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Le parole della preistoria

Una ricostruzione dell'uomo di Neanderthal del Neanderthal Museum in Germania

Che lingua parlava l’uomo primitivo? E quanto di questa lingua preistorica è sopravvissuto nelle nostre lingue contemporanee? A chiederselo, e soprattutto a tentare di darsi una risposta, è stata un’équipe di studiosi dell’università britannica di Reading guidati da Mark Pagel che ha messo a punto un “time traveller’s phrasebook”, una sorta di piccolo vocabolario sperimentale che permette di compiere un viaggio indietro nel tempo. Indietro fino all’epoca delle glaciazioni quando parlare significava per lo più difendere il proprio territorio e comunicare per difendere i bisogni primari. La ricerca si è focalizzata in particolare sulle lingue cosiddette indoeuropee, derivanti cioè da un antichissimo ceppo, come per esempio l’italiano e l’inglese, ed ha preso in considerazione centinaia di parole, pronomi, verbi, proposizioni. E’ così venuto fuori che proprio i pronomi personali soggetto (io, tu, noi), elemento chiave per la costruzione di qualsiasi frase, anche la più semplice, contengono al loro interno suoni che possono essere considerati “primitivi”, sperimentati cioè dall’uomo migliaia e migliaia di anni fa.
Attraverso un super-computer di ultima generazione Pagel e suoi colleghi sono stati in grado di comparare più lingue e risalire prima a 9000 anni fa, epoca cui normalmente si fa risalire la nascita del ceppo indoeuropeo, per poi riuscire a spingersi ancora oltre, fino a 30 mila anni indietro nel tempo. Con l’aiuto di sofisticati modelli matematici che hanno permesso di comparare le parole si è così riusciti a datare il pronome personale soggetto “io” che in inglese è I come antico di 15-20 mila anni. Questo dizionario del passato però può rivelarsi utilissimo anche per il futuro, almeno di qui fino al 3000 a. C quando alcune parole saranno completamente sparite dal nostro vocabolario assorbite da altre. Qualche esempio? Il verbo “throw” ovvero “lanciare” e aggettivi come “dirty”, “sporco”.  A cambiare saranno soprattutto quelle parole in cui il significato è culturalmente più soggetto a variazione mentre restie all’evoluzione rimarranno le parole base della struttura delle frasi: pronomi personali e sostantivi.

Un dizionario multietnico per la salute

Come si dice «pillola», «orticaria», «mal di schiena» in inglese, francese, spagnolo, rumeno, polacco, russo, arabo, tagalog, una delle lingue principali delle Filippine? Che la società sia cambiata e abbia acquisito connotati multietnici è sotto gli occhi di tutti. Capirsi è diventato essenziale, specie se a interagire sono medici e operatori sanitari che si occupano di pazienti stranieri. Pensiamo soltanto all’esercito di «badanti», termine infelice ormai entrato nell’uso comune, che si occupano degli anziani, persone fragili che hanno bisogno di una comunicazione facilitata con chi si occupa a tempo pieno di loro. Non sono molti gli stranieri che arrivano in Italia dopo aver frequentato nel paese d’origine un corso di italiano e certi vocaboli tecnici, come nomi di malattie, sintomi, terapie, e strumenti non esistono nei loro scarni dizionari.
Da qui, scrivono gli autori nella prefazione, è nata l’idea del manuale “To take care: Piccolo Vocabolario Multietcnico sanitario e assistenziale” di Gian Carlo Giuliani e Laura Palazzi, Edizioni libreria Cortina. Duemila le parole raccolte più un’appendice con le frasi di uso comune nella quotidianità assistenziale. Non l’ennesimo vocabolario «dall’elevato valore linguistico e letterario», ma un testo pratico con vocaboli tradotti in gergo o in dialetto, magari in modo non rigorosamente scientifico, ma sicuramente utili a creare un’intesa, un incontro con chi viene da lontano, da altre culture. Al volume è allegato un dvd.

Lingue straniere, ecco perché può essere difficile padroneggiarle

Ombrelli con lo Union jack
Rinfrescare la conoscenza di una lingua diversa dalla propria in vista delle tipiche possibilità di applicazione offerte dalla stagione estiva, dai viaggi oltre confine all’abbordaggio di turiste straniere sulle italiche spiagge, è un’impresa che non viene ostacolata solo dall’ozio e dalla calura che dominano il periodo. Lo spiega Nina Kazanina, esperta di psicolinguistica del dipartimento di psicologia sperimentale della britannica Università di Bristol, che ha cercato di chiarire per quale motivo sia spesso così difficile padroneggiare realmente un idioma che non sia la lingua madre. Utilizzando a tal fine tecniche non invasive come l’elettroencefalografia e la magnetoencefalografia, necessarie per registrare i segnali elettromagnetici provenienti dal cervello durante l’ascolto dei suoni che compongono la lingua parlata, la ricercatrice ha analizzato l’attività della corteccia uditiva, una regione del lobo temporale del cervello che elabora i suoni percepiti, scoprendo così che quest’ultima, nel caso di un parlante adulto, trattiene selettivamente solo quelle variazioni del discorso che sono significative nella lingua madre, ignorando le altre. L’esempio fornito al proposito è quello dei suoni associati alle lettere “r” e “l”, la cui differenza risulta evidenziata dalla corteccia uditiva di un parlante di madrelingua inglese, altrimenti sarebbero indistinguibili parole come “rice” (riso) e “lice” (pidocchi), con tutti i malintesi del caso, specialmente al momento delle ordinazioni. Che in ristoranti non troppo rinomati potrebbero causare qualche problema ai giapponesi, nel cui idioma i due suoni sono usati in modo intercambiabile, e risulteranno pertanto difficili da distinguere al volo, quanto meno prima dell’arrivo dei piatti. Questa strategia di funzionamento della corteccia uditiva si sviluppa durante i primi anni di vita, e serve a garantire la più rapida interpretazione del significato di una parola nella lingua madre, agendo però come un filtro che ostacola la percezione di contrasti sonori che sono fondamentali in un’altra lingua. Il prossimo passo della ricerca sarà quello di verificare se il fenomeno venga davvero alterato dall’ascolto continuo di una lingua straniera.

