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La salute nel mondo, tra ineguaglianze e inefficienze

Bimbi africani

È di qualche giorno fa la pubblicazione della World Health Organization del “Rapporto sulla salute degli abitanti del pianeta”, che fornisce dati precisi su morti, malattie, infortuni in base a nazionalità, età, sesso e reddito del paese e una proiezione sui decessi e il peso delle malattie che ogni singolo paese dovrà affrontare da qui al 2030.
La relazione parla ancora una volta delle disuguaglianze nella salute, nell’accesso alle cure e nei costi dell’assistenza e dell’enorme differenza nella speranza di vita tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: essa supera i 40 anni. Dei 136 milioni di donne che partoriranno quest’anno, più di un terzo non riceveranno alcun tipo di assistenza medica né durante il parto né dopo, il che significa mettere in pericolo la loro vita e quella dei loro bambini.
La situazione mondiale della salute è allarmante: le 10 cause principali di morte dipendono da più di 130 tra malattie, infortuni e disabilità. La situazione africana quella più impressionante: ogni 10 bambini che muoiono di malaria nel mondo, 9 sono appunto africani. Stessa cosa per l’AIDS: 9 bambini su 10 che nel mondo muoiono di AIDS sono africani. Inoltre, la metà dei bambini nati ogni anno in Africa muoiono di diarrea o di polmonite.
Lo scenario mondiale vede al solito una netta distinzione tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: nei primi le principali cause di decesso sono infarto, ictus, cancro al polmone, polmonite e asma bronchiale, mentre nei secondi si muore soprattutto per polmonite, infarto, diarrea, AIDS e ictus.
Il rapporto riferisce anche i dati sulla differenza fra sessi nei rischi di mortalità: gli uomini di tutto il mondo tra i 15 e i 60 anni hanno un rischio molto più alto rispetto alle donne di morire per un infarto o per morte violenta.
Per quanto riguarda invece la depressione i dati riferiscono che essa colpisce in tutto il mondo le donne del 50 per cento in più degli uomini, mentre l’alcolismo è tra le prime 10 cause di disabilità.

L’ora solare fa bene al cuore

Un sonno perfetto?

Più di un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono sottoposte due volte l’anno al cambiamento d’orario che potrebbe, secondo gli autori della ricerca,  “scombussolare i ritmi cronobiologici e influenzare la durata e la qualità del sonno”.  E gli effetti si farebbero sentire per diversi giorni dopo l’avvenuto cambio d’ora. Gli scienziati hanno sempre saputo che la mancanza di sonno fa male al cuore, perché fa impennare la pressione del sangue, alzare i battiti e aumentare la tendenza alla formazione di pericolosi coaguli. Quello che non avevano realizzato è che bastasse una sola ora in più o in meno per vedere già effetti significativi.

Gli epidemiologi svedesi Imre Janszky e Rickard Ljung devono aver avuto invece forti sospetti in tal senso se si sono presi la briga di esaminare i dati di tutti gli attacchi di cuore avvenuti nel corso di vari anni nel loro paese che risultavano in ricovero o, nei casi più infausti, decesso. Hanno così appurato che il numero di attacchi di cuore tipicamente registrato in un lunedì d’autunno era 2140, ma il lunedì successivo al ritorno all’ora solare scendeva a 2038: un calo del 5 per cento.  Per contro in primavera il numero di infarti aumentava nei giorni immediatamente successivi all’inizio dell’ora legale, con un incremento compreso tra il 6 e il 10 per cento.

Se resta vero che la stragrande maggioranza delle persone colpite da infarto deve ricercarne le cause in una predisposizione genetica o in cattive abitudini di vita (dal fumo all’alimentazione, alla mancanza di esercizio fisico), il collegamento con la perdita di una singola ora di sonno può fornire un arma in più per la prevenzione.

