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Prendere come anno di riferimento a partire dal quale valutare il calo delle emissioni il 2005 e non il 1990 come è stato finora. La richiesta appare bizzarra e a farla è stata l’Ungheria. Il motivo? I grossi tagli alle emissioni nocive realizzati dai paesi dell’Est Europa negli anni 90 sarebbero dovuti al rallentamento della produzione industriale dovuto al crollo del comunismo e non sarebbero perciò più rappresentativi del livello produttivo che quei paesi sono tornati ad avere oggi. Così Polonia, Ungheria e sei altri paesi dell’Est sostengono che per restare nei limiti loro imposti oggi vedranno impennarsi il prezzo dell’energia con conseguenze disastrose sulla salute delle loro economi.
Ma ha senso nel momento in cui siamo già indietro sugli obiettivi di Kyoto per il 2012 e mentre il Consiglio Europeo ha già indicato un nuovo ambizioso obiettivo di riduzione per il 2020, chiedere il permesso di poter inquinare un po’ di più? Il Parlamento Europeo ha detto no, ma ha preso, con un margine risicatissimo, un’altra decisione che agli ambientalisti non è piaciuta per niente. Ha deciso di aumentare di un terzo la quota di carbon offset, la possibilità di compensare le quote di CO2 prodotte in eccesso, per quelle emissioni che non sono già coperte dal sistema di Emission trading stabilito dal protocollo di Kyoto. Si applica in sostanza a trasporti, edilizia, agricoltura e piccole imprese, lasciando fuori la grande industria.
In pratica aumenta la quota di inquinamento consentito, che potrà essere controbilanciata comprando quote positive dai Paesi che inquinano meno. “Questo voto permette di far fronte all’80 per cento della riduzione di emissioni semplicemente comprando crediti da altri Paesi”, si legge in un comunicato firmato da varie sigle ambientaliste, inclusi Greenpeace e WWF.
La decisione presa in seno al Comitato per l’industria del Parlamento, è passata nel suo insieme con 35 voti a favore e 10 contro, ma nelle prossime settimane sarà il Parlamento a dover raggiungere una posizione definitiva su un pacchetto di proposte per dare un taglio netto di almeno un quinto alle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. La decisione sulle leggi, che a quel punto saranno vincolanti, richiederà una serie di negoziazioni con i leader dei paesi europei e con la Commissione. L’obiettivo fissato è assai più ambizioso di quelli stabiliti da Canada, Stati Uniti e Giappone, altri grandi “produttori” dei gas incriminati.
E i cittadini cosa dicono? Risale appena all’11 settembre scorso il dibattito al Parlamento Europeo sui risultati di una ricerca di Eurobarometro dalla quale emerge che il 70 per cento degli europei crede nella lotta al cambiamento climatico ed è convinto di poter fare la sua parte con piccoli gesti quotidiani, ma pensa che l’Unione Europea, i singoli stati, l’industria e l’opinione pubblica non stiano facendo abbastanza per affrontare il problema. Aumentare le quote di carbon offset non pare perciò una decisione che possa far felici i cittadini.
L’uragano Gustav vi sembra l’ennesima conseguenza dei cambiamenti climatici? La temperatura media della Terra sta aumentando di qualche decimo di grado, ma le conseguenze non sono così catastrofiche come si vuol far credere e non esiste nessuna base scientifica su cui fondare simili previsioni. Parola degli esperti riuniti al Meeting di Rimini nel convegno “Cambiamenti climatici: catastrofismo o reali pericoli?”. “Rispetto alle previsioni catastrofiste dell’inizio del nuovo millennio, le variazioni climatiche sono ben inferiori – spiega il professor Richard Lindzen, docente di meteorologia al prestigioso Mit di Boston – Prendiamo come esempio il paventato scioglimento dei ghiacci. Il principale fattore che incide sul fenomeno è la copertura nuvolosa estiva: se è debole, fonde più ghiaccio di quanto se ne formi in inverno. Nessuno può dire quanto ciò dipenda dalla temperatura media del pianeta e vanno considerati altri elementi, come i venti, la loro intensità e direzione”. Questo non significa che sul clima non ci sono problemi, ma l’uso distorto ed estrapolato dei dati è “il primo serio pericolo per l’ambiente”. “Nell’ultimo secolo la temperatura si è alzata di 0,6 gradi, ma molte persone credono che l’innalzamento sia stato di due o tre gradi – aggiunge il docente del Mit - Merito della passione apocalittica di alcuni che, anche col freddo, riescono a scaldare comunque l’aria. E a vendere copie di alcuni giornali”.
