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medicina

La pompa con telemetria (Credit: Humanitas)
Per la prima volta in Italia, presso l’Istituto clinico Humanitas di Milano, è stato impiantato a un paziente cardiopatico di 65 anni, in condizioni critiche e non trapiantabile, un cuore artificiale con telemetria, in grado cioè di trasmettere dati via internet che i medici possono controllare in modalità remota, sia per monitorare le condizioni di salute del paziente sia per verificare il corretto funzionamento del dispositivo.
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L'annuncio dei premi Nobel per la Medicina 2011 (AP/Leif R Jansson)
Si chiamano Bruce A. Beutler, Jules A. Hoffmann e Ralph M. Steinman i vincitori del premio Nobel per la Medicina 2011. Un americano, un lussemburghese e un canadese che hanno dato un contributo che “ha rivoluzionato la nostra comprensione del sistema immunitario“, come spiega la nota dell’istituto svedese Karolinska nell’annunciare la loro vittoria. Con le loro ricerche hanno scoperto i principi cardine dell’attivazione del sistema di difesa dell’organismo. Continua

Un laboratorio di ematologia (Credit: Peri/Ansa)
I risultati di una promettente ricerca svolta presso l’Università canadese McMaster, appena pubblicati dalla rivista Nature, fanno intravedere nuove possibilità per l’impiego in medicina di cellule staminali ricavate da un prelievo di cellule della pelle di un paziente per procurare sangue utile per trasfusioni e terapie senza rischio di rigetto. Continua

Un'inseminazione svolta in laboratorio (Credit: Ansa/Ciro Fusco)
L’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro, può contribuire a cambiare il comune sentire in materia di fecondazione assistita? E’ quello che devono aver pensato gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, i cui assistiti, una coppia che non può avere figli, hanno presentato al tribunale civile di Firenze un ricorso per incostituzionalità della Legge 40 sulla fecondazione artificiale. Continua

