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Credits: Greenpeace
Nella giornata di ieri, Greenpeace ha pubblicato il rapporto annuale Cool IT, in cui vengono valutate in ogni singolo dettaglio le aziende IT più attive nella promozione e nell’adozione di soluzioni energetiche sostenibili . Per l’edizione di quest’anno, Greenpeace ha preso in considerazione 21 aziende in tutto il mondo ed è andata letteralmente a far loro le pulci. In questo articolo, riassumiamo la situazione delle prime 10 della lista.
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Vince Nokia che si merita un bel 7 e mezzo, seguita da Samsung che si becca un 7– e sul podio sale anche Sony Ericsson, con un 6 e mezzo di tutto rispetto. A dare le pagelle ai colossi dell’elettronica è Greenpeace, e i voti si basano non sulle prestazioni degli apparecchi prodotti dalle aziende considerate, e nemmeno sul loro fatturato, bensì sull’impatto che la produzione ha sull’ambiente. Il parametro che ha il peso maggiore è quello della composizione dei prodotti. Le aziende che hanno eliminato sostanze pericolose dalla produzione vengono premiate maggiormente nel punteggio, in base alla considerazione che così si produrranno anche meno rifiuti tossici e il riciclaggio dei materiali diviene più semplice.
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La locandina della manifestazione
Legambiente, Federparchi, Lipu e WWF sono tra i promotori della manifestazione “In marcia per il clima“, a sostegno di una proposta per contrastare i cambiamenti climatici dovuti alle emissioni provocate dalle attività umane. La proposta è quella di ridurre in dieci anni del 20% il consumo complessivo di energia attraverso risparmio e maggiore efficienza, di far dipendere per almeno il 20% il fabbisogno energetico da fonti rinnovabili e di ridurre del 30% le emissioni di gas che alterano il clima sulla terra. “L’Italia”, si legge nell’appello di adesione all’iniziativa, “fino ad oggi ha marciato in direzione opposta, aumentando i propri consumi di combustibili fossili. Ora dobbiamo dimostrare al mondo di saper invertire la tendenza”.
Sabato 7 giugno a Milano sarà una giornata di mobilitazione nazionale. Al mattino, dalle 10 ai giardini di Porta Venezia, piazze tematiche, spettacoli, mostre, concerti, dibattiti. Al pomeriggio un corteo con partenza alle 15 da piazza San Babila. La marcia vedrà impegnate associazioni ambientaliste, come Greenpeace, Forum Ambientalista, Medici per l’Ambiente, a fianco di sindacati e associazioni di categoria, insieme a organizzazioni che si battono per il commercio equo come Fairtrade e Altromercato.
Il “popolo delle energie pulite” che sarà in piazza a Milano preme per un’alternativa energetica alle fonti fossili, e crede in una gestione diversa e sostenibile del territorio e dell’agricoltura (il fallimento del vertice Fao proprio sulla questione dei biocarburanti è storia di questi giorni). Inoltre tutte le organizzazioni promotrici dell’evento respingono con forza ogni ipotesi di ritorno al nucleare.
Non solo manifestazione di protesta e occasione per avanzare proposte e soluzioni, la Marcia per il clima sarà prima di tutto un momento dedicato all’informazione. In Corso Venezia, chiuso al traffico dai Bastioni di Porta Venezia ai Giardini Montanelli, e nei Giardini Pubblici, saranno allestiti gazebo, divisi in aree tematiche, dove i cittadini potranno informarsi sulle cause e gli effetti del cambiamento climatico e sulle alternative di produzione e consumo rispettose dell’ambiente.
Ad accompagnare l’evento, fin dalla mattina, un sottofondo musicale garantito da un sound system, ovviamente alimentato a energia solare.
