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No smoking (foto: Flickr)
Sono solo quattro cattive abitudini che però, se combinate hanno il potere di aumentare il rischio di morte. Non si tratta dell’uso di droghe pesanti o di sport pericolosi, ma di comportamenti riscontrabili, magari non tutti insieme, in molti di noi. E allora eccoli i quattro dell’Ave Maria: fumo, eccessivo consumo di alcol, dieta sregolata e mancanza di esercizio fisico. Continua
Il monito arriva dal Royal College of Physicians, l’associazione dei medici del Regno Unito che, per proteggere i bambini dai rischi del fumo passivo, ha chiesto di ampliare la legislazione antifumo in Gran Bretagna per vietare le sigarette a chi si mette alla guida di un veicolo. In Italia, paese con una delle legislazioni più restrittive (e rispettate) d’Europa sul fumo, a chiederlo da anni è il Codacons. Risale al 2005 il progetto di legge presentato dall’associazione di consumatori alla Camera dei Deputati e denominato ‘‘Fumo al volante, pericolo costante‘‘.
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La ricerca scientifica non è mai a caccia di scorciatoie per dimostrare tesi astratte o per sostenere opinioni ritenute accettabili. Ed è per questo che ogni tanto giunge a conclusioni che possono stupire. Prendete i risultati di due studi recenti. Uno sostiene che chi ha fumato per anni ha molte meno probabilità di contrarre il morbo di Parkinson rispetto a un non fumatore, il secondo afferma che le donne che consumano una moderata quantità di alcol sono meno a rischio di metter su peso, rispetto alle astemie. Continua
Negli Stati Uniti la vedova di un fumatore morto di cancro ha messo ko la Philip Morris al termine di un braccio di ferro decennale. La signora Moyola Williams accusava Philip Morris di non aver fornito informazioni sufficienti sui rischi da fumo e l’industria ha dovuto risarcire i danni per un totale di 145 milioni di dollari, il 60 per cento dei quali sarà devoluto a un fondo per le vittime di crimini violenti. Jesse Williams, un custode di Portland, in Oregon, aveva cominciato a fumare negli anni ‘50 ed è morto nel 1997 all’età di 67 anni, per un tumore al polmone. La moglie ha iniziato la sua battaglia contro Philip Morris sostenendo che la società andava ritenuta responsabile di aver lasciato credere ai fumatori che i propri prodotti, e in particolare le Marlboro aspirate dal marito per oltre 40 anni, non creano dipendenza e aver taciuto i potenziali danni.
Visto che l’informazione non è mai abbastanza, dopo le scritte di avvertimento sui pacchetti in Italia si parla adesso della possibilità di inserirvi anche un bugiardino. Si tratterebbe di un foglio illustrativo simile a quello che si trova nei medicinali e che in genere riporta le informazioni essenziali per la loro assunzione (indicazioni, posologia, principi attivi, ma anche avvertenze e controindicazioni). In questo caso il bugiardino dovrebbe indicare la presenza di sostanze cancerogene ad oggi sconosciute ai consumatori. Ma i provvedimenti non finiscono qui. All’attenzione della Commissione Sanità del Senato c’è infatti una legge bipartisan che prevede il divieto di vendita delle sigarette ai minori di 18 anni, pena una sanzione che può andare dai 250 a mille euro, fino alla sospensione dell’esercizio. Si stabilisce anche l’obbligo per i tabaccai di chiedere un documento di identità, i distributori automatici verranno muniti di un sistema per il rilevamento del documento e il divieto di fumo a scuola, troppo spesso ignorato.
Il testo è firmato dal senatore del Pd Ignazio Marino e dal presidente della Commissione Antonio Tomassini (PdL). Tomassini ha spiegato: “Abbiamo chiesto la deliberante (Commissione deliberante: i poteri dell’aula vengono attribuiti alla commissione n.d.r.). La Commissione approverebbe la legge senza che poi sia necessario il passaggio attraverso l’aula”.
“Innalzare l’età di acquisto dei prodotti del tabacco da 16 a 18 anni può andar bene”, commenta Giacomo Mangiaracina, membro della Società scientifica di Tabaccologia, e presidente dell’Agenzia Nazionale per la Prevenzione, “ma se i tabaccai hanno da sempre venduto sigarette a minori di 16 anni, pur sotto il rischio della sanzione, e se le autorità di vigilanza hanno da sempre chiuso un occhio potremo sperare che la legalità venga finalmente rispettata? E le macchinette distributrici avranno occhi e cervello per capire quando il minore compra con la tessera dell’amico diciottenne?”.
