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Giappone
Sincero o di circostanza, in Giappone il sorriso è requisito irrinunciabile per chi lavora a diretto contatto con i clienti: a controllare che non vi siano eccezioni ci penserà adesso un autentico “sorrisometro”, cioè un congegno digitale che fotografa e dà il voto ai sorrisi dei dipendenti sul posto di lavoro, da poco adottato dal gestore ferroviario Jr West.
Il dispositivo prodotto dalla Omron, battezzato Smile Scan, consiste in una speciale fotocamera - simile a una webcam da computer - che può essere montata davanti ai monitor o sulle pareti di una stanza, e viene venduto a 300 mila yen (2.300 euro) per unità. Le fotografie del volto vengono scattate a frequenza regolare, e, una volta analizzate, sono confrontate con un database di oltre un milione di facce, con tanto di voto finale espresso in centesimi.
Per giudicare il sorriso, il software valuta la tipologia di movimenti registrati in punti chiave del volto, come gli angoli delle labbra e degli occhi. Il produttore del congegno assicura tuttavia che non si tratta di un macchinario intrusivo da Grande Fratello per il controllo dei dipendenti, ma un ausilio dato a questi ultimi per valutare il proprio sorriso e, se necessario, migliorare la performance con il pubblico. Adottato a fine marzo in via sperimentale in due stazioni, Osaka e Kyobashi, il dispositivo ha stimolato il dibattito tra gli impiegati: secondo uno di questi, ”un sorriso troppo smagliante può infastidire i clienti. Meglio non superare il punteggio di 70/100”.
Un video in inglese spiega come funziona Smile Scan
Un satellite in orbita
Dopo il sistema di allarme preventivo diffuso tramite cellulari brevettato a Tokyo e il congegno taiwanese per prevedere i terremoti, sul tema sicurezza il Giappone rilancia, confermandosi il Paese più attivo oltre che più all’avanguardia in questo campo.
In un massimo di due anni, il governo del Sol Levante ha intenzione di mettere in orbita (a soli 400 chilometri dalla terra) un massimo di cento piccoli satelliti per monitorare le condizioni atmosferiche, il traffico automobilistico sulle strade nazionali e i disastri naturali. I referenti del Ministero dell’Educazione, della Scienza e della Tecnologia e di quello dell’Economia, dell’Industria e del Commercio hanno precisato che si tratterà di satelliti multifunzionali con i quali sarà possibile aumentare la frequenza e migliorare i dettagli dei fotogrammi inviati da quelli attualmente in orbita.
La richiesta di satelliti piccoli (l’ampiezza di ogni faccia non supererà i cinquanta centimetri) e multifunzionali permetterebbe poi di restituire maggiore competitività al settore. Fino ad oggi poche aziende sono state in grado di specializzarsi nella progettazione di satelliti in virtù del loro costo elevato, ma la necessità di mettere sul mercato prototipi su scala e a prezzi ridotti potrebbe invogliare altri operatori a tentare di assicurarsi la redditizia commessa del governo di Tokyo.
I due ministeri hanno infatti annunciato che chiederanno un finanziamento extra di due miliardi di yen l’uno (in tutto circa 31 milioni di Euro) da destinare alla realizzazione del progetto. Ed è evidente che satelliti efficienti e poco costosi potrebbero presto diventare allettanti anche per molti altri Paesi che non sono in grado di costruirli autonomamente.
Infine, il governo si aspetta che nella progettazione di questi satelliti vengano utilizzati materiali all’avanguardia, convinto che il posizionamento a un’orbita bassa quale è quella a cui saranno destinati permetterà di testare senza spese aggiuntive la resistenza di questi materiali nello spazio, verificando così quali potranno in futuro essere destinati a progetti più “lontani”.
Il lancio del satellite Ibuki
Il Giappone ha lanciato il primo satellite al mondo che studierà nello spazio i gas responsabili dell’effetto serra. “Ibuki“, questo il nome del vettore che in italiano significa respiro, è costato 159 milioni di dollari e aiuterà gli scienziati a calcolare la densità del diossido di carbonio e del metano derivanti da quasi la metà della superficie terrestre. Costruito dalla Mitsubishi Heavy Industries, nero e arancione, è decollato oggi dal centro spaziale di Tanegashima, una piccola isola del sud dell’arcipelago.
Il satellite orbiterà sulla terra a un’altezza di 666 chilometri, da dove, con due sensori, registrerà dati ogni tre giorni per cinque anni, in un totale di 56 mila punti del globo inclusa l’atmosfera sopra i mari nei paesi in via di sviluppo dove mancano punti di osservazione nonostante il crescente volume di emissioni. Basti pensare alla Cina, che ha poche centrali di rilevazione delle emissioni serra, e tra l’altro di dubbia utilità, ma anche al Brasile, e pure alla deforestazione delle aree tropicali africane che producono moltissimo inquinamento senza che nessuno ne sia messo al corrente.