Al Meeting si parla anche di energie e fonti rinnovabili. Tutti d’accordo sul fatto che in Italia è necessario passare a un sistema delle fonti energetiche che veda la presenza, accanto a quelle tradizionali (petrolio e gas naturale), di nuove forme di produzione di energia: nucleare e fonti rinnovabili (solare, eolico, biomasse), con una assoluta complementarietà tra di esse. Nel progetto del governo, nucleare e fonti rinnovabili devono partecipare ciascuno per il 25 per cento al programma energetico. Secondo Maurizio Cumo, presidente della Sogin, “l’Italia deve tornare al nucleare. La dipendenza per la fornitura di energia dagli altri paesi, che poi la producono con impianti nucleari, è insopportabile. C’è bisogno di una migliore informazione dell’opinione pubblica sul nucleare, sulle modalità di funzionamento degli impianti, sullo smaltimento e la possibilità di distruzione dei rifiuti: solo così avremo un ampio consenso sulla nuova scelta”.

Il legame tra emissioni di anidride carbonica e cambiamenti climatici sembra essere sempre più problematico. A questa conclusione giunge uno studio (file pdf) pubblicato dalla rivista Carbon Balance and Management, realizzato da Igor Mokhov e Alexey Eliseev, due ricercatori dell’Obukhov Institute of Atmospheric Physics di Mosca. Le teorie attuali sostengono che la terra e gli oceani contengono molto più carbonio dell’atmosfera, con la quale avviene lo scambio di anidride carbonica, e assorbono una quantità di emissioni del gas serra che varia in base ai cambiamenti climatici, prodotti non solo dall’inquinamento, ma anche da cause naturali come le eruzioni vulcaniche. Da questo scambio procede l’incremento di anidride carbonica nell’atmosfera che contribuisce al surriscaldamento globale. Ma il legame tra il ciclo del carbonio e le attività umane quali l’agricoltura, l’uso di energia e le emissioni inquinanti potrebbe essere significativo solo per i prossimi secoli. I due studiosi hanno infatti elaborato un modello climatico che studia come questo legame muti nel tempo, giungendo alla poco rassicurante conclusione che i danni causati dall’inquinamento atmosferico possono solo essere ritardati, anche se di molto. Le simulazioni su cui si basa il loro modello partono infatti dal presupposto che le emissioni prodotte dai combustibili fossili crescano in modo esponenziale tra i prossimi 50 e 250 anni. Il risultato individuato è un’accentuazione iniziale del rapporto tra ciclo del carbonio e mutamento climatico, che sfocerebbe in un picco di saturazione a partire dal quale potrebbe solo ridursi fino a cessare. Concretamente, questo significa che, se saranno efficaci le odierne strategie di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, il picco in questione sarà raggiunto molto più tardi, ma il percorso di avvicinamento è in ogni caso inarrestabile e, a detta dei due ricercatori, destinato a raggiungere prima o poi la saturazione anche con emissioni deboli ma continue.

“Il 22 aprile è il giorno in cui l’uomo fa la pace col pianeta”. Parole dell’ecologo Barry Commoner che ben rappresentano lo spirito che da 38 anni anima l’Earth day, la giornata mondiale della Terra. Il 22 aprile 1970 venti milioni di americani si mobilitarono per una dimostrazione a favore della salvaguardia dell’ambiente. L’iniziativa fu lanciata da Gerald Ford, non ancora presidente degli Stati Uniti e, da allora, questa data è diventata un evento internazionale che ha per scopo la sensibilizzazione del pubblico sui temi della conservazione ambientale e della lotta ai gas serra. Per l’occasione, Sky Cinema e Sky Tg 24 dedicheranno una programmazione speciale con tre documentari e una “conversazione esclusiva” con Jovanotti, dove si approfondirà il noto attivismo del cantautore in difesa del pianeta.
