
Il logo del World Environment Day
Come si costruisce un Ventunesimo secolo sostenibile? Separando crescita economica e danno all’ambiente. Per fare questo è necessario investire e credere in un futuro verde e prepararci a cambiamenti radicali in due dei settori dall’impatto più alto sulla salute del pianeta: agricoltura ed energia. Il 5 giugno è la giornata mondiale dell’ambiente e trovandoci nell’anno internazionale della biodiversità l’Onu ha scelto per celebrarla lo slogan “Molte specie. Un pianeta. Un futuro”. Continua

Brasile, foresta pluviale (Foto: Flickr)
La lista dei cattivi può variare a seconda delle variabili che si considerano. In questo caso i ricercatori dell’Istituto per l’Ambiente dell’Università di Adelaide, in Australia, hanno deciso di ignorare i dati economici, le emissioni dovute ai trasporti, le fonti energetiche e si sono concentrati su quanto i Paesi del mondo sfruttano le proprie risorse naturali che, come sappiamo, non sono inesauribili. Continua
Sto partecipando al No Impact Week experiment, la settimana a impatto zero promossa dal blog ‘Huffington Post e ideata da Colin Beavan, l’uomo che ha vissuto con la sua famiglia per un anno a impatto zero (per trarne poi un libro e un documentario).
La missione della domenica, il primo giorno della settimana “no impact”, era piuttosto facile: riconsiderare i propri consumi ed evitare di fare acquisti di nuovi beni, a parte quelli di prima necessità come il cibo.
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Vince Nokia che si merita un bel 7 e mezzo, seguita da Samsung che si becca un 7– e sul podio sale anche Sony Ericsson, con un 6 e mezzo di tutto rispetto. A dare le pagelle ai colossi dell’elettronica è Greenpeace, e i voti si basano non sulle prestazioni degli apparecchi prodotti dalle aziende considerate, e nemmeno sul loro fatturato, bensì sull’impatto che la produzione ha sull’ambiente. Il parametro che ha il peso maggiore è quello della composizione dei prodotti. Le aziende che hanno eliminato sostanze pericolose dalla produzione vengono premiate maggiormente nel punteggio, in base alla considerazione che così si produrranno anche meno rifiuti tossici e il riciclaggio dei materiali diviene più semplice.
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Carta igienica
Carta igienica morbida nel mirino: le foreste americane sono a rischio per il successo del rotolo bianco nei bagni domestici di Stati Uniti, dove sempre meno persone si accontentano del velo classico. Ma i “quattro strati di morbidezza” non possono essere fabbricati con carta riciclata, inadatta alle esigenze tattili. Per garantire la resistenza, inoltre, sono necessarie elevate quantità di fibre di legno e, dunque, bisogna abbattere più alberi. Insomma, la comodità in bagno contribuisce ad accelerare l’erosione dei polmoni verdi della terra. Tanto che le associazioni ambientaliste Usa, come Greenpeace, si sono ribellate: hanno chiesto l’aiuto di testimonial per convincere gli americani all’acquisto di carta igienica riciclata. Ma la mobilitazione cresce anche in altre nazioni. In Giappone la campagna per salvare le foreste fa leva sulle poesie in versi brevi: un gruppo di creativi ha distribuito rotoli con dichiarazioni come “Love the toilet” e, secondo le prime stime, i consumi sarebbero diminuiti del 20 per cento. Anche dalla Ryanair arriva un aiuto indiretto: l’amministratore delegato Michel O’ Leary progetta di far pagare l’ingresso in bagno durante i voli. Una misura che potrebbe spingere i passeggeri a riflettere sul consumo di rotoli.
Le cifre rivelano consumi in crescita. Nel 2010 ogni persona srotolerà almeno quattro chili ogni anno di carta igienica, un chilo in più rispetto al 1996. Ma negli Stati Uniti la media si impenna fino a 21 chilogrammi l’anno, soprattutto morbida. E durante lo shopping acquistano volentieri le confezioni da 36. Nei supermercati tedeschi, invece, vanno a ruba le confezioni con tre o quattro veli. Con un impatto sulla deforestazione notevole: un pacco con otto rotoli a quattro veli pesa il 75 per cento in più rispetto all’equivalente a due veli. Se la Russia è una frontiera per la richiesta di carta di qualità nei bagni, in Norvegia la tradizionale attenzione per l’ambiente orienta le scelte verso le linee di prodotti riciclati. E l’Asia, dove abita più della metà della popolazione mondiale? La Cina è nota per il pessimo stato delle toilette pubbliche, maleodoranti e sporche. Spesso sono prive di carta igienica: se c’è, spesso si tratta di un “involtino” di cellulosa riciclata.
Il banco di un mercato del contadino
Contro frodi alimentari e cibi di dubbia provenienza che danno la sensazione di poter trasformare la propria tavola in una roulette russa, non sono pochi coloro che da tempo hanno scelto la strada del ritorno all’antico. A quelle realtà locali in cui produttori e consumatori dei generi alimentari spesso si conoscevano personalmente, o era comunque abbastanza facile risalire dal commerciante ai suoi fornitori. Una strada oggi percorribile, e di fatto percorsa con frequenza variabile da almeno la metà degli italiani, attraverso la filiera corta, ovvero tutti i sistemi che riducono il più possibile la distanza e i passaggi di intermediazione fra il produttore e il consumatore, per garantire a quest’ultimo nello stesso tempo cibi sulla cui genuinità si possa fare affidamento e prezzi più contenuti di quelli pagati in negozi e ipermercati. Largo dunque a modalità d’acquisto come i mercati del contadino, dove fare provvista di alimentari forniti nella stagione appropriata direttamente da piccoli produttori locali che fanno uso di tecniche di coltivazione biologica, rimedio per non riempire il piatto di sostanze tossiche, come anche ai menu a km zero, approntati da ristoranti e locali che ricorrono a cibi di provenienza provinciale o regionale. Se però i chilometri, come inevitabilmente accade, sono in realtà un po’ più di zero, essere amici della buona tavola e della propria salute potrebbe significare essere nemici dell’ambiente. A smorzare gli entusiasmi per il consumo su scala locale, che si riteneva essere anche un valido aiuto contro l’emissione di gas serra comportata dai lunghi trasporti necessari a rifornire la grande distribuzione, giunge infatti uno studio coordinato da David Coley, ricercatore presso il Centro per l’energia e l’ambiente della britannica Università di Exeter. Pubblicato dalla rivista Food Policy, esso ha messo a confronto i percorsi effettuati singolarmente da un consumatore diretto verso una rivendita di prodotti locali, con quelli coperti da aziende che forniscono ortaggi a domicilio, calcolando anche le emissioni derivanti in questo caso dall’imballaggio e dal trasporto dei beni verso centri di smistamento regionali. Il risultato è che se lo spostamento in auto di quanti vanno a scovare personalmente prodotti genuini dietro l’angolo supera i 6,7 km, i danni per l’ambiente saranno maggiori di quelli causati da un mezzo che percorre fino a 360 km rifornendo però un ampio numero di indirizzi, con emissioni per cliente che risulteranno sorprendentemente limitate. Benché nell’ultimo decennio in Gran Bretagna la spesa a domicilio, grazie a internet, abbia conosciuto un notevole incremento, gli spostamenti per gli acquisti rappresentano ancora il 5 per cento dell’uso dell’auto. Secondo Coley, è il momento di riconsiderare il tema con metodi di analisi più sofisticati, perché è troppo semplicistico stabilire cosa sia meglio o peggio per l’ambiente contando i chilometri, e ignorando la complessità dell’interazione tra metodi di produzione, ambiente stesso ed economie locali.
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