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L’universo è nato da una zuppa (cosmica)

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Prima una zuppa di particelle, ora i pianeti, le stelle, le galassie, e la vita. Il tema ricorrente della storia dell’universo è l’evoluzione dalla semplicità alla complessità. Una complessità inimmaginabile un secolo fa, quando guardavano al cosmo come a un’unica eterna galassia di pochi milioni di stelle.

Oggi, invece, la parte osservabile dell’universo contiene 100 miliardi di galassie, ognuna con 100 miliardi di stelle. Ne conosciamo la storia, ma restano da chiarire importanti dettagli. La sua data di nascita si stima risalga a 13,7 miliardi di anni fa, con il Big bang, quando materia, energia, spazio e tempo sono sorti. Meno di mezzo secondo dopo era un miscuglio caldissimo, una «zuppa cosmica» di quark e leptoni, le particelle più elementari.
Continua

A cosa ci serve oggi la Luna?

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Di Daniela Mattalia
Perché era lì, bella, lucente e rotonda come una mela cosmica. Impossibile non coglierla. Perché conquistarla avrebbe sancito la supremazia della specie umana: saremo anche dei primati, ma quale altra scimmia è capace di costruirsi un razzo e sbarcare, dopo 3 giorni, sulla Luna? Perché, infine, se non l’avessero calpestata per primi gli americani lo avrebbero fatto i russi, e questo, ai tempi della guerra fredda, era impensabile. Perché, soprattutto, era un sogno dell’uomo, e come tale andava realizzato. Lo fecero altri 18 astronauti, in sei missioni dopo l’Apollo 11. Le gite lunari terminarono nel 1972, con l’Apollo 17. I fondi scarseggiavano, la guerra in Vietnam non permetteva divagazioni spaziali. Il satellite diventò un vecchio lampadario cosmico, un po’ polveroso.

Oggi, a 40 anni di distanza, che cosa ne facciamo della Luna? Al di là delle celebrazioni, dei ricordi, della comprensibile retorica intorno a quella che fu la più entusiasmante impresa umana di ogni tempo, cosa resta di quella notte che tenne il mondo con il fiato sospeso?
“Avevo 26 anni, mi ero laureato da poco, rimasi alzato tutta la notte con grande entusiasmo e senso di fiducia” rievoca Marcello Fulchignoni, docente di astrofisica all’Università Paris-Diderot. “Le ricadute furono emotive, politiche, strategiche. Dal punto di vista scientifico meno, per esplorare la Luna sarebbero bastate, e tutt’oggi bastano, sonde robotiche. Ma le ricadute economica e tecnologica furono immense”.
Qualche esempio? I computer e i telefonini cellulari sono nati dai semi tecnologici di quelle missioni. Furono messi a punto (lo ha ricordato Barack Obama nel suo discorso del 27 aprile) metodi per la purificazione dell’acqua, sensori per la presenza di gas pericolosi, materiali di costruzione per il risparmio energetico. Non solo, dovendo inviare l’uomo nello spazio, in un ambiente ostile, occorreva controllarlo a distanza: furono creati sistemi di ascolto dei ritmi biologici, perfezionati e utilizzati negli ospedali (come l’holter) o nella telemedicina, e tecnologie che hanno migliorato la dialisi.

Fulchignoni racconta il caso della navicella Apollo 1, andata a fuoco in un’esercitazione nel 1967: i tre astronauti morirono. “Dopo quella tragedia si mise a punto un nuovo sistema di emergenza: l’astronauta, solo spostando la cornea, apriva un circuito di allarme per cui era espulso dalla navetta e paracadutato. Il metodo fu applicato ai disabili, che oggi possono usare un leggio muovendo gli occhi”.
“I miliardi di dollari spesi per le missioni Apollo sono rimbalzati sotto forma di benefici per l’economia e la tecnologia” conferma Giovanni Fabrizio Bignami, astrofisico all’Istituto universitario studi superiori (Iuss) di Pavia ed ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana.
Se, 40 anni fa, non sono stati soldi (e sforzi) sprecati, perché non rifare l’impresa? Riportare l’uomo sul nostro satellite era l’impegno di George W. Bush. E di recente Obama ha rilanciato lo stesso messaggio. A volere, di nuovo, la Luna sono americani, cinesi, giapponesi, indiani, europei. “Alt, facciamo una distinzione. India, Giappone, Europa parlano di esplorazione robotica. Solo i cinesi, e perciò anche gli americani, intendono missioni umane” chiarisce Bignami. “Le ragioni? Andare sulla Luna è facile, e regala contratti alle industrie. Ma oggi non avrebbe più senso”.