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Lo chiamano il “Settimo continente”. E purtroppo non è una bella scoperta. Dopo dieci di ricerca affannosa i membri dell’Algalita Marine Research Foundation (Amrf), un’organizzazione ecologica statunitense basata in California, hanno scoperto una placca gigantesca di detriti di plastica immersa nell’Oceano Pacifico, tra le coste di Hawai e il Nord America. Calcolatrice alla mano, gli scienziati di Amrf confermano gli allarmi lanciati negli ultimi anni da Greenpeace (ma mai comprovati da dati statistici) mettendo a nudo una minaccia ambientale spaventosa estesa su oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati (dodici volte l’Italia) con un volume pari a 3,5 milioni di tonnellate. “Dai nostri rilevamenti” sostiene il direttore scientifico Marcus Eriksen, “tra il 1997 e il 2007 la massa di detriti si sarebbe triplicata e potrebbe moltiplicarsi per altre dieci volte da qui 2030″ fino a raggiungere quota 30,5 milioni di chilometri quadrati (una superficie undici volte superiore a quella dell’Unione Europea). Le cifre sono tanto più spaventose che questa parte dell’Oceano Pacifico è nota per l’assenza di traffico marittimo intenso. Purtroppo la scienza non aveva fatto i conti con correnti devastanti che, al pari di un maelstrom, inghiottono le tonnellate di detriti rilasciate dall’uomo lungo le coste del Pacifico. Il fenomeno è così intenso che il rapporto tra il volume di plastica e quello di placton sarebbe di sei a uno. “Ora”, ricorca il quotidiano spagnolo Abc, “la plastica non è biodegradabile (la sua durata di vita supera in media i 500 anni) e con il passare degli anni i detriti si disgregano in piccoli pezzettini fino a formare una specie di massa di sabbia plastificata che pesci e uccelli marittimi confondono facilmente con del cibo”. Secondo Greenpeace, il nuovo regime alimentare avrebbe già intossicato 267 specie. Una minaccia insidiosa per l’essere umano, la cui irresponsabilità ambientale è testimoniata dai dati raccolti dall’American Association for the Advancement of Science secondo la quale il 40% degli oceani è gravemente inquinato.
- Tags: ambiente, console, Greenpeace, inquinamento, Mario, Microsoft, Nintendo, playstation, sony, videogiochi, Wii, Xbox
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I protagonisti dei videogame sono sempre impegnati a salvare il mondo. Peccato che le console che utilizziamo per farli entrare in azione contengano una gran quantità di sostanze tossiche, come ritardanti di fiamma bromurati e PVC, che il mondo contribuiscono a mandarlo in rovina. Per questo Greenpeace ha arruolato tre beniamini dei videogiocatori di tutto il mondo (Kratos, Master Chief e Mario) che hanno il difficile ruolo di convincere gli utenti delle rispettive console (PlayStation, Xbox e Wii) a fare pressioni perché i produttori, Sony, Microsoft e Nintendo eliminino dai loro prodotti le sostanze nocive e pericolose per l’ambiente.
Greenpeace ha creato un sito apposito, Clash of the consoles in cui per ciascuna console si trovano i dati riguardanti la politica dell’azienda rispetto alle materie tossiche, i consumi energetici, ma anche il livello delle forze del bene, sotto forma di numero di mail inviate dai consumatori al produttore per richiedere più rispetto per l’ambiente.
Il mercato delle console di videogiochi ha conosciuto negli ultimi anni una crescita esponenziale che ha pochi paragoni con quella di altri prodotti hi-tech: 62,7 milioni di unità vendute nel 2006, con una crescita del 15% sull’anno precedente. E c’è da giurare che venderanno molto bene anche questo Natale. Ma stando alla Ecoguida di Greenpeace, che nell’edizione più recente comprende per la prima volta anche le console, le aziende che le costruiscono sono molto indietro sul fronte del rispetto ambientale al confronto di chi produce altri articoli tecnologici, come cellulari o computer.
Riusciranno i nostri eroi, protagonisti di uno spiritoso video, a smuovere le coscienze e creare una pressione sufficiente sui produttori al fine di spingerli a fare la cosa giusta?
