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inquinamento

Lo smog viaggia col monsone. E in Italia batte un triste record

Fumi tossici nel cielo di Shanghai

Fumi tossici nel cielo di Shanghai

Anche a sentir ripetere che l’effetto serra è un problema globale e che la Terra è una sola si fa comunque fatica a visualizzare perché le emissioni delle fabbriche cinesi si ripercuotano sul clima dell’Europa. Ma anche chi, e sono sempre di più, non crede al global warming, dovrà forse arrendersi al fatto che l’inquinamento non conosce barriere nazionali o continentali e, letteralmente, “si muove” anche per lunghe distanze. Continua

Disastro ambientale in Lombardia: petrolio versato nel Lambro arriva al Po

Petrolio nel lambo (Credit: Ansa)

Petrolio nel lambo (Credit: Ansa)

“Un disastro ambientale senza precedenti per l’ecosistema del fiume Lambro che ne pagherà a lungo le conseguenze”. E’ questo il commento di Legambiente allo sversamento, che pare ormai certamente doloso, di migliaia di metri cubi di petrolio e gasolio nel fiume Lambro. La fuoriuscita dai tre depositi della raffineria Lombarda Petroli di Villasanta vicino a Monza è cominciata ieri mattina.
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Inquinamento in Cina, l’altro volto dello sviluppo

Rifiuti tossici nel cielo di Shanghai

Rifiuti tossici nel cielo di Shanghai (EPA/QILAI SHEN)

Vecchie fabbriche che esalano rifiuti chimici altamente nocivi, spiagge sommerse dalla plastica, progetti per la costruzione di nuovi inceneritori: nonostante i recenti impegni assunti dal governo cinese per fare seriamente fronte ai problemi di inquinamento originati dall’imponente sviluppo della sua economia, il lavoro si prospetta lungo e non indolore.
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La classifica delle città inquinate: 57 sono fuorilegge

Iniziativa contro l'inquinamento a Milano (ANSA/MILO SCIAKY)

Iniziativa contro l'inquinamento a Milano (ANSA/MILO SCIAKY)

Puntuale come le tasse e l’influenza stagionale è arrivata anche quest’anno la pagella di Legambiente sull’inquinamento nelle città. Il rapporto (qui il file Pdf) si intitola Mal’Aria il che già dice tutto. Continua

Una giornata senza borse di plastica

Un sacchetto di plastica

Ogni anno in Italia oltre 4 miliardi di borse di plastica non biodegradabili finiscono in mezzo ai rifiuti. Eppure quei sacchetti, emblema perfetto della cultura usa-e-getta, mentre da noi ancora abbondano in supermercati e negozi altrove stanno diventando merce rara. Per fortuna. Già, perché produrle causa emissioni, è impossibile riciclarne la plastica, e una volta abbandonate nell’ambiente fanno danni incalcolabili, soprattutto alla fauna marina.

La Finanziaria del 2007 ne aveva predisposto la messa al bando anche in Italia, come da direttiva Europea. Ma dal gennaio 2010 il bando è slittato al gennaio del 2011, il che vuol dire che per un altro anno continueremo a produrle e a utilizzarle. Oppure no. Come consumatori siamo liberi di scegliere non solo cosa comprare ma anche come portarcelo a casa. Perciò in attesa che gli impalpabili ma letali sacchetti vengano mandati ufficialmente in pensione, potremmo cominciare a smettere di usarli e a rifiutarli nei negozi che ce li vogliono dare.
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Carpe robot sentinelle dell’inquinamento del Tamigi

Robofish

Una carpa robot costruita dall’università dell’Essex

Un team di pesci-robot simili a carpe per fiutare l’inquinamento del Tamigi: i loro sensori possono identificare sostanze pericolose, mappando i fondali del fiume che attraversa Londra. È un progetto dell’università di Essex: ogni “esploratore” è lungo 50 centimetri e alto 15. Per avanzare usa pinne meccaniche. Ma, soprattutto, i cyberpesci sono in grado di coordinarsi: la loro posizione è segnalata da un sistema gps (come quelli usati dai navigatori satellitari nelle automobili) e tra di loro comunicano attraverso un sistema wifi. Formano così un vero “team” di investigatori sottomarini per scoprire rifiuti aiutati dalla “swarm intelligence”, un’intelligenza collettiva generata dall’interazione tra i robot. Se, infatti, una carpa scopre un’area contaminata, avverte le altre e sondano insieme il territorio.

Gli scienziati esplorano anche altre applicazioni per la swarm intelligence. Come la trasmissione senza fili di corrente elettrica, un progetto teorizzato già all’inizio del Novecento dallo scienziato serbo Nicolas Tesla. Ricercatori della Duke University e del Georgia Tech hanno costruito un gruppo di robot capaci di accendere led luminosi trasferendosi l’energia necessaria in modalità wireless. Ma gli studi sull’intelligenza dello sciame interessano anche le forze armate. Owls è il nome degli elicotteri coordinati in una squadra di otto: sviluppati da un’azienda inglese, volano in missione coordinandosi anche se la squadra di veicoli in volo viene ridotta da guasti o incidenti.