Fra i motivi spesso addotti per una rimpatriata lunare (basta dare un’occhiata sul sito della Nasa, sotto la voce “Why the Moon”) c’è la possibilità di sfruttare la presenza di acqua e di elio-3, raro isotopo dell’elio e potenziale fonte di energia. “L’acqua potrebbe servire per una base umana, per produrre ossigeno, per le esigenze degli astronauti, per il carburante dei veicoli spaziali” elenca l’astronauta Umberto Guidoni, che sulla Luna andrebbe subito. “Faccio parte di quella generazione di astronauti che non ha messo piede su un corpo celeste. Troppo tardi per la Luna, troppo presto per Marte”.

Ma per l’acqua e l’elio-3, le aspettative superano l’effettiva disponibilità di questi elementi. L’acqua, avverte Fulchignoni, c’è forse in qualche cratere dove non arriva il sole, sotto forma di ghiaccio. Comunque è poca. E il suo sfruttamento, così come quello dei minerali e dell’elio-3, è troppo costoso e complicato per essere davvero intrapreso. Sarebbe forse interessante, dal punto di vista scientifico, costruire un osservatorio spaziale, che sulla Luna eviterebbe l’ostacolo costituito dall’atmosfera; però i costi di mantenimento sarebbero tali da rendere molto più conveniente telescopi in orbita come lo Hubble o il Web Space telescope.

Perché non usare la Luna, allora, come base per proseguire, un domani, verso Marte? Il progetto rientra, almeno a livello teorico, nei programmi spaziali europei, a giudicare da quanto scrive (su Le Scienze) Simonetta Di Pippo, direttore dei voli spaziali dell’Esa, Agenzia spaziale europea: “Oggi l’obiettivo è tornare sulla Luna per restarci, capire come viverci e lavorarci… La finalità a lungo termine è l’esplorazione di Marte, il pianeta che più somiglia alla Terra”. Concorda Guidoni: “Una base lunare sarebbe utile per le missioni di preparazione, alla fine del 2030, e da lì in poi si potrebbe iniziare a pensare al viaggio su Marte”.

“Se Obama o i presidenti delle grandi potenze mondiali si mettono in testa di farlo e hanno i mezzi, lo faranno, e la Luna è una palestra cosmica. Ma ci vorrà una lunghissima preparazione con i robot, prima del 2040 non ci si arriva. E poi in un viaggio di sette mesi andata e sette mesi ritorno si rischia di rimetterci la pelle” avverte Fulchignoni. Un particolare, di cui pochi si ricordano: dal 2010 (quando l’ultimo shuttle andrà in pensione) gli americani dovranno chiedere un passaggio ai russi e alle loro navette Soyuz, anche solo per andare sulla Stazione spaziale internazionale. Per i prossimi voli lunari la Nasa ha in preparazione il programma Constellation, formato dai razzi Ares e dalla capsula Orion. Programma già in difficoltà, in ritardo, e sul quale non c’è nemmeno un accordo completo.

Ragione in più, secondo Bignami, per non fare della Luna il passo intermedio verso il pianeta rosso. Puntare direttamente su Marte è, a suo giudizio, un’idea migliore. “Atterrare e poi ripartire dal nostro satellite è uno spreco enorme di energia” sostiene. “Più facile partire da una base orbitante assemblata in uno dei punti di Lagrange (punti dello spazio in cui si possono situare corpi minori, ndr): una sorta di spazioporto nell’orbita giusta, da dove far partire la navicella che andrà sul pianeta”.

L’astronave con destinazione Marte però non potrà funzionare con il carburante chimico: per l’esplorazione umana del pianeta rosso bisognerà ideare qualcosa di veramente nuovo. Per esempio un sistema di propulsione nucleare che, anziché impiegare tra andata e ritorno oltre due anni, potrà ridurre il viaggio a pochi mesi.

