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Eterna giovinezza? Ora la promettono i led e la stimolazione magnetica

Eterna giovinezza?

Con la paura di invecchiare tutti fanno i conti, ma qualcuno più di altri, per esempio gli scienziati impegnati ad aprire nuove vie al sogno dell’eterna giovinezza. Da realizzare cancellando i segni che il tempo lascia sul corpo e nell’anima. A partire dalle rughe facciali, per la cui riduzione sembra che stia per tramontare l’era del Botox, grazie agli studi di Andrei P. Sommer e Dan Zhu, ricercatori presso il tedesco Institute of Micro and Nanomaterials di Ulm. I due spiegano in un articolo pubblicato da Crystal Growth & Design, rivista dell’American Chemical Society, che a ringiovanire la pelle del viso saranno i diodi a emissione luminosa, meglio noti come led. Benché la luce visibile ad alta intensità sia stata impiegata in medicina a scopo terapeutico per più di un quarantennio, sono state ora comprese le ragioni che permettono di sfruttare questa potenzialità per rimanere belli più a lungo. Una simile luce proveniente dai led è infatti in grado di modificare la struttura molecolare dello strato acquoso presente sull’elastina, la proteina che assicura l’elasticità della pelle, oltre che del cuore, dei vasi sanguigni e di altri organi corporei. La rimozione delle molecole d’acqua coinvolte nell’immobilizzazione dell’elastina restituisce gradualmente l’elasticità alla pelle, consentendo così la riduzione delle rughe facciali. I ricercatori sottolineano che non sarà difficile definire le modalità di applicazione che permetteranno di sfruttare la loro scoperta con efficaci programmi di ringiovanimento corporeo. E c’è poi chi è convinto che la paura di invecchiare si fronteggia provando a rimanere belli anche dentro, risultato che spesso va conseguito combattendo con la depressione che può accompagnare l’inesorabile scorrere degli anni. Ma anche in questo caso è pronta l’arma decisiva: il primo sistema per la stimolazione magnetica transcranica approvato dalla statunitense Food and Drug Administration, dopo sperimentazioni cliniche che appaiono incoraggianti. Si chiama NeuroStar, e si presenta come alternativa in caso di fallimento della terapia farmacologica di una patologia che, secondo stime autorevoli, entro il 2020 sarà la seconda causa di inabilità su scala mondiale. Si tratta di un’apparecchiatura che in modo non invasivo genera un campo magnetico a livello della corteccia prefrontale, in quanto l’azione sui neuroni di quella regione cerebrale è ritenuta in grado di innescare una reazione catena che stimola l’attività elettrica anche di regioni più profonde coinvolte nella regolazione dell’umore. Il trattamento non richiede anestesia né sedazione, e viene effettuato in uno studio psichiatrico per 40 minuti cinque volte alla settimana, per un periodo compreso tra quattro e sei settimane, senza rischi di effetti collaterali come l’acquisto di peso, le disfunzioni sessuali e i problemi di concentrazione e memoria.

Accendo la luce per connettermi a Internet

Led per l'accesso wireless a internet

Led per l’accesso wireless a internet

Una stanza luminosa per connettere a Internet computer, cellulari e iPhone. Senza cavi che intralciano il cammino tra le scrivanie. I punti di accesso alla rete, però, non sono le antennine degli hotspot, ma led come quelli che illuminano il percorso nelle sale cinematografiche o i pulsanti per sollevare i finestrini nelle automobili. È una tecnologia che sfrutta per l’invio di dati le impercettibili intermittenze di luce emessa dai led: si tratta di un progetto sviluppato da alcuni ricercatori del Boston University college che di recente hanno ottenuto finanziamenti da una prestigiosa istituzione americana, la National science foundation.

L’area wireless “luminosa” è in grado di collegare alla rete apparecchi come televisioni, radio, computer, telefonini e termostati: ma quali sarebbero i vantaggi rispetto alle attuali tecnologie? Secondo i ricercatori, i led raggiungono la velocità di dieci megabit al secondo per la trasmissione wireless, superando il Wi-fi. Inoltre, gli utenti sarebbero anche più sicuri da intercettazioni o da persone collegate clandestinamente perché la luce, a differenza delle frequenze Wi-fi, non attraversa i muri. L’area wireless, quindi, sarebbe confinata unicamente nel perimetro di una stanza. Il sistema proposto dal Boston University college ha anche un risvolto ecologico: nei prossimi anni le lampadine a incandescenza saranno sostituite da fonti luminose che richiedono un minore consumo energetico. E una zona illuminata da led permetterebbe contemporaneamente di ridurre i consumi e di avere a disposizione una connessione a internet superveloce. La prima applicazione immaginata dai ricercatori, però, è nei trasporti: gli ambienti interni delle autobili, per esempio, contengono led.

Già sette anni fa Stephen Leeb, professore al Mit, aveva proposto di usare le lampadine tradizionali per trasmettere dati in ambienti chiusi: il suo apparecchio permetteva di affievolire la luce per una piccola frazione di secondo, generando oscillazioni luminose sono impercettibili alla vista, ma tali da consentire l’invio di informazioni. Il progetto è uscito dal laboratorio ed è diventato un’azienda, Talking lights: il sistema sviluppato da Leeb utilizza lampadari e abat-jour per trovare persone e oggetti che indossano badge o altri dispositivi in grandi edifici: finora è stato utilizzato da alberghi, ospedali e casinò

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