Le celebrazioni si concluderanno a Roma, in piazza del Campidoglio, con un grande concerto di musica etnica.
Ma la salvaguardia dell’ambiente passa anche attraverso un coinvolgimento sempre più diretto di Regioni, Province e Comuni. L’idea è contenuta in un dossier dell’Enea, secondo il quale, “le scelte europee in materia di riduzioni dei gas serra prevedono una ripartizione condivisa dei relativi oneri che permetta di coinvolgere concretamente regioni, province e comuni, mobilitando risorse e facilitando le procedure amministrative. Senza una politica determinata su obiettivi di riduzione dei consumi, anche il coinvolgimento delle Regioni difficilmente permetterà di raggiungere obiettivi sufficienti di sviluppo delle fonti rinnovabili”.
Nell’Europa allargata a 27, Italia è il terzo paese emettitore di gas serra. Secondo i dati presentati dall’Enea (documento pdf), nelle emissioni a livello nazionale si è passati da un valore di quasi 400 milioni di tonnellate di CO2 nel 1990, a 450 milioni nel 2005, con un aumento complessivo del 13,3 per cento, dovuto al contributo di alcune regioni. La più inquinante era la Lombardia con 70 milioni di tonnellate, seguita da Puglia con 50, Veneto con 43 e Lazio con 42 milioni di tonnellate. Rispetto agli obiettivi sanciti dal protocollo di Kyoto, il nostro paese deve ridurre le proprie emissioni serra (Ghg) nel periodo 2008 - 2012 del 6,5 per cento rispetto al 1990. Nella sfida energetica che sta portando avanti l’Europa, l’Italia è in prima linea per i finanziamenti in favore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. Nel periodo 2007-2013 infatti, dei nove miliardi di euro stanziati dall’Ue, oltre 1,8 miliardi saranno messi in opera in Italia dove porteranno investimenti globali per 10 miliardi di euro.
“Grandi obiettivi come quelli di Kyoto sono raggiungibili solo se si traducono in comportamenti quotidiani a livello locale e per questo sono cruciali le azioni convergenti dei Comuni, coordinati dalle Province - sottolinea Massimo Rossi, presidente della provincia di Ascoli Piceno e vice presidente dell’Unione province d’Italia (Upi), di cui è responsabile nazionale per l’ambiente - Le idee per il futuro, anche a livello regionale, provinciale e comunale, dovranno necessariamente andare verso misure di incentivazione del fotovoltaico, di promozione dell’efficienza energetica negli edifici, dell’utilizzo dei biocombustibili nei trasporti”. L’Upi ha siglato, lo scorso gennaio, un innovativo protocollo d’intesa con la società operativa del Registro italiano navale. Si tratta di un modello che consentirà alle amministrazioni provinciali di elaborare un bilancio delle fonti di gas serra presenti nel territorio e produrre strumenti per agire strategicamente a livello normativo e amministrativo per la loro riduzione. “Le province italiane, riducendo le emissioni, potranno entrare da protagoniste nel panorama degli obiettivi stabiliti dal Protocollo di Kyoto – aggiunge Rossi - generando crediti grazie alle azioni eco-compatibili, scambiandoli sui mercati internazionali e mettendo a disposizione del sistema paese ingenti risorse”.
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Un anno fa Al Gore ha raccontato una “Scomoda verità” sul legame tra emissioni di gas serra dovute ad attività umane e disastrosi cambiamenti climatici. Salutato da molti come un nuovo profeta, disprezzato da quanti credono che le teorie che sostiene siano solo allarmistiche esagerazioni, Gore è stato fonte di ispirazione per altri documentaristi che credono nella causa verde. Come il filmaker 24enne inglese Jack Guest, che dopo aver visto il film di Gore ha deciso di investire i propri risparmi per realizzare un documentario che rilanciasse il tema guardando però al “bright side“, il lato positivo della questione. Focalizzando cioè l’attenzione su ciò che già si sta facendo o che si può fare da subito per arrestare il riscaldamento globale. Progetti da mettere in pratica, comportamenti da adottare, innovazioni da implementare sono al centro del suo documentario profeticamente intitolato “A convenient truth“.