Dalla Jaxa, l’agenzia spaziale giapponese, informano che la sua funzione è anche quella di capire il movimento nell’atmosfera di questi gas, un punto su cui gli scienziati di tutto il mondo dibattono da qualche anno, ma su cui ancora non si è trovato un accordo. Degli altri sette satelliti inviati nello spazio insieme all’Ibuki, sei sono stati progettati da privati o da centri universitari, mentre il settimo è un congegno sperimentale fabbricato dall’agenzia aerospaziale per studiare nuove funzioni di comunicazione.
L’inquinamento indoor, diffuso in case e uffici, e la cosiddetta sindrome dell’edificio malato, un insieme di sintomi, come l’irritazione degli occhi e il mal di testa, provocati dalla scarsa qualità dell’aria respirata tra le mura domestiche, potrebbero avere i giorni contati. Grazie agli studi condotti in Giappone da Katsura Izui, professore di fisiologia molecolare delle piante presso la Kinki University, e da Yasuyoshi Sakai, esperto di microrganismi della Kyoto University che hanno aperto la strada alla creazione di comuni piante da appartamento geneticamente modificate, in grado di assorbire gli agenti inquinanti all’opera negli spazi chiusi. Le piante da loro realizzate, alcune di tabacco e altre di Arabidopsis, organismo modello molto impiegato nella ricerca biologica, assorbono la formaldeide, sostanza chimica inquinante ampiamente presente nei materiali da costruzione e negli arredamenti. Questa caratteristica è stata ottenuta importando due tipi di geni da microrganismi definiti metilotrofi, che fanno uso della formaldeide per la loro crescita. Gli esperimenti dei due ricercatori hanno dimostrato che l’Arabidopsis modificata è sopravvissuta per quattro settimane all’interno di scatole riempite di formaldeide, mentre il livello del gas tossico diminuiva a circa un decimo di quello originario, a dimostrazione della capacità di assorbimento della pianta, ancora più evidente in confronto all’Arabidopsis comune, che ha un breve arco di vita di due mesi, e i cui esemplari nelle stesse condizioni sono tutti morti. Simili risultati sperimentali sono stati riscontrati anche con le piante di tabacco. Come afferma Izui, il prossimo passo della ricerca sarà l’applicazione di questa tecnologia in piante dal fogliame comune.
“Dopo i topi, toccherà ai mammuth, e poi a tantissime altre specie ormai estinte”. Curiosamente, non si tratta di una battuta tratta da un film di fantascienza, ma del prossimo obiettivo di un team giapponese di esperti della clonazione guidato dal giovane Teruhiko Wakayama. Nel Centro di biologia dello sviluppo dell’istituto Riken di Kobe, nei pressi di Yokohama, in Giappone, lo staff di Wakayama è riuscito nell’impresa di clonare dei topi utilizzando il materiale genetico contenuto nelle cellule del cervello di roditori che sono rimasti conservati a -20 gradi centigradi per sedici anni.
Passando in rassegna le diverse parti del corpo dei topi congelati, gli scienziati giapponesi si sono trovati d’accordo nello scegliere il Dna delle cellule cerebrali come quello più funzionale per portare a termine l’esperimento. A quel punto, la squadra è andata avanti applicando la classica tecnica del trasferimento nucleare: una cellula del roditore donatore è stata svuotata del suo nucleo, quest’ultimo è stato inserito in un ovulo e, in una terza fase, grazie a stimolazioni chimiche o elettriche, l’ovulo è stato indotto ad evolversi in embrione.
L’esperimento giapponese è innovativo per lo meno da due punti di vista. Scientificamente, l’essere riusciti a recuperare materiale genetico in buono stato da corpi rimasti congelati per diversi anni ha smentito la teoria secondo cui il ghiaccio possa danneggiare il Dna di ogni essere vivente, a meno che le cellule non vengano sottoposte a speciali trattamenti di “crioprotezione” prima del congelamento. In secondo luogo, Wakayama rende oggi possibile la clonazione di animali estinti. Soprattutto di quelli che, come i mammuth siberiani, sono rimasti conservati sotto una coltre di ghiaccio per decine di migliaia di anni.
Tuttavia, 40 mila anni sono ben più di sedici, e gli effetti del ghiaccio in un tempo tanto lungo potrebbero stroncare le speranze del team di Kobe. Per questo, dall’altra parte dell’oceano i colleghi americani restano dubbiosi. John Gearhart, esperto di cellule staminali dell’Università della Pennsylvania, sorride beffardo affermando che “a questo punto, a trarre vantaggio dalla ricerca giapponese potrebbero essere tutti quegli scienziati che daranno la propria disponibilità a congelare parti del corpo umano per poter poi riportare in vita i singoli individui nel futuro”. Possibilmente, sottoponendo le cellule a trattamenti di crioprotezione. Solo per sicurezza.