Insomma, si può fare. Ma si deve fare? “L’esplorazione scientifica vale sempre la pena. Anche se continuo a pensare che per fare questo bastino le sonde robotiche, non c’è bisogno di mandare l’uomo nello spazio” risponde Fulchignoni. “Forse fra qualche milione di anni, se esisteremo ancora, saremo pronti a colonizzare altri corpi celesti”. Per Bignami, invece, pochi dubbi: “Bisogna andare sempre avanti. Il viaggio verso Marte sarà un’impresa complessa e costosa, certo. Ma ne varrà la pena. Anche perché, come è successo per le missioni Apollo, e persino per quel carrozzone orbitante che è la Stazione spaziale internazionale, costata finora 100 miliardi di dollari, gli investimenti torneranno indietro triplicati”.
Forse, il motivo più convincente e più semplice per scaldare i motori, sia pure nucleari, lo dà Guidoni. “I primi uomini hanno attraversato interi oceani per esplorare altri continenti, ed erano viaggi di sola andata, senza prospettive di ritorno. In questo modo abbiamo raggiunto tutto il pianeta. Se ci si pone dei limiti, l’evoluzione non va avanti. Non possiamo stare fermi. Siamo fatti così“.

LE GALLERY: Il primo uomo sulla Luna - A Roma va in mostra la Luna di carta

Questa sera occhi al cielo per lo spettacolo dell’occultazione di Venere

Venere occultato dalla Luna, in compagnia di Giove e della Stazione Spaziale Internazionale

E’ considerato uno degli eventi astronomici più belli di tutto il 2008 e sarà visibile da tutta Italia a partire da qualche minuto dopo le 17 fino alle 18.30 circa di lunedì primo dicembre. Si verificano due eventi alquanto eccezionali: saranno visibili contemporaneamente una falce di luna crescente, Venere e Giove e si verificherà, all’interno degli orari che abbiamo indicato, ma con durata variabile nelle diverse zone del Paese, il fenomeno dell’occultazione di Venere da parte della Luna.

Una congiunzione di due pianeti, molto vicini tra loro e particolarmente brillanti è un evento di per sé abbastanza raro. La vicinanza dei tre corpi celesti è ovviamente solo un’illusione ottica dal momento che la Luna dista 403,900 km mentre Venere è 371 volte più lontano (149,67 milioni di km) e Giove è 2.150 volte più lontano da noi della Luna (869 milioni di km). Nuvole permettendo i tre copri celesti dovrebbero vedersi molto chiaramente, così come dovrebbe essere ben visibile in fenomeno dell’occultazione di Venere: in pratica si nasconderà completamente dietro la Luna per poi rispuntare dall’altra parte.

“Al nord Italia”, si legge sul sito dell’Esa, “si dovrà aspettare circa un’ora e venti minuti per vedere Venere spuntare di nuovo mentre nella Sicilia sud-orientale il fenomeno sarà meno evidente e l’occultazione durerà solo pochi minuti. A Milano l’occultazione comincerà alle 17:08 per finire alle 18:24, a Roma avrà luogo dalle 17:21 alle 18:22 mentre a Catania dalle 17:44 alle 18:08″.

Ad aggiungere interesse all’osservazione del cielo ci sarà anche la possibilità di vedere per diversi giorni, da alcune zone d’Italia, la stazione spaziale internazionale. Si può cercare qui la propria città per vedere se è tra le fortunate che potranno dare un’occhiata all’ISS.

Le 50 invenzioni dell’anno secondo Time

Creato un cromosoma articifiale

Alcune le avevamo beccate anche noi. Parliamo delle 50 invenzioni migliori del 2008 secondo la rivista Time, che ne ha appena pubblicato la classifica. Di molte di queste vi abbiamo parlato su Panorama.it nel corso dell’anno. Ma vediamo le scelte più interessanti.