Un robofish in acqua: si muove con naturalezza. Per avanzare usa la pinna caudale.

Nucleare: a Chernobyl non si salvano neppure gli insetti

Chernobyl, reattore 4

Forse non porterà nuova acqua al mulino di quanti si oppongono al ritorno al nucleare, ai quali le argomentazioni non mancano, come a coloro che nella comunità scientifica e politica vi ravvisano invece la soluzione al rebus energetico, ma dopo più di vent’anni continua un duello tra studiosi sulle dimensioni, sicuramente rilevanti, dell’incidente nucleare di Chernobyl. Sulla rivista Biology Letters, una delle pubblicazioni dell’Accademia britannica delle scienze, è stato infatti pubblicato l’ultimo studio di Timothy A. Mousseau, biologo della University of South Carolina, condotto in collaborazione con il collega dell’università di Parigi-Sud Anders Pape Møller. Circa un anno e mezzo fa, Mousseau documentò sulla stessa rivista come nell’area compresa nel raggio di 30 chilometri dalla centrale, la “zona di esclusione” interdetta agli esseri umani, le rondini presentino una serie di anomalie causate dall’esposizione alle radiazioni nucleari, come tumori e variazioni nel colore del piumaggio. Il lavoro del biologo americano, impegnato da almeno un decennio nelle pericolosa zona, è infatti finalizzato ad accertare l’impatto della catastrofe anche sulla vita animale, al quale ha aggiunto ora un tassello che pare proprio accentuarne la gravità. Il suo gruppo di ricercatori, servendosi di dispositivi Gps portatili e di apparecchi per la misurazione della radioattività, ha verificato, grazie al confronto con aree non contaminate, che nella zona di esclusione è tuttora in diminuzione perfino il numero di insetti, dai ragni alle libellule, passando per farfalle, cavallette e calabroni. Mousseau continua dunque a smentire, come ha già fatto in un passato molto recente, la tesi sostenuta da Sergey Gaschak, radioecologo del Chernobyl Center, ente scientifico istituito in Ucraina per studiare le conseguenze delle emissioni radioattive, secondo il quale la zona di esclusione si starebbe in realtà ripopolando di vita animale. Anche in questa occasione, Gaschak non si dà per vinto, e ribatte con una dichiarazione alla Bbc: nella zona di esclusione la vita animale prospera, per via del ridotto contatto con quella umana. Probabilmente un’abile mossa per controbattere il possibile invito di Mousseau a trasferirvisi.

Depurare con gli ultrasuoni le acque contaminate dai farmaci

Residui chimici nell'acqua

Un nuovo metodo per contrastare il grave problema dell’inquinamento da farmaci, illustrato da un articolo pubblicato su Water Research, è stato messo a punto da un gruppo internazionale di chimici, appartenenti a centri di ricerca distribuiti tra Francia, Svizzera, Spagna e Colombia. Il sistema potrà trovare la sua applicazione primaria in impianti di depurazione delle acque, nelle quali i residui dei prodotti farmaceutici finiscono con facilità e in grandi quantità, provenienti dai singoli consumatori, dagli ospedali e dalle stesse aziende che li realizzano. Il meccanismo di depurazione, che è stato testato su campioni d’acqua contaminata con l’ibuprofen, un noto farmaco antidolorifico e anti-infiammatorio, prevede l’impiego di un generatore di ultrasuoni collocato sul fondo del contenitore in cui avviene il processo. Questo apparecchio è necessario a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica, dando origine a una reazione chimica definita sonolisi che, dissociando l’acqua in radicali altamente ossidanti, come quello idrossilico, degrada l’ibuprofen in composti a minor peso molecolare. Come spiega Fabiola Méndez-Arriaga, ricercatrice dell’università di Barcellona, il processo, che libera anidride carbonica e produce bollicine microscopiche contenenti grandi quantità di energia, fa sì che con un’irradiazione di due ore il farmaco sia completamente eliminato e trasformato in sostanze biodegradabili, successivamente trattabili in un impianto di depurazione convenzionale. Poiché con farmaci diversi dall’ibuprofen la procedura potrebbe generare sostanze più tossiche di quella da neutralizzare, è stata utilmente studiata l’applicazione di altre tecniche di ossidazione avanzata, come la fotocatalisi eterogenea, una reazione nella quale un semiconduttore come il biossido di titanio assorbe la luce ultravioletta per degradare gli inquinanti organici in anidride carbonica, acqua e acidi minerali, che non sono tossici per l’ambiente.