Il video di Greenpeace

Non sarà emozionante come le spedizioni di attivisti di Greenpeace che si lanciano col gommone tra gli arpioni delle baleniere, ma il sito Great whale trail è ciò che ci può far sentire più vicini alle megattere. Gli scienziati del “Center for Cetacean Research” e della “Opération Cétacés” hanno applicato trasmettitori satellitari ad alcuni esemplari di megattera a Roratonga e in Nuova Caledonia. Così è possibile seguire su una mappa, quasi in tempo reale, la rotta migratoria di questi mammiferi che dalle acque tropicali del Pacifico meridionale, dove si riproducono, vanno a nutrirsi nel Santuario delle Balene, fin nell’Oceano Antartico. In realtà il segnale di localizzazione sul sito web è stato ritardato appositamente, per impedire alle flotte baleniere di sfruttare il segnale per la loro caccia scientifica. Secondo l’associazione ambientalista Greenpeace “in Giappone la carne di balena resta invenduta, mentre molti Stati insulari del Pacifico hanno sviluppato un’industria del whale watching che vale milioni di dollari”. Il Giappone avrebbe un programma di “ricerca” che mette in conto per quest’anno l’uccisione di 935 balenottere minori, 50 megattere e 50 balenottere comuni in Antartide, senza poter distinguere a priori se si sta per arpionare un esemplare raro, come è il caso della megattera. Il programma Great whale trail vuole proprio dimostrare che , grazie al satellite, si possono non solo tracciare le rotte ma anche ottenere informazioni preziose sull’uso dell’habitat e la struttura delle popolazioni. Chi va a curiosare sulla mappa scoprirà anche che non tutte le balene “spiate” hanno un nome. E che si può partecipare al concorso per sceglierne uno. Non si vincono premi, ma ammettetelo: non capita tutti i giorni di dare un nome a un bebè di due tonnellate.

E’ stato presentato come la re-invenzione del cellulare. L’iPhone è stato lanciato a giugno sul mercato statunitense e tra gli appassionati dei prodotti Apple in fila per accaparrarsi il nuovo gioiellino tecnologico c’era anche un “inviato speciale” di Greenpeace, che ne ha comprato uno e lo ha inviato a un laboratorio inglese, dove è stato smontato. La prima osservazione dell’associazione ambientalista parte da un dato sotto gli occhi di tutti: la batteria, come quella dell’iPod, è saldata all’interno dell’apparecchio, cosa insolita per un telefono. Questo comporterebbe una maggiore difficoltà per la sostituzione e per lo smaltimento. Dall’analisi chimica l’apparecchio è risultato in regola con la direttiva europea RoHS 84 del 2005 sulle sostanze che non devono essere contenute nei prodotti elettronici, ma sono stati ritrovati composti del bromo, antimonio e cloro, tutti materiali tossici. Sia l’iPod sia l’iPhone conterrebbero poi due ftalati classificati in Europa come “tossici per la riproduzione” (perché in grado di interferire sullo sviluppo sessuale dei mammiferi, in particolare maschi) e vietati in tutti i giocattoli e articoli per bambini messi in commercio. Steve Jobs, che dirige la Apple, risponde alle accuse: “Non abbiamo violato alcuna norma ambientale: l’iPhone rispetta la direttiva RoHS” e rincara la dose: “Apple provvederà a eliminare l’uso di PVC e BFR (ritardanti di fiamma a base di bromo) entro la fine del 2008, conformemente a quanto dichiarato in precedenza”. Verissime le parole di Jobs, che a maggio aveva promesso che la mela sarebbe “diventata più verde” alla fine del 2008.
Peccato soltanto per i tanti, tantissimi acquirenti che hanno comprato o compreranno il telefonino “rivoluzionario” nell’anno in cui un Apple al giorno non toglie il medico di torno.