Ha vinto, come forse c’era da aspettarsi, la genetica, con il test personalizzato messo a punto da 23andme, azienda fondata da Ann Wojcicki, una bella mente e casualmente anche la moglie di Sergey Brin, uno dei fondatori di Google. Con “soli” 399 dollari e un campione di saliva, ognuno di noi può cercare di conoscere la predisposizione a sviluppare malattie, disturbi e passarle ai propri figli. Alla squadra del Time magazine, rivista che da sempre sa cogliere le tendenze in atto nella società e a volte ad anticiparle, questa idea è sembrata la più degna di salire sul gradino più alto del podio nella classifica delle 50 migliori invenzioni dell’anno appena pubblicata. Al secondo posto si piazza un’auto, la Tesla Roadster, elettrica,verde, silenziosa e pulita, in terza posizione si colloca la Lunar Reconnaissance Orbiter, missione studiata quest’anno ma che sarà portata a compimento nel 2009, che andrà sul nostro satellite a caccia della presenza di acqua, risorsa vitale per una futura base lunare, e compilerà mappe tridimensionali del suo suolo inclusi, per mettere a tacere i molti dietrologi scettici, anche i siti dei sei allunaggi delle varie missioni Apollo.

Hulu, il sito che fa da contraltare a YouTube offrendo non video prodotti e caricati dagli utenti, bensì show televisivi e film grazie ad accordi con i network e le case di produzione, è quarto mentre quinto è il Large Hadron Collider del Cern, il cui guasto che ne ha momentaneamente bloccato le operazioni, viene paragonato dai redattori del Time a una semplice ruota sgonfia su un’automobile sensazionale. Al sesto posto troviamo il deposito artico delle sementi, una cassaforte globale che si trova a nord della Norvegia dove possono essere conservati per 1000 anni i semi che ci salveranno in caso di una disastrosa carestia. Al nono posto c’è internet per gli astronauti: la connessione è molto lenta, del resto sono i primi passi dell’Internet interplanetaria. Al decimo troviamo il computer più veloce del mondo, soprannominato Roadrunner, che ha superato il quadrilione di calcoli al secondo: chi non ne vorrebbe uno? La torre rotante di Dubai è al numero 16, seguita a ruota da Nexi, il robottino “sociale” creato al Mit di Boston. Spore, il videogioco che permette di costruire forme di vita e farle evolvere, si piazza ventesimo, mentre al ventottesimo posto troviamo il “mantello dell’invisibilità“, prodigio simil-Harry Potter estratto dal cappello dei ricercatori della Berkeley University. Ed è proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno, perché non poteva che essere inventato in tempi che obbligano a ridurre gli sprechi l’accumulatore di energia da ginocchio che troviamo al 33° posto: voi camminate, lui conserva l’energia prodotta, che potrete poi usare per ricaricare il cellulare e il lettore mp3. In 39a posizione troviamo la tecnica per rilevare le impronte digitali anche quando queste sono state accuratamente cancellate, che ha già fatto riaprire parecchi casi dubbi, mentre al 40° posto compare qualcosa che di tecnologico ha ben poco: la nuova lista dei sette peccati capitali compilata dal Vaticano che tiene conto delle tentazioni e dei rischi del mondo moderno (peccati di bioetica, esperimenti sugli embrioni, abuso di droghe, inquinamento, ingiustizia sociale, eccessiva ricchezza, creazione di povertà). E poi scarpe da corsa tecnologiche, orologi che invece di segnare il tempo lo “mangiano” simboleggiando l’inesorabile fine, data center galleggianti (Google) e prodigiose macchine fotografiche per non vedenti, che trasformano le immagini in disegni in rilievo stile Braille da leggere appoggiandoli sulla fronte. E’ stato un 2008 molto ricco, arrivederci nel 2009.

Google pigliatutto. Oggi le frequenze telefoniche, domani la Luna?