Il bugiardino può aiutare a informare le persone sui rischi? “Cosa vuol dire che il bugiardino deve ‘indicare la presenza di sostanze cancerogene ad oggi conosciute ai consumatori’? Sarà in lista anche il Polonio 210, la cui presenza nel tabacco era conosciuta sin dagli anni Sessanta dai produttori ma non dai consumatori? Le politiche di controllo del tabacco richiedono una strategia nazionale, con esperti e fondi disponibili. I risultati sono proporzionali agli investimenti. Ce lo hanno insegnato proprio i grandi del tabacco, che continuano ad investire fiumi di denaro per agganciare almeno un ragazzo su quattro”.
Ultima sigaretta?
Smettere di fumare e, forse, seguire questa scia per fare propri altri comportamenti salutisti, costa molto meno di quello che generalmente si ritiene. La fatica che di solito comporta la repressione di abitudini nocive per la salute, sembra diventare molto più tollerabile se c’è qualcuno che la allevia con il denaro. Cresce infatti il numero di indizi che dimostrano come alla fine sia sempre il portafoglio a trionfare sulle campagne informative e sulle generiche esortazioni a tutelare il benessere personale e altrui stando alla larga dalle sostanze in grado di pregiudicarlo gravemente. Questa volta lo sostengono i risultati, pubblicati dal New England Journal of Medicine, di un progetto di ricerca coordinato da Kevin Volpp, docente di medicina presso l’Università della Pennsylvania. Al centro dello studio, che prese il via nel 2005, sono stati posti 878 dipendenti distribuiti in 85 sedi della statunitense General Electric. Di questi, 436 hanno ottenuto incentivi finanziari per smettere di fumare, mentre 442 hanno dovuto accontentarsi di ricevere informazioni sui programmi di supporto disponibili, anche all’interno dell’azienda, per giungere al medesimo obiettivo. Risultato: i dipendenti che avevano intascato il non esorbitante extra di 750 dollari, hanno smesso di fumare per almeno sei mesi, e il 15 per cento di loro è riuscito a raggiungere un anno di astinenza dal fumo. In soldoni, è proprio il caso di dire, le probabilità che i fumatori abbandonino le sigarette risultano di fatto triplicate se a convincerli è il denaro, invece di un esclusivo supporto medico con contorno di prediche arcinote sui danni del fumo. L’esito dell’esperimento è apparso talmente convincente alla General Electric che nel 2010 l’azienda lo estenderà a tutti i dipendenti statunitensi, contando così di risparmiare almeno una parte dei 50 milioni di dollari che ogni anno se ne vanno per rimediare ai problemi causati dai lavoratori che fumano. Le previsioni sono quelle di recuperare nell’arco di tre o al massimo cinque anni i costi del programma di incentivi antifumo, grazie alle minori assenze per malattie causate anche dal fumo e quindi all’incremento della produttività. Ma negli Stati Uniti c’è anche chi, come Norman Edelman, la massima autorità medica all’interno dell’American Lung Association, pur non contestando la validità dello studio coordinato da Kevin Volpp, sostiene che pagare la gente per convincerla ad acquisire abitudini salutari rappresenta qualcosa di discutibile.
Complice forse la crisi economica globale, da tempo si sta facendo strada presso istituzioni di rilevanza internazionale, dalla Banca Mondiale all’Organizzazione mondiale della Sanità, passando per la Commissione europea, l’idea che essenziale per la lotta alla dipendenza dal fumo sia l’incremento delle tasse sulle sigarette. Colpire le tasche dei fumatori sembra molto più efficace di qualsiasi campagna di dissuasione puntata sulla dettagliata illustrazione dei danni ben noti provocati dal fumo, e a dimostrarlo è da ultimo il caso della Francia, dove le sigarette sono pesantemente tassate e il prezzo medio di un pacchetto è quasi raddoppiato nel giro di un decennio, facendo crollare le vendite al minimo storico nel 2008.
