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Facebook addio: un’ondata di esclusi e fuggiaschi online

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.

Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.

Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.

Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.

I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.

Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.

E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.

A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.

Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?

Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.

Internet, giro di vite globale per la censura

Internet caffé

Questa volta Teheran ha deciso di fare le cose in grande: le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a cinque milioni di siti web. Dichiara il consigliere del procuratore generale, Abdol Samad Khorramabadi: “Il nemico abusa della rete per cercare di invadere l’identità religiosa” della Repubblica islamica. Soltanto pochi mesi fa era stata avanzata la proposta della pena di morte per i blogger. Internet preoccupa seriamente le autorità iraniane: è lo spazio pubblico più aperto alla discussione in una nazione dove l’età media è di 27 anni. E i navigatori dell’Iran sono curiosi di ciò che accade nel mondo, ma non è raccontato dai mass media locali: leggono Wikipedia poco meno degli italiani.
Il vento della censura soffia forte anche in Estremo oriente: il Ministero delle comunicazioni tailandese ha censurato siti responsabili di offese alla monarchia, minacce alla sicurezza nazionale, disturbo dell’ordine e atti osceni. Eppure alcuni analisti notano che molti spazi web chiusi sono legati al movimento di opposizione dopo il colpo di Stato dello scorso novembre. Un lavoro raffinato, quello dei censori tailandesi: hanno limitato anche le possibilità di aggirare i filtri, bloccando alcuni server proxy e chiedendo a Google di rimuovere dall’archivio (la memoria cache) le pagine indesiderate.

È un problema che riguarda unicamente Paesi in via di sviluppo? Pare proprio di no. In Australia il Parlamento sta considerando la possibilità di filtrare il traffico web dell’isola con il resto del mondo. E negli Stati Uniti, dove internet è nata 39 anni fa, sono state avanzate alcune proposte alla Fcc (equivalente dell’italiana Agcom) per eliminare “qualsiasi immagine o testo che sarenne dannoso a giovani e adolescenti” al di sotto dei 18 anni di età. Nella vicina Germania la versione locale di Wikipedia è stata bloccata per due giorni: un deputato del partito di sinistra Linke, Lutz Heilmann, aveva chiesto all’autorità giudiziaria di indagare su alcune informazioni della voce che lo riguardava nell’enciclopedia online più grande del mondo. Più che del suo passato nella Stasi (peraltro noto), Heilmann era preoccupato perché si potevano leggere due notizie false (cioè che non aveva finito l’università ed era stato coinvolto in una società pornografica). Risultato: censurata l’intera versione tedesca di Wikipedia. Il blocco è stato rimosso dopo che il deputato ha ritirato la denuncia, ma nel frattempo le donazioni per l’opera culturale lanciata da Jimmy Wales sono quintuplicate, arrivando a 6mila euro al giorno.
È stato Maradona a sollevare un polverone in Argentina, ma questa volta il “Pibe de oro” non c’entra: i giudici di Buenos Aires hanno deciso che le notizie sul calciatore dovranno essere filtrate dai motori di ricerca Google e Yahoo. Chi vuole provare cosa significa navigare in un web “censurato” può farlo con il browser Firefox: basta scaricare un’applicazione che permette di muoversi in rete con le stesse limitazioni imposte dalle autorità cinesi…

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