Nel film, di cui è visibile un lunghissimo estratto sul sito ClimateFilm, e che verrà distribuito nelle sale inglesi nel corso del 2008, Guest racconta due viaggi, in Svezia e in Canada, fatti secondo i dettami dello slow travel: niente voli, inquinantissimi, ma solo spostamenti via mezzi pubblici e navi. La parte di documentario visibile su internet è quella riferita alla Svezia, Paese che si è impegnato ad abbattere la propria dipendenza dai carburanti fossili entro il 2020. Jack arriva a Göteborg all’ora di punta e conta il traffico verso la città: bici, bici, pedone, tram, autobus, pedone…Visita fabbriche di auto e impara, e noi con lui, che si possono alimentare con carburanti derivati dal gas naturale, dai liquami, dalla biomassa. In Svezia i carburanti che non provengono da fonti rinnovabili sono molto più cari, il che incoraggia i cittadini a spostarsi verso una tecnologia più verde.
E poi si visitano alcuni “ecovillaggi”, comunità fatte di case costruite in maniera rispettosa dell’ambiente e che offrono un’efficienza energetica prossima al 100%: utilizzano energia proveniente dall’acqua, dal sole e dal vento per far funzionare tutto e riciclano in maniera facile e immediata tutti i rifiuti.
“Avevo già uno stile di vita verde prima di fare il film”, racconta Jack Guest, “ma dopo averlo fatto mi sono reso ancor più conto che la costanza nel mettere in pratica tante piccole azioni individuali conta più di un solo grandioso gesto, e che avere una vita ecofriendly non deve significare per forza vivere da eremiti”.
Lo slogan del documentario è “Un film sul mondo che migliora”. Il suo autore è un giovane entusiasta, ottimista, ma non un visionario: le innovazioni che mostra sono già utilizzate in un Paese da cui ovviamente abbiamo molto da imparare. Ecco quello che ho imparato io. In Svezia tutti parlano un ottimo inglese. In Svezia tutti sono desiderosi di abbattere le emissioni e si prodigano attivamente per farlo. In Svezia piove sempre ed è buio per nove mesi l’anno, ma i pannelli solari vanno a tutto spiano.
Un trailer del film
- Tags: Bali, cambiamenti-climatici, gas-serra, George-Monbiot, ipcc, Kyoto, Nature, riduzione-delle-emissioni, second-life, second-nature, Valencia
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Sono sei i gas ad effetto serra al centro degli accordi presi in Giappone l’11 dicembre del 1997: tra essi il biossido di carbonio (il famoso CO2) e il metano. L’obiettivo dell’accordo era che i Paesi firmatari si impegnassero a ridurre le proprie emissioni di questi gas serra di almeno il 5% rispetto al livello del 1990 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. L’Unione europea ha ratificato il protocollo di Kyoto (qui il pdf in inglese) il 31 maggio 2002. Il protocollo è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica della Russia. Vari paesi industrializzati non hanno voluto firmare il protocollo, tra cui gli Stati Uniti e l’Australia, che però si è rimessa in pari con il nuovo governo laburista, il cui premier ha ratificato il protocollo all’apertura della conferenza di Bali a inizio dicembre.
Ma ad oggi la produzione mondiale di gas e anidride carbonica non solo non è diminuita, ma è addirittura cresciuta in misura esponenziale. In Europa si producono ogni anno piu’ di 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2), di cui quattro provengono da camini, ciminiere, autoveicoli. Nel 2050, in assenza di contromisure, le attuali emissioni raddoppieranno.
Il quarto rapporto sui cambiamenti climatici del’IPCC presentato a novembre a Valencia, quello sulla base del quale si discute a Bali per formulare il dopo-Kyoto, si concludeva con una frase che lascia poco all’immaginazione. “Le scelte in merito ad ampiezza e tempistica degli interventi di mitigazione dei gas serra implicano di mettere sulla bilancia i costi economici di più rapide riduzioni delle emissioni ora, contro i corrispondenti rischi climatici a medio e lungo termine derivati da interventi tardivi”.
Ora si punta al Kyoto 2, ma trovare l’accordo nel summit in corso a Bali non sarà facile: non tutti i Paesi sono disposti, o sono nelle condizioni, di sostenerne il peso economico di scelte ambientali. Tra questi Brasile, India e Cina, che sono fra i maggiori produttori mondiali di gas serra.