Che la stessa soluzione possa rivelarsi utile anche contro il consumo smodato di alcolici viene ora evidenziato da uno studio pubblicato dalla rivista Addiction e coordinato da Alexander Wagenaar, epidemiologo presso l’Università della Florida. Molti studi avevano finora analizzato in che modo le tasse e i prezzi influiscano sulla tendenza degli individui a bere, ma questo è il primo a trarre conclusioni generali, non limitate cioè a un singolo Paese o a una specifica legislazione, in quanto ottenute grazie a una procedura statistica definita meta-analisi. I ricercatori hanno quindi passato pazientemente in rassegna 112 studi sull’argomento, contenenti poco più di mille stime statistiche distribuite nel corso di quattro decenni, che confermano senza ombra di dubbio che le tasse e i prezzi sono in rapporto con le abitudini al consumo di alcolici, in un contesto riassunto da Wagenaar in termini lapidari: “Quando i prezzi scendono, la gente beve di più, e quando salgono beve di meno”, che si tratti di forti bevitori o di chi si concede due dita di whisky solo in particolari occasioni. Una tendenza che però, precisa lo studioso, non sempre agisce nel modo lineare e semplicistico a cui può far erroneamente pensare una simile affermazione: le politiche fiscali in materia di alcolici probabilmente producono questo risultato interagendo con tutta una serie di condizionamenti culturali e individuali legati al loro consumo, non ultimo il fatto che in tempi di crisi possano essere considerati beni più superflui di altri. Ma la matematica basta e avanza a Frank Chaloupka, economista dell’Università dell’Illinois, per sostenere in un commento allo studio che quest’ultimo dimostra in modo minuzioso che incrementare le tasse sugli alcolici serve a tutelare la salute pubblica riducendo la propensione ad alzare troppo il gomito, molto più di quanto possano fare l’inasprimento delle pene per i reati commessi sotto il loro effetto, l’informazione dei media e i programmi di educazione scolastica.
La sigaretta nuoce anche da spenta
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo, rientra spesso quello di smettere di fumare, e un motivo in più per farlo davvero viene suggerito da uno studio pubblicato sul numero di gennaio di Pediatrics, rivista ufficiale dell’Accademia americana di pediatria. Un gruppo di ricercatori dello statunitense MassGeneral Hospital for Children di Boston, guidati da Jonathan Winickoff, professore di pediatria presso la Harvard Medical School, vi descrive infatti come la contaminazione prodotta dal fumo permanga perfino dopo che la sigaretta è stata spenta, fenomeno definito fumo di terza mano, ovvero un’evoluzione del fumo passivo finora trascurata, ma altrettanto nociva, specialmente per i neonati. Come spiega Winickoff, quando si fuma, ovunque ciò avvenga, si sprigiona un particolato tossico che impregna i capelli e i vestiti e con il quale il bambino può dunque entrare facilmente in contatto attraverso i genitori e gli altri adulti che lo circondano, oltre che con l’allattamento al seno.
Si tratta di una minaccia rappresentata da 250 tra metalli, composti chimici e gas tossici, che includono per esempio l’acido cianidrico, il monossido di carbonio, l’arsenico, il piombo, il cadmio e il polonio-210, un carcinogeno altamente radioattivo. I bambini risultano particolarmente esposti al fumo di terza mano anche perché interagiscono in vari modi (giocando, o toccandole con la bocca) con le superfici domestiche contaminate, che possono rimanere tali a lungo dopo che si è smesso di fumare. E i rischi per la salute dei piccoli aumentano, in quanto il particolato prodotto dal tabacco, anche nel caso di un’esposizione a livelli non troppo elevati, è stato associato scientificamente alla possibilità di sviluppare deficit cognitivi.
Lo studio coordinato da Winickoff è il primo ad analizzare se la consapevolezza dei danni molto concreti che può causare il fumo di terza mano convinca gli adulti a non fumare in casa. Una ricerca condotta su più di 1.500 famiglie ha riscontrato che il 65,2 per cento dei non fumatori ritengono che il fumo di terza mano faccia male ai bambini, percentuale che però scende al 43,3 tra i fumatori. Secondo i ricercatori è quindi essenziale far conoscere con ogni mezzo il problema, partendo dalle campagne di informazione e dai siti internet come quello fondato da Winickoff, per arrivare alla stessa pratica clinica.
Salute in cenere
Aiutare i fumatori ad abbandonare il vizio con un programma integrato che oltre a utilizzare i metodi tradizionali si avvale dell’ausilio della posta elettronica. Questo, in sintesi, quello che hanno fatto i ricercatori del Centro per la prevenzione e la cura del tabagismo (CPCT) dell’Università di Catania coordinati da Riccardo Polosa, direttore del Dipartimento di Medicina interna presso l’Azienda ospedaliera Vittorio Emanuele.