Traffico metropolitano, bambini asmatici già prima di nascere

Traffico a Times Square, Manhattan

I gas di scarico delle auto e degli altri mezzi che percorrono incessantemente le vie urbane possono fare danni gravi anche a chi non è ancora venuto al mondo. Giunge infatti dagli Stati Uniti il primo studio, pubblicato da PloS ONE, che esamina gli effetti dell’esposizione prenatale agli agenti atmosferici inquinanti in relazione alle mutazioni epigenetiche associate all’asma. Coordinato da Shuk-mei Ho, biologa dell’Università di Cincinnati, un gruppo di ricercatori ha analizzato il sangue del cordone ombelicale di 56 bambini nati a New York da madri non fumatrici, scoprendo che un’alterazione epigenetica nel gene ACSL3 è legata all’esposizione della madre agli idrocarburi policiclici aromatici che si verifica durante la gestazione. Questi composti chimici sono sottoprodotti della combustione incompleta di combustibili fossili, e la loro concentrazione risulta pertanto particolarmente elevata nelle aree metropolitane più trafficate, incrementando i rischi di sviluppare non solo l’asma, ma anche patologie tumorali. Tali sostanze agiscono attraverso una riprogrammazione dei geni del feto che, pur non comportando una loro mutazione strutturale, prelude all’infiammazione delle vie respiratorie e all’asma durante l’infanzia. Come spiega la ricercatrice, si tratta di una riprogrammazione epigenetica dovuta all’interazione con l’ambiente durante periodi chiave dello sviluppo embrionale, nei quali i tessuti risultano modificati per manifestare anomalie dopo la nascita. Lo studio è stato dunque determinante per identificare un possibile biomarcatore per la diagnosi precoce del rischio asmatico, la cui l’utilità al fine della migliore prevenzione di un disturbo cronico che affligge non meno del 25 per cento dei bambini nell’area nord di Manhattan e altrove, dovrà ora essere confermata e approfondita da ulteriori studi.

Cibi genuini dietro l’angolo? Buoni per la salute, forse non per l’ambiente

Il banco di un mercato del contadino

Contro frodi alimentari e cibi di dubbia provenienza che danno la sensazione di poter trasformare la propria tavola in una roulette russa, non sono pochi coloro che da tempo hanno scelto la strada del ritorno all’antico. A quelle realtà locali in cui produttori e consumatori dei generi alimentari spesso si conoscevano personalmente, o era comunque abbastanza facile risalire dal commerciante ai suoi fornitori. Una strada oggi percorribile, e di fatto percorsa con frequenza variabile da almeno la metà degli italiani, attraverso la filiera corta, ovvero tutti i sistemi che riducono il più possibile la distanza e i passaggi di intermediazione fra il produttore e il consumatore, per garantire a quest’ultimo nello stesso tempo cibi sulla cui genuinità si possa fare affidamento e prezzi più contenuti di quelli pagati in negozi e ipermercati. Largo dunque a modalità d’acquisto come i mercati del contadino, dove fare provvista di alimentari forniti nella stagione appropriata direttamente da piccoli produttori locali che fanno uso di tecniche di coltivazione biologica, rimedio per non riempire il piatto di sostanze tossiche, come anche ai menu a km zero, approntati da ristoranti e locali che ricorrono a cibi di provenienza provinciale o regionale. Se però i chilometri, come inevitabilmente accade, sono in realtà un po’ più di zero, essere amici della buona tavola e della propria salute potrebbe significare essere nemici dell’ambiente. A smorzare gli entusiasmi per il consumo su scala locale, che si riteneva essere anche un valido aiuto contro l’emissione di gas serra comportata dai lunghi trasporti necessari a rifornire la grande distribuzione, giunge infatti uno studio coordinato da David Coley, ricercatore presso il Centro per l’energia e l’ambiente della britannica Università di Exeter. Pubblicato dalla rivista Food Policy, esso ha messo a confronto i percorsi effettuati singolarmente da un consumatore diretto verso una rivendita di prodotti locali, con quelli coperti da aziende che forniscono ortaggi a domicilio, calcolando anche le emissioni derivanti in questo caso dall’imballaggio e dal trasporto dei beni verso centri di smistamento regionali. Il risultato è che se lo spostamento in auto di quanti vanno a scovare personalmente prodotti genuini dietro l’angolo supera i 6,7 km, i danni per l’ambiente saranno maggiori di quelli causati da un mezzo che percorre fino a 360 km rifornendo però un ampio numero di indirizzi, con emissioni per cliente che risulteranno sorprendentemente limitate. Benché nell’ultimo decennio in Gran Bretagna la spesa a domicilio, grazie a internet, abbia conosciuto un notevole incremento, gli spostamenti per gli acquisti rappresentano ancora il 5 per cento dell’uso dell’auto. Secondo Coley, è il momento di riconsiderare il tema con metodi di analisi più sofisticati, perché è troppo semplicistico stabilire cosa sia meglio o peggio per l’ambiente contando i chilometri, e ignorando la complessità dell’interazione tra metodi di produzione, ambiente stesso ed economie locali.

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