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Energia: dalle nostre case un quarto delle emissioni

Spegni la luce... (Foto: Flickr)

Spegni la luce… (Foto: Flickr)

Tra il 2008 e il 2009 nella fase più nera della (precedente) crisi economica, le emissioni di gas serra dovute al settore energetico erano calate del 7%. Sappiamo che c’è poco da rallegrarsene: chi punterebbe sulla recessione per uscire dall’incubo climatico? Un nuovo rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha però  analizzato in maggiore dettaglio a quali settore sono dovuti i cali più vistosi e quanto pesano industria, trasporti e abitazioni nel bilancio finale delle emissioni dovute all’energia. Il nuovo calcolo, che introduce il concetto di emissioni indirette, fa balzare al 25% la fetta di emissioni del settore proveniente dalle nostre case. Continua

Clima: in Europa emissioni in calo. E non solo grazie alla crisi

Credit: Ansa

Credit: Ansa

Il 2009 ha fatto registrare ovunque un consistente calo del consumi, accompagnato da un’altrattanto corposa diminuzione delle emissioni di gas a effetto serra. Le stime appena diffuse dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) parlano chiaro: i 27 Stati dell’Unione hanno generato il 6,9 per cento di emissioni in meno rispetto al 2008.

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Pronti per il razionamento del carbonio?

Il display monitora il risparmio ambientale

Un distributore self-service di detersivi con display che indica le emissioni di CO2 risparmiate. (credits: Ansa)

Il concetto è semplice quanto quello che sta alla base del più elementare rimbrotto che si fa a un bambino: se non sai darti dei limiti, allora te li do io. In questo caso non si tratta di caramelle o di cartoni animati, ma di emissioni di gas serra e a elargire il rimprovero è l’Ippr (Institute for Public Policy Research), una think tank britannica che ha appena pubblicato uno studio dal titolo “Piano B? Prospettive per uno scambio personale di emissioni“.
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Clima: gli impegni contraddittori dei paesi ricchi

Lo scioglimento del ghiacciaio a Santa Cruz, nella Patagonia Argentina
Il Giappone ha appena cambiato Governo. Il leader del vittorioso partito democratico, Yukio Hatoyama, ha già annunciato di volersi impegnare per un taglio delle emissioni del 25 per cento rispetto al 1990 per il 2020. Taro Aso, il suo predecessore, si era limitato a promettere uno scarno -8 per cento.
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Diamo un taglio alle emissioni: -10 per cento entro il 2010

Gordon Wiltsie - Antartide

Tempo fa un bravo giornalista ambientalista, George Monbiot, pubblicò un libro sul riscaldamento globale, dal titolo Calore!, le cui tesi di fondo erano sostanzialmente due. La prima era che per evitare la catastrofe avremmo dovuto ridurre le emissioni nel mondo del 90 per cento entro il 2030, la seconda è che con un po’ di buona volontà e facendo i passi giusti la cosa era fattibile senza dover tornare a uno stile di vita da uomini delle caverne. Ma l’assunto centrale del libro era che gli exploit individuali, per quanto meritori, non risolvono il problema dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento globale causato dall’uomo non può essere controllato se non convinciamo i nostri governi che devono costringerci a modificare il nostro stile di vita”.

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Dal Giappone un satellite per studiare dallo spazio i gas serra

Il lancio del satellite Ibuki

Il Giappone ha lanciato il primo satellite al mondo che studierà nello spazio i gas responsabili dell’effetto serra. “Ibuki“, questo il nome del vettore che in italiano significa respiro, è costato 159 milioni di dollari e aiuterà gli scienziati a calcolare la densità del diossido di carbonio e del metano derivanti da quasi la metà della superficie terrestre. Costruito dalla Mitsubishi Heavy Industries, nero e arancione, è decollato oggi dal centro spaziale di Tanegashima, una piccola isola del sud dell’arcipelago.

Il satellite orbiterà sulla terra a un’altezza di 666 chilometri, da dove, con due sensori, registrerà dati ogni tre giorni per cinque anni, in un totale di 56 mila punti del globo inclusa l’atmosfera sopra i mari nei paesi in via di sviluppo dove mancano punti di osservazione nonostante il crescente volume di emissioni. Basti pensare alla Cina, che ha poche centrali di rilevazione delle emissioni serra, e tra l’altro di dubbia utilità, ma anche al Brasile, e pure alla deforestazione delle aree tropicali africane che producono moltissimo inquinamento senza che nessuno ne sia messo al corrente.