Russare aumenta il rischio di malattie cardiovascolari: i consigli per sonni tranquilli

http://flickr.com/photos/icyfrance/177645680/
Russare in modo sonoro è un disturbo da affrontare seriamente, che non va affatto ridotto ai problemi di convivenza che può generare con il partner e i familiari. Lo conferma uno studio pubblicato da Sleep, la rivista dell’ Accademia statunitense di medicina del sonno, condotto da alcuni medici della Semmelweis University di Budapest. I questionari sottoposti a un campione statisticamente significativo di 12.643 soggetti hanno rivelato che il disturbo in questione, rispetto a quanti non ne soffrono, fa lievitare del 40 per cento le probabilità di ipertensione, del 34 per cento quelle di infarto del miocardio e del 67 per cento il rischio di ictus, con conseguente incremento del ricorso alle strutture sanitarie per effettuare visite d’emergenza e ricoveri. Russare in modo più lieve e impercettibile si associa invece a una più accentuata tendenza all’ipertensione solo tra le donne. La patologia, che nei casi gravi sfocia nella sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, si può manifestare in modo più accentuato con il passare degli anni, benché tra gli uomini declini superata la soglia dei 70. Tra i molti fattori che la favoriscono, rientrano il sovrappeso, il fumo, l’alcol, la gravidanza e l’uso di farmaci. L’Accademia statunitense ha pertanto realizzato un sito internet nel quale, oltre alle informazioni sui disturbi del sonno e le terapie disponibili, vengono forniti 16 consigli per trascorrere ore notturne realmente tranquille, tra i quali quelli di non rimanere a letto se non ci si è addormentati entro venti minuti, e di stare alla larga dai sonniferi (o quanto meno di impiegarli con cautela).

By pass e angioplastica pari sono

Dopo un infarto cardiaco, il rischio di ricaduta è identico se ci si fa operare di by pass a cuore aperto o se ci si sottopone a una semplice angioplastica con il posizionamento di uno stent medicato, ovvero ricoperto da farmaci che dovrebbero prevenire la chiusura del vaso. Lo afferma uno studio portato avanti su oltre 1.500 pazienti del Texas Heart Institute di Houston, negli Stati Uniti.
La notizia non fa piacere a chi negli ultimi anni ha puntato sugli interventi meno invasivi, come appunto l’angioplastica, per riparare al danno provocato dall’improvvisa chiusura delle coronarie.
“Quello che abbiamo scoperto è un po’ una sorpresa” ha dichiarato oggi James M. Wilson, coordinatore dello studio, all’VIII Conferenza annuale sull’aterosclerosi, trombosi e biologia vascolare dell’American Heart Association. “Anche le complicanze in ospedale, come il reinfarto subito dopo gli interventi, sono simili nel gruppo che ha subito il by pass e in quello che ha fatto l’angioplastica. E poiché in genere si mandano a fare l’angio i pazienti apparentemente meno gravi e si riserva l’intervento a quelli con problemi maggiori, il dato è ancora più sorprendente. A parità di gravità, l’angioplastica risulta decisamente perdente”.
Dopo tre anni, il tasso di mortalità è del 6,6 per cento nei pazienti sottoposti a by pass e del 9 per cento in quelli con lo stent medicato.
In realtà questi ultimi dati non fanno altro che confermare quanto da alcuni mesi viene pubblicato sulle riviste mediche: gli stent medicati, sui quali si riponevano grandi speranze, non sono stati un buon affare. Le sostanze che li ricoprono, infatti, dovrebbero impedire alle cellule muscolari lisce del vaso di proliferare, ma pare che impediscano anche la perfetta guarigione della parete interna della coronaria, che è ricoperta da un sottile strato di cellule chiamato endotelio.
In questo modo la lesione sull’endotelio fa da polo di attrazione per altre sostanze, come colesterolo e piastrine, che contribuiscono anch’esse alla formazioni di trombi, alla chiusura della coronaria e a facilitare un nuovo infarto. “Ora dobbiamo vedere se anche con gli stent non medicati, cioè di semplice metallo e senza sostanze antiproliferative, otteniamo risultati analoghi” spiega Wilson. “Se fosse così il buon vecchio by pass potrebbe vivere una seconda giovinezza”.

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