E mentre la conferenza si avvia alla conclusione, online si moltiplicano le iniziative di informazione e partecipazione sul tema dei cambiamenti climatici. La rivista scientifica Nature, per esempio, ospita nel suo quartier generale all’interno di Second Life, che non poteva che chiamarsi Second Nature, una serie di conferenze con ospiti illustri. L’ultima è prevista giovedì 13 dicembre, alle 18 ora italiana: a parlare sarà George Monbiot, giornalista del Guardian e autore del libro Calore!

Il triste primato spetta alla Gran Bretagna: i risultati di una recentissima ricerca dal titolo Green Values (qui il file pdf), condotta dalla società di marketing internazionale TGI, dicono che quando si tratta di inquinamento da voli aerei ogni cittadino britannico emette 603 kg di CO2 all’anno. Seguono a ruota l’Irlanda, con 434 kg di anidride carbonica pro capite e gli Stati Uniti (275 kg a persona).
Il Nobel per la pace ad Al Gore e al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite conferma l’accresciuta attenzione dell’opinione pubblica verso il tema ambientale. Ma pur sapendo che i viaggi aerei sono tra le attività maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, chi è disposto a volare di meno o addirittura a rinunciare del tutto all’aeroplano? Niente paura, in soccorso dei viaggiatori che vogliono pulirsi la coscienza ecologica arriva la possibilità di neutralizzare le proprie emissioni, versando una cifra che verrà investita in progetti mirati alla riduzione di uguali quantità di gas serra. Essere “carbon neutral” è quasi una nuova moda.
All’aeroporto olandese di Eindhoven con la carta di imbarco viene consegnato ai passeggeri un volantino che li invita a calcolare, usando appositi terminali, le emissioni prodotte dal proprio tragitto aereo e a neutralizzarle a partire da un versamento minimo di 3,10 euro. Perché non ci pensa l’aeroporto stesso a neutralizzare l’impatto ambientale? Questo aeroporto in effetti già lo fa: tutti i gas serra prodotti dalle operazioni che lo fanno funzionare vengono neutralizzati da versamenti corrispondenti. E che a Eindhoven ci tengano all’ambiente si capisce anche andando alla toilette: per gli scarichi qui si usa piovana, un’idea che sotto il bigio cielo inglese non dovrebbe essere difficile copiare. Altri scali fanno del rispetto dell’ambiente un punto forte. L’aeroporto East Midlands che in Gran Bretagna serve le città di Nottingham, Leicester e Derby, ha in programma di diventare “neutrale” entro il 2012. Così come la società di jet privati Netjets. E se vi interessa essere aggiornati su cosa si muove in questo ambito, vale la pena tenere d’occhio questo blog: una specifica sezione dedicata alle linee aeree segnala gli impegni presi in tal senso dalle varie compagnie. Non mancano gli attivisti, che sulla possibilità di neutralizzare le emissioni sono quantomeno scettici. Quelli inglesi si ritrovano su un sito il cui nome dice tutto: Plane stupid.
![(Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/45928391@N00/]daniel_cosman[/url] by Flickr)](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_smog.jpg)
Di Mauro Scanu
Per limitare le emissioni di CO2 può essere una buona idea rispedirle sottoterra. Una soluzione che consentirebbe di salvare l’atmosfera per i prossimi 500 anni. La tecnologia è matura per imprigionare l’anidride carbonica in serbatoi sotterranei, come giacimenti esauriti di metano, miniere dismesse o falde acquifere saline. Pompata in forma liquida o gassosa a centinaia di metri sottoterra, con il tempo la CO2 si trasforma in roccia calcarea.
Dopo Usa, Norvegia, Canada e Germania, anche l’Italia si muove in tal senso. A fine 2008 l’Enel avvierà un impianto pilota nella centrale di Brindisi: estrarrà la CO2 dai fumi delle ciminiere e la trasformerà in liquido. “Valuteremo i costi, perché sappiamo che la tecnologia abbassa il rendimento delle centrali del 7-8 per cento” avverte Gennaro Di Michele dell’Enel. L’azienda attende il parere tecnico dell’Istituto di geofisica e vulcanologia su un giacimento sottomarino al largo di Civitavecchia. “In caso di parere positivo, costruiremo nella centrale di Torre Valdaliga Nord un impianto per liquefare la CO2″. Si pensa già a serbatoi sotterranei per le emissioni delle centrali di Gioia del Colle e Marghera.