Dalla Jaxa, l’agenzia spaziale giapponese, informano che la sua funzione è anche quella di capire il movimento nell’atmosfera di questi gas, un punto su cui gli scienziati di tutto il mondo dibattono da qualche anno, ma su cui ancora non si è trovato un accordo. Degli altri sette satelliti inviati nello spazio insieme all’Ibuki, sei sono stati progettati da privati o da centri universitari, mentre il settimo è un congegno sperimentale fabbricato dall’agenzia aerospaziale per studiare nuove funzioni di comunicazione.

Ue: c’è l’accordo sul clima grazie al contributo italiano

Foto di gruppo del summit europeo di Bruxelles

I leader europei hanno raggiunto l’accordo sul clima che mette in pratica il loro obiettivo di ridurre del 20 per cento le emissioni inquinanti in Europa fino al 2020 e nello stesso dovrà aumentare del 20 per cento l’efficienza energetica e porti al 20 per cento il ricorso alle fonti alternative nel mix energetico. Il testo varato dai Paesi membri prevede una maggiore flessibilità per i settori industriali, che dal 2013 dovranno pagare per ottenere il diritto ad inquinare. I settori non esposti ai rischi di “carbon leakage” (fuga di carbone) cominceranno nel 2013 con l’obbligo di pagare il 20 per cento dei diritti di C02 per arrivare al 70 per cento nel 2020 e raggiungere il 100 per cento solo nel 2025. La bozza precedente fissava la messa a pieno regime del sistema nel 2020.

Non cambiano le percentuali sui costi addizionali diretti ed indiretti per definire i settori che possono ottenere il pieno esonero dal pagamento dei permessi di Co2, ma vengono scorporati alcuni criteri. Ciò consente all’Italia di vedere incluse nella lista degli “esonerati” i quattro settori industriali per i quali si temeva di più l’impatto del nuovo sistema, ovvero carta, ceramica, vetro e siderurgia. Questi settori potranno contare sul 100 per cento dei permessi di C02 gratuiti fino al 2020. “Abbiamo ottenuto quote di emissioni gratuite al 100 per cento per le imprese manifatturiere italiane - sottolinea il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nella conferenza stampa conclusiva - Saranno tutelate completamente sia le imprese manifatturiere esposte a rischio delocalizzazione sia quelle esposte alla grande concorrenza internazionale, come per esempio il settore tessile”.

Accolta anche la richiesta italiana di incrementare i fondi per i progetti pilota per la cattura e lo stoccaggio del Co2, che passano dai 150 milioni di euro previsti inizialmente a 200 milioni, sia pure con alcune limitazioni. Il negoziato ha avuto una accelerazione questa mattina, dopo che la presidenza di turno francese ha presentato una nuova ulteriore bozza di accordo. Sono rientrate le riserve dei Paesi, tra i quali l’Italia, che avevano avanzato richieste di variazione o aggiustamenti per la bozza sul clima. Anche la Polonia, uno dei paesi più restii a dare il via libera all’accordo, alla fine si è detta soddisfatta e ha dato il suo assenso. “L’accordo che abbiamo raggiunto sul pacchetto clima-energia è davvero storico”, rivendica il presidente francese, Nicolas Sarkozy, presidente di turno nell’Ue, nella conferenza stampa finale del vertice di Bruxelles. “Non si era mai visto un intero continente assumersi all’unanimità impegni così stringenti. Grazie a Berlusconi, l’intesa è stata trovata rapidamente” ha sottolineato. Esulta il presidente del Consiglio: “Siamo soddisfatti per l’accordo raggiunto sul pacchetto clima, siamo stati ascoltati in ben quindici casi e siamo riusciti ad ottenere tutto. Anche stavolta ha pagato la nostra abilità tattica che ci ha consentito una grande affermazione di autorevolezza”.

Clima: accordo europeo sulle energie rinnovabili

Sembra spianarsi la strada per l’adozione all’unanimità del pacchetto sul clima denominato “20-20-20” che sarà all’esame del Consiglio europeo venerdì prossimo. Consiglio, Commissione e Parlamento europeo hanno infatti raggiunto un accordo sulla proposta di direttiva sulle energie rinnovabili. E’ uno dei tre tasselli del pacchetto di misure che comprende anche la modifica della direttiva sul sistema comunitario di scambio delle quote di emissione e la ripartizione degli sforzi da intraprendere per adempiere all’impegno comunitario a ridurre le emissioni di gas serra in settori come i trasporti, l’edilizia, i servizi, i piccoli impianti industriali, l’agricoltura e i rifiuti. La proposta di provvedimento sulle rinnovabili mira a portare al 20 per cento la quota di energia prodotta attraverso le fonti alternative, ma questo obiettivo, anche grazie all’iniziativa italiana, sarà soggetto a una ricognizione nel 2014. Tra sei anni si potranno dunque ridiscutere i metodi con cui raggiungere il traguardo prefissato, ma l’iniziale richiesta di Roma di una messa in discussione del target del 17 per cento assegnato al nostro Paese (che parte dal 5 per cento) non ha incontrato il consenso della presidenza francese della Ue. L’intesa non implica, in ogni caso, lo sblocco del difficile negoziato sul complesso del pacchetto clima, che prevede entro il 2020 la riduzione del 20 per cento delle emissioni di Co2, un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e della quota di energie rinnovabili nel fabbisogno totale dell’Ue.