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I Giapponesi, si sa, vanno matti per i videogiochi e in particolare per la console portatile Nintendo DS (ne sono stati venduti oltre 23 milioni, quasi una ogni 5 persone). La console è sempre stata vietata nelle scuole, almeno fino allo scorso maggio, da quando l’insegnante Motoko Okobu ha deciso di utilizzarla come strumento per lo studio di vocabolario, scrittura e comprensione della lingua inglese.
Non è la prima volta che l’utilizzo dei videogiochi come strumento di apprendimento viene preso seriamente in considerazione. In passato, enti autorevoli come la FAS (Federation of American Scientists), che ha pubblicato uno studio intitolato “Harnessing The Power of Videogames for Learning” (qui, in inglese, il file pdf), hanno cominciato a ideare metodi per sfruttare appieno la passione dei giovani per questo medium, riscontrando un potenziale davvero enorme e stimolando la creazione di sempre più “Serious Games” (così vengono definiti i software che utilizzano le tecnologie videoludiche per insegnare a livello scolastico e/o professionale).
I primi risultati dell’esperimento giapponese sono stati incoraggianti e, visto che le scelte degli strumenti per l’insegnamento sono lasciate in mano dei singoli distretti, molte scuole hanno già cominciato a utilizzare il DS in corsi di inglese e matematica, all’insegna di un generale rinnovamento dei sistemi educativi che mira a rendere l’apprendimento scolastico più coinvolgente.
Con Nintendo DS, la casa giapponese è già andata oltre: dopo l’incredibile successo della serie Brain Training (videogiochi che stimolano la reattività del cervello con esercizi matematici), che ha venduto in poco più di due anni qualcosa come 32,3 milioni di pezzi, l’azienda che ha creato Super Mario ha lanciato English Training, un videogioco che aiutava a imparare l’inglese. Anche in questo caso il successo commerciale non si è fatto attendere (oltre 2,3 milioni di pezzi in meno di un anno). Poco dopo è toccato a Training di Matematica, che si pone come “ambiziosissimo” obiettivo quello di rendere divertente lo studio di materie come le tabelline.
Una schermata del gioco Training di matematica
E per la console portatile giapponese sono adesso in tanti a produrre videogiochi educativi . La società tedesca Koch Media ha appena lanciato il Dizionario di base inglese, un vero dizionario digitale interattivo (con tanto di pronuncia esatta dei termini) e Buddy Inglese, che invece presenta giochi interattivi sulla grammatica e sul vocabolario ingelse, con diverse difficoltà adatte a tutti i livelli di conoscenza della lingua. L’italiana Digital Bros lancerà ad agosto per DS il titolo Do You Speak English?, mentre Atari, altro nome storico dei videogame, andrà oltre, presentando nello stesso mese la serie di titoli “Mind Your” dedicati, oltre all’inglese (Mind Your English), anche a spagnolo, francese, tedesco e persino al giapponese.
Gli occhiali da sole Aigo
Dal 9 giugno, la ditta giapponese Otas ha messo in commercio l’ultimo ritrovato nel campo dell’occhialeria e delle fotocamere digitali: si tratta di Aigo F566+, un normale paio di occhiali da sole che, pur ricordando moltissimo i modelli della Oakley, se ne differenzia poiché nasconde una fotocamera digitale di 1,3 megapixel e un lettore MP3.
Aigo F566+ pesa solo 45 grammi, ma garantisce una memoria di 2GB per conservare fino a 20.000 immagini con una risoluzione di 1280×1024 pixel. Per la musica, Aigo F566+ supporta file MP3 e WMA, e gli esperti di Otas assicurano che dopo aver lasciato gli occhiali in carica per circa due ore, grazie agli auricolari posizionati alle estremità delle aste Aigo F566+ permette di ascoltare per almeno sei ore le compilations preferite. Infine, grazie a una porta USB è possibile salvare su Aigo F566+ anche altri tipi di dati, tenendo però presente che gli occhiali sono compatibili solo con le versioni 2000, XP e Vista di Windows.
Venduti alla modica cifra di 12.800 Yen (l’equivalente di 77 Euro), gli occhiali Aigo F566+ stanno andando a ruba in Giappone, e i fanatici della tecnologia sperano che presto Otas decida di commercializzare il nuovo prodotto anche in altri Paesi.