In Giappone si studia coi videogame: così Nintendo DS soffia il posto ai libri

Le sudate carte

I Giapponesi, si sa, vanno matti per i videogiochi e in particolare per la console portatile Nintendo DS (ne sono stati venduti oltre 23 milioni, quasi una ogni 5 persone). La console è sempre stata vietata nelle scuole, almeno fino allo scorso maggio, da quando l’insegnante Motoko Okobu ha deciso di utilizzarla come strumento per lo studio di vocabolario, scrittura e comprensione della lingua inglese.
Non è la prima volta che l’utilizzo dei videogiochi come strumento di apprendimento viene preso seriamente in considerazione. In passato, enti autorevoli come la FAS (Federation of American Scientists), che ha pubblicato uno studio intitolato “Harnessing The Power of Videogames for Learning” (qui, in inglese, il file pdf), hanno cominciato a ideare metodi per sfruttare appieno la passione dei giovani per questo medium, riscontrando un potenziale davvero enorme e stimolando la creazione di sempre più “Serious Games” (così vengono definiti i software che utilizzano le tecnologie videoludiche per insegnare a livello scolastico e/o professionale).
I primi risultati dell’esperimento giapponese sono stati incoraggianti e, visto che le scelte degli strumenti per l’insegnamento sono lasciate in mano dei singoli distretti, molte scuole hanno già cominciato a utilizzare il DS in corsi di inglese e matematica, all’insegna di un generale rinnovamento dei sistemi educativi che mira a rendere l’apprendimento scolastico più coinvolgente.
Con Nintendo DS, la casa giapponese è già andata oltre: dopo l’incredibile successo della serie Brain Training (videogiochi che stimolano la reattività del cervello con esercizi matematici), che ha venduto in poco più di due anni qualcosa come 32,3 milioni di pezzi, l’azienda che ha creato Super Mario ha lanciato English Training, un videogioco che aiutava a imparare l’inglese. Anche in questo caso il successo commerciale non si è fatto attendere (oltre 2,3 milioni di pezzi in meno di un anno). Poco dopo è toccato a Training di Matematica, che si pone come “ambiziosissimo” obiettivo quello di rendere divertente lo studio di materie come le tabelline.
Training di matematica

E per la console portatile giapponese sono adesso in tanti a produrre videogiochi educativi . La società tedesca Koch Media ha appena lanciato il Dizionario di base inglese, un vero dizionario digitale interattivo (con tanto di pronuncia esatta dei termini) e Buddy Inglese, che invece presenta giochi interattivi sulla grammatica e sul vocabolario ingelse, con diverse difficoltà adatte a tutti i livelli di conoscenza della lingua. L’italiana Digital Bros lancerà ad agosto per DS il titolo Do You Speak English?, mentre Atari, altro nome storico dei videogame, andrà oltre, presentando nello stesso mese la serie di titoli “Mind Your” dedicati, oltre all’inglese (Mind Your English), anche a spagnolo, francese, tedesco e persino al giapponese.

Panimages, un clic per trovare fotografie in centinaia di lingue


Rose, orchidee, tulipani: sono milioni le immagini di fiori su internet, ma ogni popolo le chiama con la sua lingua. Per non parlare degli ideogrammi cinesi o dell’alfabeto indiano. Un patrimonio che rischia di non essere accessibile a tutti. Come fare per scoprire rapidamente le traduzioni e sfogliare sul web un album fotografico immenso, dal Giappone all’Estonia? I ricercatori dell’università di Washington hanno avuto un’idea: Panimages, un motore di ricerca in cui basta scrivere la parola “fiore” per trovare fototografie in altre lingue, come cinese, francese, tedesco. È, insomma, la chiave d’accesso a una collezione globale di immagini di paesaggi, persone, città.

Dalla lingua degli indiani cheyenne all’esperanto, dalle arcane sillabe in hmong ai dialetti italiani come piemontese e siciliano: sono trecento le lingue di Panimages e 2,5 milioni le parole memorizzate nella sua banca dati. Un sistema che può aiutare le minoranze linguistiche a esplorare internet perché rende accessibili le immagini etichettate in inglese, l’idioma più utilizzato sul web. Il progetto è in crescita: ogni utente può partecipare aggiungendo nuove traduzioni, creando così un vocabolario condiviso. Le immagini sono raccolte dagli archivi di Google e dalla community di fotoamatori Flickr.

Il futuro di Facebook

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