Nel frattempo Greenpeace risponde alle accuse di allarmismo ribattendo le proprie critiche punto per punto e ammette: “prendersela con la Apple assicura i titoloni, ma noi teniamo d’occhio tutti i produttori, non solo loro”.
L’iPhone smontato da Greenpeace
La lunghissima e organizzatissima coda all’Apple Store di Soho il primo giorno di vendita dell’iPhone

La rivoluzione verde non risparmia nemmeno il guru dell’informatica Steve Jobs: l’associazione ambientalista Greenpeace ha realizzato una classifica delle multinazionali di tecnologia più rispettose dell’ambiente. La Apple fondata da Jobs è ultima, preceduta da altri tredici giganti del settore. Secondo gli ecologisti è poco attenta alle questioni ambientali: dall’eliminazione di alcune sostanze tossiche alle politiche per riciclare i rifiuti elettronici. Il rapporto di Greenpeace ha creato non poco imbarazzo: la Apple ha sede in quella California che guida la ricerca scientifica e gli investimenti nelle tecnologie pulite, terreno d’azione per la più potente lobby ecologista del mondo, il Sierra Club. Steve Jobs ha pubblicato sul sito dell’azienda di Cupertino una lettera in cui ammette le responsabilità: “Spero che siate meravigliati quanto me, quando ho saputo per la prima volta quanto lontano era la Apple nella rimozione delle sostanze chimiche tossiche e nel riciclo dei suoi prodotti. Chiediamo scusa (ai consumatori, ndr) per avervi lasciato all’oscuro così a lungo”. Jobs promette rapidi cambiamenti, ma, sottolinea l’associazione ambientalista, le promesse di politiche più verdi per il futuro non bastano: il riciclo dei prodotti elettronici è previsto soltanto negli Stati Uniti, ma non nel resto del mondo. La classifica di Greenpeace analizza diversi aspetti delle politiche ecologiche: l’eliminazione del cloruro di polivinile (pvc) e dei ritardanti di fiamma (bfr), il ritiro degli apparecchi elettronici dai negozi e il loro riciclo. Secondo Gartner il rispetto dell’ambiente sarà una delle sei caratteristiche che entro pochi anni influiranno nella scelta di un computer, di un telefonino o di un qualsiasi oggetto elettronico. I prodotti hitech non emettono anidride carbonica, ma contribuiscono all’effetto serra e al riscaldamento climatico perché consumano energia elettrica.
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“Credi che l’inquinamento non ti riguardi? Ripensaci”. Lo slogan del Wwf è più chiaro dopo aver visto il video (in fondo all’articolo). E detto con l’attualità suona così: per stare al sicuro, non basta escludere Santorini dalle mete possibili per la prossima vacanza. Le 400 tonnellate di petrolio riversate nell’Egeo e le 50 addossate sulle coste dell’isola dopo il naufragio della Sea Diamond si faranno sentire anche da noi, per molto tempo.
Il ministro della Marina mercantile greca, Manolis Kefaloyannis, cerca di rassicurare: “Siamo concentrati sulla tutela dell’ambiente, la situazione è sotto controllo”. Ma puntuale arriva la versione del responsabile delle operazioni di bonifica, Vassilis Mamaloukas: “Se le condizioni meteorologiche dovessero cambiare” ha avvertito “potremmo perdere il controllo”.
