessuali tra parenti non troppo stretti, al contrario di quanto fa pensare il tabù che le circonda, abbiano qualche vantaggio riproduttivo. Studi precedenti condotti in India e in Pakistan avevano riscontrato un maggior numero di figli nelle coppie formate da cugini, ma erano stati criticati per aver tralasciato spiegazioni socio-economiche del fenomeno, come il fatto che le donne delle aree più povere del mondo tendono più facilmente non solo a sposare uomini con cui sono imparentate, ma anche a farlo in età più giovane della media delle donne occidentali, avendo così più anni a disposizione per fare figli. Il genetista Kári Stefánsson e i suoi colleghi della deCODE Genetics, azienda biofarmaceutica islandese con sede a Reykjavik, hanno dunque condotto uno studio sulle coppie del loro Paese, nel quale i fattori sociali ed economici si presentano uniformi, per via delle scarse differenze nei redditi delle famiglie, nella loro ampiezza, nel ricorso ai contraccettivi e nelle usanze matrimoniali. Dopo aver messo a punto un database di coppie nate tra il 1800 e il 1965, i ricercatori hanno confrontato il loro numero di figli e nipoti, rilevando una tendenza analoga a quella già individuata in India e in Pakistan. Donne nate tra il 1800 e il 1824 che sposarono cugini di terzo grado, ebbero una media di quattro figli e nove nipoti, che scende rispettivamente a tre e a sette per le donne che scelsero come partner cugini di ottavo grado. La tendenza è proseguita ancora negli anni ’60 del Novecento, quando l’Islanda, simile in questo ad altri Paesi, ha assistito comunque a una discesa del tasso di natalità parallelamente alla sua industrializzazione. Se esiste una base biologica di questo fenomeno, gli studiosi la ipotizzano nel fatto che la consanguineità della coppia riduca la probabilità di un’incompatibilità immunologica tra la madre e il feto, per esempio nel fattore RH del sangue, tale da mettere a rischio la salute del nascituro.

Confesso: ho barato. Perché quando ho fatto il test di Maschio Femmina per conoscere il sesso di mio figlio, essendo già al settimo mese sapevo già da tempo di aspettare una bambina. Però, dopo due giorni, mi è arrivata al risposta, e ci ha azzeccato: “E’ in arrivo una femminuccia”.
D’accordo, c’era il 50% di probabilità. Ma il sito dichiara di azzeccarci nell’85% dei casi, e in tre giorni al massimo. In caso contrario, rimborserà i 20 € richiesti per emettere il vaticinio sul sesso del nascituro. Ma quali informazioni richiede? Non molte, a dire la verità: si risponde in pochi minuti. Data di nascita della madre, ultima mestruazione, durata media del ciclo e, se la si conosce, data del concepimento. Inoltre, le preferenze alimentari della madre, da scegliere fra un elenco di cibi “maschili” e “femminili”.
Un metodo basato su ricerche scientifiche? Assolutamente no: piuttosto, su osservazioni e dati empirici, come spiega Maddalena Floridia, che lo ha inventato: “Negli anni, vivendo il baby boom di amiche e conoscenti ma anche il concepimento dei miei due bambini, ho creato un database di casi e ho iniziato a verificare se ci fossero analogie e dati statistici da estrapolare. Così ho elaborato questo test che, come dichiaro, permette di indovinare all’85% il sesso del futuro nato già dopo 4 settimane di gravidanza”. Lanciato ad agosto, il servizio finora ha elaborato un centinaio di questionari: la percentuale di risposte giuste ha raggiunto l’87%, addirittura superiore a quello promesso. E molti acquistano il servizio per fare un regalo a un’amica che freme dalla voglia di acquistare vestitini e lenzuola ma non sa se scegliere il rosa o l’azzurro (normalmente, il sesso del bambino si scopre intorno al quinto mese di gestazione).

Quali sono i parametri più efficaci per determinarlo? “Conoscere a grandi linee il giorno del concepimento è fondamentale; ho notato che solitamente se avviene molto lontano dall’ovulazione, le probabilità che sia femmina si alzano: viceversa se si concepisce vicino all’ovulazione. Ma questi dati vanno anche incrociati con l’età della madre e con i cibi che predilige. Sottolineo però che il mio metodo non ha alcuna valenza scientifica; la mia ginecologa, ad esempio non crede a una parola di ciò che sostengo! E’ nato come un gioco, e tale rimane”. Un gioco con qualche probabilità in più che indovinare il sesso con vari metodi quasi stregoneschi oppure dalla forma della pancia, molto in voga tra le nostre nonne ma smentito decisamente dalla realtà scientifica. L’unica limitazione riguarda le gravidanza gemellari, che non possono essere prese in considerazione per il test. E se invece qualcosa non funziona e la bimba tanto attesa si rivela un bel maschietto? “Conservate la fattura: rimborsiamo i 20 € su presentazione, entro 30 giorni dal parto, del certificato di nascita”, spiega Floridia.
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