Prima la corona di sovrano della ricerca su Internet, poi la leadership nei servizi web, ora la sfida della mobilità, e in un futuro nemmeno troppo lontano ci potrebbe essere pure un posto al sole fra gli operatori telefonici. Google gioca ormai a tutto campo, e conferma le voci che la vogliono interessata all’acquisto delle frequenze “dismesse” dalla tv analogica statunitense, che nel 2009 farà il grande salto verso il digitale. È stata la stessa società a confermarlo con un comunicato che rivela l’intenzione di voler prendere parte all’asta con cui la Fcc - la Commissione Federale americana delle Comunicazioni - metterà in vendita dal prossimo 24 gennaio il cosiddetto spettro dei 700 MHz. “Crediamo sia importante investire soldi laddove ci sono i nostri princìpi” ha commentato il Ceo della società Eric Schmidt, sottolineando come dietro questa decisione ci sia la volontà di “dare ai consumatori più competizione e innovazione di quella che è attualmente presente nel mondo delle comunicazioni mobili”.
In particolare a Google farebbero gola soprattutto quei 22 MHz dello spettro che potrebbero essere sfruttati per i servizi di telefonia mobile. Per accaparrarsi questa fetta di etere, e vincere la competizione di una concorrenza che sulla carta appare agguerritissima (fra gli altri ci sarebbero anche AT&T e Verizon Wireless, rispettivamente numero uno e numero dei carriers telefonici a stelle e strisce) Google avrebbe messo sul piatto un’offerta di circa 4,6 miliardi di dollari, ma la cifra potrebbe essere anche rivista al rialzo. Se la casa di Mountain View dovesse spuntarla, pare chiaro, si aprirebbe un scenario completamente diverso per il suo futuro nel mercato della mobilità. Davanti a Google, di fatto, si spalancherebbe un’autostrada per accelerare il processo di penetrazione dei propri servizi verso il mondo dei dispositivi mobili, il tutto senza dipendere dai carriers locali. È infatti noto, fa notare News.com, che nel mercato statunitense chi compra un telefono cellulare è spesso vincolato dagli operatori che lo distribuiscono e dal software che ci gira sopra. Il fatto di essere in possesso di una porzione della banda wireless garantirebbe a Google un indubbio vantaggio soprattuto per ciò che riguarda la distribuzione dell’advertising a livello locale, specie laddove il web su rete fissa non è presente.

Nell’attesa di conoscere quale sarà l’esito dell’asta, Google continua ad aggiungere pedine al suo personalissimo scacchiere per la mobilità. L’ultimo in ordine di tempo si chiama Google Maps for Mobile 2.0, e rappresenta la seconda versione del servizio di mappe per telefoni cellulari e altri apparecchi portatili. La novità risiede soprattutto nella possibilità di sfruttare il servizio di localizzazione senza Gps, utilizzando semplicemente la cella telefonica alla quale è connesso il telefonino. Il sistema, ribattezzato My Location (La mia posizione per gli utenti italiani) dà modo agli utenti sprovvisti di Gps di conoscere le proprie coordinate con un’approssimazione nell’ordine del centinaio di metri, ed è in grado di fornire le indicazioni per raggiungere i punti di interesse più vicini. Google non ha ancora integrato il servizio con i meccanismi pubblicitari che ha già ampiamente rodato sul web, ma non è difficile credere che nell’immediato futuro anche questo diventi l’ennesimo contenitore per veicolare l’offerta promozionale dei suoi inserzionisti.

Le strade del business della grande G sembrano dunque infinite, e allora quasi non sorprende che a Mountain View stiano pensando a come portare il proprio marchio anche fuori dai confini terrestri, magari sulla luna, dove la strada è già stata studiata. Il colosso di Internet ha annunciato di voler finanziare insieme alla fondazione xPrize una missione spaziale privata per il raggiungimento del suolo lunare. Delirio di onnipotenza o l’ennesima mossa azzeccata?

La Cina alla conquista della luna

Entro il 2012 la Cina prevede di atterrare sulla luna con un nuovo veicolo: nei laboratori dell’università di Shanghai gli scienziati cinesi hanno da poco svelato al pubblico un mezzo candidato all’esplorazione della superficie lunare.

Il prototipo costruito a Shanghai ha tre obiettivi: filmare da vicino il satellite terrestre, raccogliere campioni del suolo e tracciare una mappa tridimensionale della luna. Pesa 200 chili ed è alimentato con una fonte energetica nucleare, a differenza dei veicoli finora costruiti da Stati Uniti e Russia che hanno sfruttato l’energia solare. Le informazioni raccolte durante questa missione serviranno per progettare lo sbarco dei primi astronauti cinesi sulla luna, previsto per il 2020.

Entro quest’anno è previsto il lancio della prima sonda cinese diretta sulla luna: si chiama Chang’e-1 e partirà dalla terra con il razzo Lunga Marcia 3. Sarà lanciata dal Sichuan, una provincia montuosa nella Cina meridionale. Per vedere la superficie lunare da vicino non bisogna aspettare l’allunaggio dei “taikonauti”, il nome che la stampa occidentale ha attribuito agli astronauti cinesi. Con Google Moon è possibile vedere da vicino uno spicchio del suolo lunare, quello su cui sono atterrate sei missioni degli Stati Uniti negli scorsi anni.

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