

(Credits: Pigi Cipelli)
di Gianluca Beltrame
Al Corriere della sera si litiga (con tanto di lettere del direttore e scioperi) sul se e sul come i giornalisti della carta stampata debbano scrivere per il web. Intanto, per ora in silenzio, il New York Times «sta vivendo un cambiamento epocale»: Continua

(Credits: mfophotos@flickr)
Capisco l’irritazione di tutti quegli utenti che inorridiscono all’idea che gli stessi contenuti che oggi sfogliano gratuitamente online possano diventare un giorno a pagamento, ma in fondo questo è ciò che avrebbe dovuto essere l’editoria digitale fin da principio. Prima cioè che gli editori cedessero alle tentazioni della link economy regalando tutto o quasi ai propri lettori.
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(Credits: mfophotos@flickr)
Come reagirebbero i nostri utenti se chiedessimo loro di pagare qualche centesimo per leggere questo articolo? Male, ma non troppo. Anzi, probabilmente un terzo di loro prenderebbe seriamente in considerazione l’idea di mettere mani al portafogli. È quanto afferma Nielsen in un sondaggio condotto a livello mondiale sulla propensione dei consumatori a pagare per le notizie online. Secondo l’istituto di ricerche e analisi di mercato, infatti, un terzo degli attuali utenti Internet sarebbe disposto a pagare per accedere ai siti di informazione online, nel caso questi decidessero di far pagare le proprie notizie.
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Rupert Murdoch (AP Photo/Virginia Mayo, file)
“Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava“.
La frase (epica) pronunciata da Clint Eastwood nel film Il buono, il brutto e il cattivo sembra fatta apposta per raccontare il duello di nervi fra Rupert Murdoch e i padroni di Internet.
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Rupert Murdoch cambia rotta: d’ora in poi sarà a pagamento l’informazione dei suoi siti internet. Il primo sarà il Sunday Times, edizione settimanale del Times che nelle edicole inglesi vende un milione di copie. Ma non ha ancora un suo sito internet.
A ruota seguiranno gli altri pianeti della galassia Murdoch: Sun, News of world, il social network MySpace. I visitatori pagheranno per leggere gli scoop sulle star internazionali e le inchieste sulla politica.
Il magnate australiano, finora, non ha dimostrato un gran fiuto per internet: quattro anni fa ha comprato MySpace per 580 milioni di dollari, ma il social network è stato travolto dal successo di Facebook e non è mai decollato in Asia, nonostante l’impegnativa campagna pubblicitaria.
Il punto di partenza per la strategia di Murdoch è il Wall street journal, un quotidiano economico che ha acquistato nel 2007. Su internet è un successo: unisce articoli gratutiti con altri a pagamento. Ma si tratta di informazione economica specializzata.
L’annuncio del numero uno di News corp non è passsato inosservato. Secondo l‘Independent, si è subito allineato al cambio di rotta il Financial Times, principale quotidiano econoimco inglese: ha già 170 mila abbonati su internet, aumentati dell’18 per cento in un anno.
Ancora una volta, il sito web del Financial Times sarà un mix tra informazioni gratuite e a pagamento: dieci articoli al mese da leggere liberamente e gli altri da acquistare online.
La fase di transizione per l’editoria inglese è difficile: il quotidiano Observer rischia di chiudere. Se i giornali del Regno Unito sono decisi a segurie la strada del pagamento online, negli Stati Uniti la cautela è maggiore.
Il New York Times ha chiesto ai lettori come valuterebbero un abbonamento di 5 dollari mensili.
Ha fatto discutere un’intervista rilasciata da Viviane Schiller, ex capo del sito del New York Times, ora passata alla radio pubblica Npr: “Sono una convinta sostenitrice del fatto che non ci saranno grandi quantità di persone a pagare per le news online”. Secondo la Shiller, anche un milione di abbonati non sarebbe sufficiente per il New York Times perché l’accesso a pagamento riduce l’interesse per gli inserzionisti pubblicitari.
Pareti di giornale?
Bestseller mancati e giornali spazzati via da internet o da evidenti difetti di qualità e credibilità: un efficace richiamo a fare meglio il mestiere di scrivere potrebbe essere rappresentato dall’idea di un gruppo di ricercatori del dipartimento di ingegneria meccanica della portoghese università di Minho, guidati da Fernando Castro e Candida Vilarinho, ed è spiegata in un articolo pubblicato dall’International Journal of Materials Engineering Innovation. L’industria cartaria produce infatti non pochi rifiuti, numerosi materiali organici e inorganici, che si sono rivelati utili per ricavarne il clinker, elemento necessario per la produzione del cemento. Il processo con cui dal legno si ottengono le paste per la realizzazione della carta prevede un trattamento chimico con l’uso di sostanze come l’idrossido di sodio, che assicura una buona qualità della lavorazione, ma può rappresentare un pericolo per l’ambiente, a causa dei prodotti di scarto. Che è possibile neutralizzare incorporandoli in materiali da costruzione, in quantità minime comprese tra lo 0,13 e lo 0,25 per cento. I ricercatori lo hanno dimostrato con esperimenti condotti durante la normale produzione industriale del cemento in un impianto portoghese, che anche con il nuovo metodo ha messo a disposizione un prodotto finale non meno robusto del cemento convenzionale. E soprattutto, mentre venivano effettuati i test, è stata analizzata la composizione delle emissioni gassose, senza che siano stati riscontrati effetti significativi conseguenti all’incorporazione nel procedimento dei rifiuti dell’industria cartaria. A dimostrazione che già solo lo sfruttamento di questi ultimi, si è rivelata un’ottima idea dal punto di vista economico e ambientale. Mentre la carta pronta per essere stampata è ancora a disposizione, per il momento, di giornalisti e scrittori.
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