Un pacchetto, “i cui obiettivi non sono negoziabili”, sottolinea il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, spiegando che è comunque necessario garantire un’equa distribuzione dei costi del pacchetto tramite la flessibilità, a fronte di “preoccupazioni giustificate”. Barroso si è quindi detto “fiducioso che il vertice dei capi di Stato e di governo manterrà essenzialmente intatto il pacchetto sul clima, un piano che vale l’1,5 per cento del pil europeo, pari a 200 miliardi di euro”. Il ministro Frattini, dopo un primo momento di insoddisfazione, parla di “importanti passi in avanti: l’Italia, mantiene la sua posizione negoziale per favorire un accordo tra i Ventisette e avanza l’ulteriore richiesta politica di revisione dell’intero pacchetto”.

Sul tavolo rimane il nodo dei meccanismi che fanno maturare permessi di emissione attraverso progetti ecologici all’estero come previsto dal Protocollo di Kyoto. Poi c’è la questione della riduzione unilaterale per l’Europa a 27 delle emissioni di gas a effetto serra (l’obiettivo anche su questo fronte è la riduzione del 20 per cento entro il 2020) per quel che riguarda il comparto industriale. E qui l’accordo è molto più difficile. Se dovesse essere necessario ricorrere alle aste di emissione per i settori a più alta attività energetica, come la produzione di elettricità, cemento, raffinazione, pasta e carta, il costo stimato per l’Italia sarebbe tra i 2,6 e i 3,8 miliardi nel caso che il prezzo unitario di acquisto del credito sia pari a 20 euro a tonnellata di CO2, tra i 6,8 e i 7,6 miliardi nell’ipotesi che la tonnellata di CO2 sia a 40 dollari.

L’accordo sulle energie rinnovabili ha trovato molti consensi. Per l’associazione europea dell’industria eolica (Ewea), “è stato cambiato il futuro dell’energia dell’Europa”, Greenpeace parla di un “accordo storico”, mentre il Wwf ha inviato una lettera a tutti i parlamentari sui benefici legati al taglio delle emissioni e sui percorsi possibili di riduzione dei gas serra in alcuni importanti comparti produttivi come quello del cemento. Più cauto Luigi Paganetto, presidente dell’Enea. “I benefici del pacchetto clima - energia, a parte quelli derivanti dalla minore importazione di combustibili fossili sono, in principio, potenzialmente importanti, ma in concreto dipenderanno dalla misura in cui riusciremo a cogliere le opportunità offerte dalla gara per tecnologia e innovazione che si è aperta in Europa sull’energia – ha dichiarato Paganetto, nel corso di un’audizione in commissione Ambiente della Camera – In ogni caso, per l’Italia i costi dell’assunzione di questo pacchetto saranno più elevati rispetto alla media Ue a causa della bassa efficienza negli usi finali dell’energia, a cominciare dal residenziale, ma anche dei trasporti, industria e servizi”.