“Il nostro programma di supporto per la cessazione del fumo ha dato una buona risposta perché si tratta di un sistema integrato che utilizza psicoterapia, tecniche psico-comportamentali e terapie farmacologiche oltre a un supporto di counselling svolto tramite e-mail”, spiega Polosa.
Il fumatore è trattato a tutti gli effetti come un malato: “È indispensabile capire che il fumo non è un vizio – precisa Polosa – ma una malattia, una tossicodipendenza di cui la medicina e la società devono occuparsi. L’OMS, infatti, classifica il tabagismo tra le patologie da dipendenza farmacologica alla stessa stregua dell’abuso di alcol e dell’assunzione di eroina. Il problema è che di solito il tabigista non si sente malato e quindi non avverte la necessità di recarsi in un ambulatorio o in ospedale per sottoporsi a dei controlli. Noi diamo al fumatore la possibilità di gestirsi tramite un sistema e-mail che lo sgancia da una schiavitù e che potrà permettere in futuro una maggiore fruizione dei servizi. Anche per noi medici il sistema telematico offre dei vantaggi: gestire una e-mail con 24-48 ore di latenza ci permette di seguire molti più pazienti ottimizzando le risorse”.
Lo studio ha arruolato inizialmente 84 persone e ne ha avviate al programma una cinquantina (una trentina non rispondevano ai criteri di inclusione) e di queste sono tornate ai controlli a sei mesi solo una trentina. La valutazione è stata poi fatta solo su chi ha completato tutte le fasi dello studio.
“ La differenza rispetto ai programmi tradizionali è che dopo il primo incontro i successivi invece di essere svolti al Centro antifumo sono stati condotti dallo stesso operatore specialista tramite una messaggistica e-mail – aggiunge Polosa –. Durante il primo incontro – il più importante perché è il momento in cui si realizza un’alleanza terapeutica con il malato-fumatore – è stato chiesto al fumatore di fornire la propria e-mail e se voleva entrare nel programma di ricerca.
Le e-mail sono state poi gestite dallo stesso operatore del centro antifumo che ha dato ai pazienti il suo indirizzo di posta elettronica e ha istruito il tabigista sull’importanza di mantenere un contatto. Quest’ultimo era tenuto a mandare una e-mail conoscitiva a 24-48 ore dalla cessazione per raccontare tutte le difficoltà incontrate. I risultati dell’interruzione da fumo sono stati poi vagliati a sei mesi sia nel gruppo di controllo sia in quello operativo con dei misuratori di monossido di carbonio per valutare il grado di inquinamento polmonare.
“Abbiamo visto che i pazienti che superavano il terzo o il quarto contatto e-mail erano quelli che completavano lo studio perché probabilmente più motivati. Siamo molto soddisfatti dei risultati perché il nostro livello di cessazione è tra il 35-40% e più della metà di coloro che non sono riusciti a smettere ha ridotto la propria dipendenza passando da una media di 26 a circa 8 ‘bionde’ al giorno”, conclude Polosa.
Una sigaretta
(ANSA)
Su trenta paesi europei l’Italia è decima nella lotta al tabacco, anche se molto può essere fatto per migliorare la salute dei suoi cittadini, fumatori e non. Lo ha affermato Cinzia De Marco, dell’Unità prevenzione danni da fumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, durante la presentazione dei risultati della campagna europea antifumo Help - Per una vita senza tabacco.
De Marco cita il più recente studio europeo sulla politiche antifumo presentato durante la quarta ‘Conferenza europea tabacco o salute 2007′ in Svizzera. ”L’Italia conquista meritatamente il decimo posto nella graduatoria di trenta stati europei - spiega - dove è preceduta da paesi come Gran Bretagna, Irlanda (la prima a bandire il fumo dai locali pubblici nel 2004) e Islanda”. Nel 2005 il nostro paese si classificava all’ottavo posto, ma questo scivolamento al decimo, secondo De Marco, non significa che la lotta al tabagismo si sia affievolita. ”Vuol dire solo che sono migliorati altri paesi - aggiunge - di certo potremmo avanzare in classifica se il fumo venisse bandito completamente dai locali pubblici, mentre oggi c’è la possibilità di creare aree speciali per fumatori”.