Un distributore automatico giapponese
Quasi tutti i Paesi cercano, da sempre, di impedire ai giovani di fumare. In genere, si scrive sui pacchetti che “il fumo nuoce gravemente alla salute” oppure “alle persone che vi circondano”, e si pongono limiti di età variabili per acquistare (legalmente) le sigarette. Per evitare che migliaia di teenagers continuino a farla franca procurandosi i pacchetti dalle macchinette automatiche che li distribuiscono, i giapponesi ne hanno brevettata una (Fujitaka) in grado di contare le rughe dell’acquirente e decidere, sulla base dell’età stimata, se consegnare il pacchetto oppure no. Chi non supera il test delle rughe ma ha l’età consentita per acquistare sigarette può dimostrarlo mostrando la propria carta d’identità alla medesima fotocellula.
I nuovi dispositivi Fujitaka confrontano le caratteristiche facciali rilevate con un campione realizzato con i dati di 100.000 persone, e il portavoce dell’azienda, Hajime Yamamoto, ha dichiarato che il margine d’errore dei distributori Fujitaka non supera il 10%. In Giappone esistono 570.000 distributori di sigarette, tutti dotati di un sistema elettronico che permette di verificare l’età dell’acquirente dalla lettura della sua patente di guida. Per ora, il governo afferma di non essere ancora del tutto convinto dell’efficacia del sistema Fujitaka, e ha specificato che, a partire da luglio, sarà legale fare causa a chi produce i distributori di sigaratte in tutti i casi di vendita di tabacco ai minori: un grosso problema, qualora adolescenti fumatori incalliti, con le rime rughette incipienti, riuscissero a raggirare la fotocellula. Tuttavia, i dirigenti di Fujitaka non sembrano spaventati: le rughe si formano con facilità sulla pelle sottile degli occidentali, raramente su quella, più spessa, degli orientali. Il nuovo sistema, almeno in Giappone, sembra, per il momento, infallibile.

Lo aspettano da tempo e quando arriverà è probabile che sia catastrofico. Il Big One giapponese dovrebbe verificarsi nella regione di Tokai, a un centinaio di km da Tokyo. Avevamo già scritto della sperimentazione, da parte dell’Agenzia meteorologica giapponese, di un sistema di allarme integrato, che avrebbe raggiunto in maniera capillare la popolazione, anche grazie ai cellulari. Dal 1 ottobre 1000 sismografi sparsi in tutto il Giappone sono collegati in un network che è in grado di calcolare rapidamente il luogo e l’intensità di un terremoto pochi istanti prima che questo si verifichi. Il sistema di allarme (qui un file pdf con la spiegazione di come agire) scatterebbe al verificarsi delle prime scosse, seguite in genere a breve distanza dalle ben più forti, pericolose e distruttive onde trasversali. Annunci automatici in televisione e alla radio, avvisi sui cellulari, sarebbero in grado di avvertire la popolazione dell’imminente pericolo, con un preavviso che dipende dalla distanza dall’epicentro: da 40 secondi ad appena una decina.
Stime governative dicono che il Big One giapponese potrebbe fare circa 10.000 vittime e decine di migliaia di feriti. In un paese dove si registrano 100.000 terremoti l’anno la prevenzione viene presa molto sul serio.
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Internet non viaggia alla stessa velocità in tutto il mondo. E nemmeno all’interno dei 30 paesi più avanzati, quelli che fanno parte dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). L’ultimo rapporto sulla comunicazione pubblicato dall’OCSE mette in luce differenze anche notevoli in termini di prezzi e velocità.
Dal rapporto emerge che il 60 per cento dei 256 milioni di abbonati naviga con la banda larga, e i Paesi che hanno optato decisamente per la fibra ottica sono quelli in grado di garantire le migliori velocità ai prezzi più bassi. In Giappone, ad esempio, sono disponibili linee a 100Mbps: una velocità 10 volte maggiore della media dei Paesi OCSE. E il prezzo per megabit al secondo in Giappone è in assoluto il più basso, pari a 0,22 dollari (0,16 euro), mentre il più alto è in Turchia (la bellezza di 81,13 dollari). Grazie alla fibra ottica gli utenti giapponesi non solo risparmiano, ma possono caricare dati alla stessa velocità con cui li scaricano: upload e download viaggiano allo stesso passo, cosa per definizione impossibile con l’Adsl.
Nel rapporto (qui una sintesi in italiano, in pdf), si legge anche: “Il calo dei prezzi e il miglioramento dei servizi sono stati più accentuati sui mercati caratterizzati da una intensa concorrenza”. E un buon metro di paragone sono le tariffe mensili dei con tratti flat, nei quali è la Svezia il Paese che offre il contratto base meno caro (10,79 dollari), seguita da Danimarca (11,11$), Svizzera (12,53$) e Stati Uniti (15,93$). L’Italia si piazza all’ottavo posto tra i Paesi Ocse, con il contratto mensile più economico pari a 17,63 dollari, pari a quasi 13 euro.