Mettere una pezza non significa riparare il danno. Secondo Greenpeace “anche in condizioni ideali, con attrezzature appropriate e un intervento tempestivo, non è possibile recuperare più del 20 per cento delle sostanze tossiche rilasciate in caso di incidente”. Spiega Alessandro Giannì, responsabile della Campagna Mare dell’associazione ambientalista, intervistato da Panorama.it: “I disatri navali hanno conseguenze sul lungo periodo, compromettono l’ecosistema marino, investono tutto l’ambiente e riguardano da vicino anche la nostra salute, ma le cause” precisa “non sono soltanto gli incidenti in mare. Questi attirano l’attenzione dei media perché sono macroscopici, ma in realtà la maggioranza delle immissioni di idrocarburi arriva da fonti terrestri, come impianti o trasporti. Si tratta di un flusso silenzioso e invisibile” continua Giannì “che crea una situazione di tossicità cronica e ammala tutti i mari del pianeta. E tra tutti il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo”. A scanso di equivoci, se qualcuno se ne preoccupa soltanto prima di fare un tuffo, il responsabile della Campagna Mare ricorda che “le sostanze tossiche finiscono nel plancton, il nutrimento dei pesci, e quindi arrivano dritte dritte sulle nostre tavole ogni giorno”.
Una ricetta ci sarebbe secondo Greenpeace. “Passare a fonti rinnovabili perché il petrolio è troppo inquinante e pericoloso”. Come risultò chiaro l’estate scorsa, durante il conflitto tra Israele e Libano, quando un bombardamento israeliano ha colpito la centrale elettrica di Jieh a 28 chilometri da Beirut, facendo finire in mare circa 15mila tonnellate di olio combustibile pesante. I venti hanno poi fatto il resto, portando la marea nera a lambire addirittura le coste della Siria.
Solo nell’ultimo anno, si sono avvicendate tre tragedie ecologiche, tutte di enormi proporzioni, in luoghi lontanissimi tra loro. Nelle Filippine, nell’agosto 2006, affondava la petroliera Solar I con a bordo oltre 2 milioni di litri di olio combustibile. Più di 200 mila litri di olio nero e catramoso si sono riversati in mare per quello che è stato definito il peggior disastro ecologico da petrolio nella storia del Paese. La nave, affondata in acque profonde, è ora una bomba ecologica a orologeria: nelle sue stive ci sono ancora 1,8 milioni di litri di veleni. Pochi giorni prima, al largo della costa indiana, la petroliera giapponese Bright Artemis si scontrava con una piccola nave cargo. Risultato: oltre 4.500 tonnellate di greggio nelle acque tra Sumatra e Sri Lanka. Nel marzo dello stesso anno, il più grande impianto di estrazione del Nord America, Prudhoe Bay, aveva rilasciato nell’ambiente oltre un milione di litri di petrolio a causa di una falla nelle condutture di un oleodotto. Un evento tutt’altro che straordinario, perché, come avverte sempre Greenpeace, “l’estrazione del petrolio è continuamente accompagnata da perdite delle condutture, esplosioni più o meno gravi, incidenti, infortuni e anche morti tra i dipendenti”.
È arrivato a marzo il primo sì del dipartimento americano dell’Agricoltura per la produzione di riso modificato con geni umani. A produrlo sarà la Ventria Bioscience, una società californiana che coltiverà il suo speciale raccolto in Kansas. Li chiamano pharma crop, ovvero “raccolti farmaceutici” e si tratta di piante di vario tipo che vengono modificate geneticamente per produrre particolari proteine da estrarre e utilizzare per produrre farmaci o alimenti addizionati.
Il riso della Ventria Bioscience dovrebbe contenere due proteine che si trovano nel latte materno, ma anche nelle lacrime e nella saliva, lattoferrina e lisozima, e hanno proprietà protettive, antibatteriche, antivirali e antimicotiche. Insieme agiscono sinergicamente potenziando il proprio effetto e possono avere un ruolo interessante nella cura di disturbi gastrointestinali anche gravi. L’azienda cita studi che ne confermerebbero l’efficacia nel trattamento della diarrea acuta, prima causa di mortalità infantile a livello mondiale.
A scatenare polemiche è sempre il rischio di contaminazioni, tutt’altro che remoto: a febbraio Greenpeace ha denunciato che il 2006 è stato un anno record, con ben 24 segnalazioni. Il rapporto mostra una mappa del mondo che mette assai bene in evidenza quanto il problema sia globale. Ma questo non ferma, per ora, la produzione del riso Ogm.
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