Il primo progetto sperimentale, tuttora in corso, è del 1996: da una piattaforma petrolifera nel Mar di Norvegia l’anidride carbonica è stata spedita sotto il fondale; dopo due anni di stoccaggio il 2 per cento si era già mineralizzato. “Il sistema è sicuro, se i siti sono idonei per capienza, impermeabilità, sismicità, deflusso delle acque” afferma Francesco Zarlenga dell’Enea.
Le aziende sono interessate: oggi seppellire la CO2 è diventato più conveniente che rilasciarla nell’atmosfera. Per rispettare il protocollo di Kyoto, dal 2008 il diritto a emettere 1 tonnellata di biossido di carbonio costerà dai 22 ai 30 euro: più del costo per spedirla sottoterra.
Contrari gli ambientalisti e alcuni consiglieri del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. È come mettere la spazzatura sotto il tappeto, sostengono. Secondo Massimiliano Variale, consulente scientifico del Wwf, bisogna fare attenzione all’eventuale fratturazione delle rocce, che può causare la fuoriuscita del gas. L’Agenzia internazionale dell’energia, seppur favorevole, pensa che non si avranno certezze sull’affidabilità del seppellimento sino al 2015.
La palla passa ora ai politici. In Italia manca una normativa e non esiste un ente per il rilascio delle autorizzazioni. “Comunque ci sono siti adatti in Val Padana, nell’Adriatico e in vecchie miniere di carbone” elenca Zarlenga. “Uno studio Ue ha stimato, prudenzialmente, in oltre 2 miliardi di tonnellate la capacità di stoccaggio sotterraneo di CO2 in Italia. Senza considerare i trasporti, ne produciamo 150 milioni di tonnellate l’anno. Con il sequestro saremmo a posto per 15 anni. Manca però la volontà politica”. E la decisione del governo di sospendere i fondi per il settore non fa ben sperare.

Le decisioni che si prendono localmente in materia di energia, traffico, materiali da costruzione, emissioni di gas serra hanno un’inevitabile ricaduta sui cambiamenti climatici. In California molte contee cominciano a confrontarsi con questa realtà. Una, la contea di San Bernardino, ha deciso di intraprendere un programma di monitoraggio del proprio impatto per poter apportare i necessari correttivi. Si tratta di una regione in fortissima crescita, e perciò dove probabilmente si rischia di inquinare più che altrove, per costruire nuove case e nuove strade, con il conseguente aumento del traffico. Un vero peccato vista la bellezza dei suoi paesaggi che variano dalla foresta al deserto. Il Los Angeles Times fa sapere che pochi giorni fa è stato siglato un accordo in base al quale la contea si appresta a monitorare per i prossimi due anni e mezzo consumi ed emissioni con lo scopo di ridurre il più possibile gli impatti. La sfida è quella che in breve tempo tutto il pianeta sarà costretto ad affrontare: limitare drasticamente le emissioni senza per questo rinunciare a posti di lavoro e benessere, ma contenendo traffico e ingorghi e migliorando così la qualità della vita.
La Contea è già da tempo impegnata sul fronte ambientale: l’uso di auto ibride e di autobus elettrici, l’impiego di display informativi in autostrada alimentati con pannelli solari e così via. E ieri ha inoltrato un nuovo comunicato (file pdf) che contiene ulteriori misure ambientali, il Green County San Bernardino Program, tra cui incentivi per chi costruisce utilizzando materiali eco-compatibili, e la prossima istituzione di un sito che conterrà informazioni e consigli per uno stile di vita amico dell’ambiente. La città, che si trova sulla mitica Route 66, non rinuncia però a tenere, a metà settembre, il consueto raduno Route 66 Rendez-vous, che vedrà sciamare nella zona diverse centinaia di auto costruite tra il 1900 e il 1973. Quindi, c’è da giurarci, non proprio ecologiche. Ma per incrementare il turismo, si sa, questo ed altro.