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“Ora parliamo noi”, i giovani cinesi si sfogano sul web, in italiano

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Mangiano i San Bernardo negli involtini primavera. Parlano solo tra di loro. Sono controllati dalla Triade, una mafia potentissima. E non muoiono mai. Si scambiano i passaporti tanto hanno tutti la stessa faccia. Il catalogo dei luoghi comuni e delle leggende urbane sui cinesi è davvero lungo. Luoghi comuni che generano incomprensioni, dovuti soprattutto alla difficoltà di imparare una lingua così diversa dal cinese come l’italiano. Ma cosa succede se a fronteggiare gli stereotipi ci pensano i figli dei vari Chen e Li immigrati in Italia negli anni ‘80 e ‘90? E’ con questo obiettivo che è nato quattro anni fa Associna, un portale internet gestito proprio da figli di cinesi, ma in italiano. Per riunirsi, conoscersi, farsi conoscere meglio e difendere la loro comunità.

“Le seconde generazioni, quelle dei nati e cresciuti nella terra straniera per i loro padri, hanno accolto la sfida, il loro compito è fare da ponte, ma anche da scudo” sostiene il sinologo e professore Daniele Cologna, che si è occupato di loro nei suoi studi per l’agenzia di ricerca sociale Codici. Per loro l’italiano è la prima lingua, vivono nelle nostre città da sempre e non si sentono affatto stranieri, nonostante gli occhi a mandorla e la carta d’identità: per la legge infatti molti di loro non hanno la cittadinanza italiana: “la legge italiana è complicata” spiega Gianni Lin, 24 anni, uno dei coordinatori del sito, “prevale lo ius sanguinis sullo ius solis”, ossia la provenienza dei genitori sul luogo di nascita, “io ad esempio non ho ancora il passaporto italiano perché devo dimostrare tre anni di reddito indipendente” spiega Lin, “oppure si può richiedere a 18 anni ma bisogna aver risieduto sempre in Italia, cosa che per molte famiglie non è facile”.

Così spiegano sul sito la necessità di creare questo strumento di comunicazione: “stufi di essere giudicati e classificati per il proprio involucro cutaneo, cerchiamo di sfatare i luoghi comuni come la generale chiusura della comunità cinese in Italia, chiusura che effettivamente c’è, ma limitata principalmente alla prima generazione. Ciò è dovuto a problematiche linguistiche e a condizioni economiche che non lasciano tempo per pensare ad altro se non al lavoro”. Nel sito, molto frequentato (“abbiamo circa 2500 iscritti” dice Lin) e non solo da cinesi, si organizzano anche incontri aperti al pubblico e la vendita di magliette ironiche “per la sicurezza”: con l’orso protagonista di “Kung Fu panda” che dice “Io so il kung fu”. E c’è un’intera sezione dedicata a smontare le leggende urbane. A cominciare da quella delle morti invisibili: “Non ci sono corpi che spariscono nè grandi segreti” si legge nel sito, “In Cina il funerale è un evento sacro e viene accompagnato da solenni rituali tipici della tradizione cinese, incluse processioni e fuochi d’artificio. Una cerimonia che non viene praticata in Italia per diversi motivi. Uno di questi è rappresentato dalla difficoltà nell’ organizzare un momento del genere in terra straniera affrontando, nel dolore, inevitabili problemi di carattere linguistico e burocratico” spiegano, “non ci sono camere ardenti né riciclaggio dei documenti, un altro motivo è che la maggioranza dei cinesi residenti in Italia ha meno di 55 anni e quelli che possono tornano in patria dopo aver raggiunto un buono status economico”.

L’occhio critico dell’associazione si rivolge soprattutto sulla stampa, sulle descrizioni impressionistiche della comunità cinese e sui fatti di cronaca “ci si lamenta della chiusura dei cinesi ma anche i giornalisti potrebbero fare uno sforzo in più prima di raccontarci”. Ma non vengono risparmiati neanche i libri: “Gomorra” ad esempio, si apre proprio con la scena di un container pieno di corpi di orientali congelati in viaggio verso la Cina. “Abbiamo apprezzato le descrizioni del contesto in cui nasce la Camorra” spiegano sul sito, “ma quella scena, peraltro basata solo sulla testimonianza di un gruista, ci ferisce”, Saviano, sostengono, “parla di fatti assai gravi e surreali senza però alcun riferimento a fatti oggettivi. Sono congetture che meriterebbero delle indagini più approfondite”.

Associna però non si limita a fare da osservatorio verso l’immagine dei cinesi verso l’esterno, ma vuole essere anche uno strumento per la comunità: un luogo di dibattito e di autocoscienza, per una generazione in bilico tra due mondi. “Quanti amici non cinesi frequenti?” si chiede in un sondaggio nel sito. E poi forum aperti sul razzismo “Siamo preoccupati di alcune derive della società italiana” riconosce Lin. E discussioni sul Tibet, sulla censura, sulle Olimpiadi e sulla madrepatria. Dibattiti on-line che probabilmente in Cina non sarebbero neppure ammessi. “Il fatto di poter accedere anche ai giornali cinesi ci dà una visione meno schematica” spiega Lin, “l’informazione è meno monolitica di quello che si crede in Occidente, gli editoriali critici non mancano”.

Già, il rapporto con Pechino. Cresciuti in Italia, ma imbevuti di cultura cinese grazie a internet e televisioni satellitari, le seconde genrazioni hanno un sentimento ambivalente: c’è molto orgoglio nazionalistico, venuto fuori nel periodo precedente le Olimpiadi di Pechino, quando la Cina era sotto l’occhio critico del mondo intero per il mancato rispetto dei diritti umani. E ancora prima, con gli scontri di via Paolo Sarpi a Milano. Ma non mancano le critiche e i commenti in cui si definisce il sistema di governo cinese “una dittatura liberista”.”Ci sono le opinioni più disparate” sintetizza Lin, “da gente più ortodossa dei funzionari di regime a critiche anche circostanziate per fatti di cronaca locale cinese”. E sull’ipotesi di tornare, un giorno, nella patria dei genitori, Lin la pensa così: “Noi ci sentiamo prima italiani. Per lingua e cultura. Ma in generale per le seconde generazioni è più facile l’attitudine al viaggio, allo spostamento. E verso la Cina, con il suo sviluppo economico impetuoso, ancora di più”.

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