
Longevità e salute dipendono da molti fattori, genetici, ambientali e dalle scelte fatte a tavola. Ma è soprattutto in tazze e bicchieri che bisogna cercare i rimedi per contrastare e prevenire malattie cardiache e i disturbi ad essi collegati. Il primo è l’ipertensione, la principale causa di ictus e attacchi cardiaci nel nostro Paese: secondo un rapporto Istat del marzo 2007, il 13,6% degli italiani soffre di ipertensione arteriosa.
Le proprietà antiossidanti e l’efficacia protettiva nei riguardi delle malattie cardiovascolari del tè verde, come del vino rosso e del cioccolato fondente, erano già state ipotizzate da un ampio studio condotto in Giappone su 45.000 persone. Oggi uno studio svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, guidati da Gian Paolo Rossi e Spiridione Garbisa,
chiarisce per la prima volta i meccanismi dell’azione protettiva cardiovascolare del tè verde.
Il nostro corpo produce un peptide, l’angiotensina II, che è in grado di regolare la pressione arteriosa. Se prodotto in eccesso, come succede nel caso di restringimento delle arterie del rene, causa un aumento della pressione del sangue. Il tè verde riesce a normalizzare la funzione dell’endotelio, il rivestimento interno delle arterie, rimuovendo così dal circolo i radicali liberi dell’ossigeno che distruggono l’ossido nitrico (NO), un gas normalmente prodotto dall’endotelio sano, che contribuisce al buon funzionamento delle arterie.
I risultati ottenuti dai ricercatori padovani, pubblicati sulla rivista American Journal of Hypertension, costituiscono un progresso verso il trattamento non farmacologico dell’ipertensione. E ora gli stessi studiosi stanno testando gli effetti del tè verde anche sulla fibrosi del cuore e del rene.
E intanto uno studio danese, pubblicato sullo European Heart Journal, dopo un’approfondita analisi durata 20 anni sui comportamenti di 12.000 persone ha concluso che, in abbinamento a una costante attività fisica, il consumo di due bottiglie e mezzo di vino a settimana riduce il rischio di mortalità per malattie cardiache.

Cure più mirate ed efficaci in vista per milioni di pazienti che soffrono di disturbi come diabete, ipertensione, artrite reumatoide e altre malattie, sono in tutto sette, assai comuni anche nella popolazione italiana. Grazie a un enorme studio inglese, dei cui risultati danno notizia oggi i quotidiani britannici The Guardian e The Indipendent, si sono fatti importanti passi avanti nello svelare le cause genetiche che rendono alcune persone più predisposte a contrarre queste malattie.
Lo studio ha coinvolto 17 mila persone, il cui dna è stato passato al setaccio da 50 gruppi di ricerca guidati dal profesror Peter Donnelly, all’Università di Oxford. “Identificare i geni responsabili delle malattie”, sostiene Donnelly, “dovrebbe aiutare gli scienziati a comprendere meglio come si scatenano, quali persone sono maggiormente a rischio e, col tempo, produrre trattamenti più efficienti e personalizzati”.
Che il disturbo bipolare (una forma di depressione), il morbo di Crohn, le malattie cardiache, l’ipertensione, l’artrite reumatoide, il diabete di tipo 1 e 2 avessero cause genetiche si sapeva già, ma dallo studio emerge che i geni coinvolti sono il triplo di quelli finora ritenuti responsabili. Tutto ciò avrà una ricaduta anche in termini di prevenzione: chi è maggiormente predisposto a sviluppare un certo disturbo dovrà essere seguito in modo particolare.
Resta assodato che i geni sono soltanto una parte dell’equazione: la sola predisposizione genetica non basta a determinare lo scatenarsi della malattia e che hanno un ruolo innegabile anche l’ambiente in cui viviamo e il nostro stile di vita.
La partecipazione a programmi di educazione alla salute organizzati in Internet o sul luogo di lavoro garantisce buoni risultati sia nel controllo dell’ipertensione e del diabete sia nel cambiamento delle abitudini sedentarie. Lo dimostrano due studi americani usciti in questi giorni.
Il primo, presentato a un convegno dell’American Heart Association, ha seguito per tre anni oltre 2.100 lavoratori - impiegati presso un’azienda comunale di Jacksonville, in Florida - che hanno partecipato a corsi sul luogo di lavoro. In considerazione della prevalenza di uomini e dell’età media attorno ai 50 anni, si è posto l’accento in particolare sul cuore: “Con una forza lavoro che sta invecchiando, ci siamo posti l’obiettivo di intervenire sui fattori di rischio modificabili coinvolti nelle malattie cardiovascolari” spiega la dottoressa Sharon Clark, coordinatrice del progetto che ha coinvolto le assicurazioni sanitarie Blue Cross/Blue Shield.
Il programma ha offerto ai lavoratori - sottoposti a diversi questionari sulle abitudini di vita e sullo stato di salute - lezioni dal vivo e testi informativi, visite mediche di screening e di controllo con una serie di incentivi alla partecipazione e un servizio di counselling personalizzato. Il risultato è stato decisamente positivo, su più fronti: non solo gli incidenti sul lavoro sono calati del 70% circa, ma anche il controllo della pressione arteriosa è migliorato del 9%, il controllo del diabete del 15% e in generale la percentuale di lavoratori che dichiara di godere di una salute molto buona o eccellente è passata dal 42 al 51%.
Il secondo studio, pubblicato sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine, ha messo a confronto l’efficacia di programmi di incentivazione all’attività fisica fruibili in forma di piccoli manuali e altri materiali cartacei ricevuti per posta o presentati su internet. In dettaglio, i ricercatori hanno seguito 249 persone in buona salute ma sedentarie, che hanno diviso in tre gruppi: al primo gruppo hanno recapitato per posta materiali personalizzati, ovvero selezionati dai ricercatori dopo una valutazione individuale, al secondo hanno fornito analoghi materiali personalizzati attraverso un sito internet mentre al terzo hanno genericamente indicato sei siti internet contenenti vari materiali senza fornire uno specifico percorso al loro interno. Il risultato promuove a pieni voti la rete: assai meno costosa ma altrettanto efficace nel favorire lo svolgimento regolare di esercizio fisico: in media a 6 mesi dall’inizio dello studio i partecipanti svolgevano circa due ore di attività fisica alla settimana, scese a 90 minuti circa dopo altri 6 mesi, con differenze minime tra i tre gruppi.
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