Wwf: abbattere i gas serra per risparmiare sulla spesa sanitaria in Europa

(ANSA)
Se l’Unione Europea deciderà di intraprendere delle serie politiche per il clima, portando al target del 30 per cento la riduzione di gas serra, il risparmio che si avrà in termini di spese sanitarie sarà di circa 76 miliardi di euro l’anno. La stima arriva da uno studio del Wwf, che analizza proprio i benefici per la salute che si realizzerebbero se l’obiettivo dell’Ue di ridurre le emissioni di gas serra dal 20 al 30 per cento entro il 2020 verrà conseguito senza ritardi.
Il risparmio di spese sanitarie per il target del 20 per cento sarebbe di 51 miliardi di euro, ma salirebbe a oltre 76 se il taglio fosse del 30 per cento: ciò vuol dire che il risparmio ulteriore per l’Ue, raggiungendo l’obiettivo di riduzione delle emissioni raccomandato dal Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), sarebbe di almeno 25 miliardi di euro di spese mediche l’anno, ovvero del 48%. La stima è calcolata sulla base delle spese derivanti dalle cure mediche, dalla perdita di giorni di lavoro e dai costi sostenuti dagli ospedali. Diminuire le emissioni di gas serra del 30 per cento entro il 2020 vorrebbe dire 8.000 ricoveri in meno (5.800 con il target del 20 per cento) e circa 2 milioni di giornate di lavoro in più.
Cifre, quelle dei danni alla salute legate all’inquinamento, che non accennano a ridimensionarsi: la Commissione europea stima che ogni anno 369.000 persone muoiano prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e che queste morti e le cure mediche associate costino il 3-9 per cento del Pil europeo.
”Finora le discussioni sul cambiamento climatico si sono focalizzate solo sui costi per l’industria e l’economia, mentre i costi per la società sono sempre rimasti sullo sfondo”, commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia. Da qui l’impegno del Wwf Italia, che con la Campagna GenerAzione Clima supporterà la grande pressione sui parlamentari e sui governi portata avanti a livello europeo dal Wwf affinché le trattative portino a un risultato positivo per il clima. Intanto, ricorda l’associazione, due importanti appuntamenti sono alle porte: il 14-15 ottobre il Consiglio Europeo a Bruxelles vedrà i capi di Stato e di Governo discutere della questione clima. Altro appuntamento decisivo per chiudere il pacchetto europeo sul clima sarà, poi, il 20-21 ottobre con il Consiglio ambientale europeo a Lussemburgo con i ministri dell’Ambiente europei.

L’Europa e le emissioni di CO2: i Paesi dell’Est chiedono il permesso di inquinare di più

A Valencia Summit sui cambiamenti climatici
Prendere come anno di riferimento a partire dal quale valutare il calo delle emissioni il 2005 e non il 1990 come è stato finora. La richiesta appare bizzarra e a farla è stata l’Ungheria. Il motivo? I grossi tagli alle emissioni nocive realizzati dai paesi dell’Est Europa negli anni 90 sarebbero dovuti al rallentamento della produzione industriale dovuto al crollo del comunismo e non sarebbero perciò più rappresentativi del livello produttivo che quei paesi sono tornati ad avere oggi. Così Polonia, Ungheria e sei altri paesi dell’Est sostengono che per restare nei limiti loro imposti oggi vedranno impennarsi il prezzo dell’energia con conseguenze disastrose sulla salute delle loro economi.

Ma ha senso nel momento in cui siamo già indietro sugli obiettivi di Kyoto per il 2012 e mentre il Consiglio Europeo ha già indicato un nuovo ambizioso obiettivo di riduzione per il 2020, chiedere il permesso di poter inquinare un po’ di più? Il Parlamento Europeo ha detto no,  ma ha preso, con un margine risicatissimo, un’altra decisione che agli ambientalisti non è piaciuta per niente. Ha deciso di aumentare di un terzo la quota di carbon offset, la possibilità di compensare le quote di CO2 prodotte in eccesso, per quelle emissioni che non sono già coperte dal sistema di Emission trading stabilito dal protocollo di Kyoto. Si applica in sostanza a trasporti, edilizia, agricoltura e piccole imprese, lasciando fuori la grande industria.

In pratica aumenta la quota di inquinamento consentito, che potrà essere controbilanciata comprando quote positive dai Paesi che inquinano meno. “Questo voto permette di far fronte all’80 per cento della riduzione di emissioni semplicemente comprando crediti da altri Paesi”, si legge in un comunicato firmato da varie sigle ambientaliste, inclusi Greenpeace e WWF.

La decisione presa in seno al Comitato per l’industria del Parlamento, è passata nel suo insieme con 35 voti a favore e 10 contro, ma nelle prossime settimane sarà il Parlamento a dover raggiungere una posizione definitiva su un pacchetto di proposte per dare un taglio netto di almeno un quinto alle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. La decisione sulle leggi, che a quel punto saranno vincolanti, richiederà una serie di negoziazioni con i leader dei paesi europei e con la Commissione. L’obiettivo fissato è assai più ambizioso di quelli stabiliti da Canada, Stati Uniti e Giappone, altri grandi “produttori” dei gas incriminati.

E i cittadini cosa dicono? Risale appena all’11 settembre scorso il dibattito al Parlamento Europeo sui risultati di una ricerca di Eurobarometro dalla quale emerge che il 70 per cento degli europei crede nella lotta al cambiamento climatico ed è convinto di poter fare la sua parte con piccoli gesti quotidiani, ma pensa che l’Unione Europea, i singoli stati, l’industria e l’opinione pubblica non stiano facendo abbastanza per affrontare il problema. Aumentare le quote di carbon offset non pare perciò una decisione che possa far felici i cittadini.

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