Secondo l’esperta resta ancora molto da fare per sensibilizzare gli oltre 11 milioni di fumatori italiani (un milione nella fascia tra i 15 e i 24 anni). ”Bisogna intervenire meglio su adolescenti e bambini con campagne di sensibilizzazione e più spot televisivi - prosegue - mentre non serve aumentare il prezzo del pacchetto di sigarette, che nel nostro paese non funziona come deterrente. Sarebbe meglio invece vietare la vendita di pacchetti da dieci sigarette, i preferiti dai ragazzi”.
Politiche anti-fumo e le campagne di sensibilizzazione funzionano: dal 2006 ad oggi in Europa è sensibilmente migliorata la salute dei polmoni dei non fumatori, sempre meno avvelenati dal fumo passivo. A dirlo è lo studio Comets promosso dalla campagna Help. In particolare, lo studio rivela che in questi due anni nei non fumatori si è ridotto del 28 per cento l’inquinamento dei polmoni da monossido di carbonio (CO), un gas altamente tossico prodotto anche dalla combustione delle sigarette. Proprio per rendere le persone immediatamente consapevoli degli effetti del tabacco sulla loro salute, nel marzo del 2006 era stata lanciata dalla Commissione europea la campagna di misurazione del CO nell’aria espirata: l’operazione Comets ha fatto così il tour dei 27 stati membri e ha ottenuto un importante successo di pubblico, visto che hanno partecipato ben 340 mila persone, soprattutto giovani fumatori e non (oltre 6.000 solo in Italia).
”Il tasso di CO dei non fumatori - spiega Cinzia De Marco - presenta una diminuzione del 28 per cento dall’inizio della campagna Help ad oggi, da quando cioè molti paesi dell’Ue hanno migliorato il controllo del tabacco e il fumo passivo nei locali chiusi europei è diminuito”.
Divi del cinema pagati per fumare sul grande schermo mentre intorno qualche bellezza, invece di imprecare per un principio di soffocamento da fumo passivo, sorride estasiata? Nonostante i nuovi dettagli emersi sulle strategie già note impiegate dai colossi del tabacco per creare un’immagine positiva dei fumatori, a preoccupare la comunità scientifica non è tanto la pubblicità palese degli eroi di celluloide, quanto l’influenza assai più occulta esercitata dagli stessi colossi sulla ricerca. Il rilevante problema etico si era già affacciato recentemente negli Stati Uniti, dove perfino uno studio sul tumore al polmone si è avvalso di un cospicuo finanziamento da parte di una compagnia produttrice di sigarette. E’ ora il turno della Germania, dove, secondo indiscrezioni dello Spiegel, la Philip Morris avrebbe fornito ingenti risorse economiche a supporto degli studi di circa 20 affermati ricercatori, tra i quali Eckart Fleck, cardiologo del Deutsches Herzzentrum di Berlino, centro di eccellenza di livello internazionale per il trattamento delle patologie cardiovascolari. Per la sua attività di ricerca, Fleck avrebbe ricevuto 937 mila euro dal massimo produttore mondiale di sigarette. Gli scienziati chiamati in causa si sono affrettati a smentire che la provenienza di una parte dei fondi a disposizione per i loro studi possa averne in qualche modo alterato i risultati, in direzione di un ridimensionamento dei ben noti pericoli per la salute rappresentati dal fumo, accusa che invece ha dato il via alla polemica negli Stati Uniti. Jerome Kassirer, ex caporedattore del prestigioso New England Journal of Medicine, autore di un libro sul conflitto di interessi nella medicina, ha infatti invitato i ricercatori americani, e non solo loro, a chiedersi per quale motivo chi produce sigarette sia interessato a fornire somme rilevanti alla ricerca scientifica. Ma sapeva già la risposta: si tratta per esempio di sostenere, come è effettivamente accaduto nello studio al centro della polemica, che il tumore al polmone non è poi così terribile, e che la maggior parte dei decessi che provoca può essere evitata con un miglioramento e un rafforzamento della prevenzione, senza che venga però sottolineata troppo la soluzione più ovvia: spegnere la sigaretta, anzi, magari non accenderla affatto. In Germania la pensa come Kassirer Gerhard Sybrecht, specialista in malattie respiratorie dell’Università del Saarland, secondo il quale è necessario un codice etico che regolamenti le fonti di finanziamento della ricerca, perché il passato dimostra che il denaro in arrivo da chi le sigarette le produce e le vende ha causato non poche manipolazioni e prodotto studi dai risultati assai discutibili.