di Caludia Boselli
Andrea, da quando è in pensione, ha una nuova passione: giocare a golf. Ma ha temuto di dover mettere in cantina ferri e bastoni per una dolorosa artrosi al ginocchio destro, non più controllabile con farmaci e fisioterapia, che ha reso necessario ricorrere a una protesi per sostituire l’articolazione malata. A poche settimane dall’intervento, eccolo di nuovo sul green, a spostarsi a piedi da una buca all’altra, con il solo aiuto del caddy per la sacca. Del resto è in buona compagnia: sono oltre 1 milione gli italiani con un’articolazione sostituita, anca nel 60 per cento dei casi, ginocchio nel 35 per cento, spalla, caviglia e gomito nel restante 5.
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Non sempre il web è la corretta risposta a tutto. Il Nuffield Council on Bioethics, un organismo indipendente inglese che esamina questioni etiche nel campo della medicina e della biologia, ha affermato che occorre una miglior definizione di regole e maggior attenzione negli acquisti sul web sia di farmaci sia di esami diagnostici.
Se è vero che Internet ha rappresentato e rappresenta una rivoluzione per la medicina e la salute, è anche vero che stanno cominciando a verificarsi i primi problemi: vendita di farmaci senza alcun tipo di controllo, diffusione di informazioni non sempre verificate e corrette, promozione, da parte di alcune aziende, di esami diagnostici che espongono a inutili pericoli e di incerta efficacia. Questi sono solo alcuni dei rischi che si corrono ad affidarsi alla salute via web senza mettere in atto delle precauzioni e dei filtri.
Insomma, il web può avere un knock on effect sul sistema sanitario, ovvero delle “conseguenze indirette che derivano da certi comportamenti”: costi più alti e maggior necessità di interventi sanitari.
In merito alla vendita di farmaci in Internet va detto che nelle ‘web farmacie’ può davvero trovarsi di tutto e può accadere che qualcuno finisca per assumere un farmaco sbagliato che può procurare danni per la salute invece che benefici. Allo stesso modo bisogna prestare attenzione all’offerta di risonanze magnetiche e tomografie computerizzate promosse con l’intento di diagnosticare precocemente tumori e disturbi cardiaci. In quest’ultimo caso si corre il rischio di effettuare esami non sempre necessari e dunque di sottoporre l’organismo a inutili e pericolose radiazioni.
Secondo i risultati di un sondaggio svolto fra medici generalisti inglesi, uno su quattro dei pazienti curatisi tramite il web ha sviluppato reazioni avverse ai farmaci acquistati in rete.
“Fare a meno del medico – commenta Christopher Hood della Oxford University – può essere, a volte, una buona cosa perché abitua a ‘prendersi cura’ della propria salute, ma non c’è, però, un controllo sufficiente di tutte queste nuove possibilità offerte dal web e, a volte, troppe informazioni fanno più male che bene”.
I medici di base hanno il compito di illustrare ai pazienti che si servono di internet per reperire informazioni da un lato i rischi che si corrono, e, dall’altro, qual è il modo corretto di navigazione per il giusto reperimento di informazioni corrette e utili per la salute.
Webpax
Un’intera angiografia coronarica su un paziente, dalle prime rilevazioni delle ostruzioni fino all’esito dell’intervento: è una sequenza di immagini pubblicate da WebPax, una sorta di album per ecografie e radiografie. Accessibile da qualsiasi luogo e senza occupare spazio negli scaffali. Alcune volte, infatti, è possibile ottenere una copia digitale dell’esame, su compact disc: WebPax permette di archiviarla su internet e, eventualmente, di ricevere commenti da altri utenti. Queste immagini, in genere, sono memorizzate con uno standard specifico, il dicom (Digital imaging and communication in medicine): è un formato diverso dagli scatti di una macchina fotografica digitale (il più diffuso è il jpg). WebPax, invece, risolve il problema perché permette di caricare online e guardare i file dicom. Si tratta di un progetto con differenti opportunità: costruire un archivio personale (risparmiando spazio), aiutare gli studenti nei percorsi didattici e condividere dati clinici con ricercatori in laboratori differenti. È il primo servizio ad essere accessibile direttamente dal web, ma non il primo gratuito: è possibile scaricare software con le medesime funzionalità, come Medical image viewer e Osirix (per mac).
Reazione allergica potenzialmente fatale, lo shock anafilattico viene innescato dal contatto con un allergene rappresentato per lo più da medicinali, alimenti o punture d’insetti che, nei soggetti predisposti, è all’origine del rilascio nel sangue, da parte di cellule immunitarie, di alcune sostanze come l’istamina e i leucotrieni, definite mediatori. La loro azione si manifesta attraverso numerosi sintomi quali l’improvviso abbassamento della pressione sanguigna e della temperatura corporea, le difficoltà respiratorie, le alterazioni delle frequenza cardiaca, i disturbi cutanei e gastrointestinali. Il preoccupante fenomeno, che per scongiurare il peggio deve essere contrastato con la massima tempestività, è stato recentemente decifrato nelle sue basi molecolari da un gruppo di ricercatori tedeschi guidato da Stefan Offermanns, direttore medico dell’Istituto di farmacologia dell’Università di Heidelberg. Il loro studio, pubblicato dal Journal of Experimental Medicine, spiega che i mediatori sviluppano il loro effetto attraverso i recettori accoppiati alle proteine G, che si trovano in diverse cellule del corpo e sulle pareti dei piccoli vasi sanguigni. La loro funzione, come ha rivelato la sperimentazione sui topi, è proprio quella di attivare nelle cellule i segnali che conducono ai sintomi tipici della reazione anafilattica. Gli animali si sono rivelati immuni dai suoi aspetti più gravi grazie alla soppressione selettiva dei geni che codificano per le proteine Gq e G11 nelle pareti dei vasi, senza subire danni alla regolazione circolatoria. La scoperta sarà fondamentale per mettere a punto e testare sostanze che potrebbero essere impiegate per inibire direttamente il pericoloso meccanismo, che negli ultimi decenni ha interessato un numero di soggetti sempre più vasto.
Nel 1967 si tenne a Rhode Island, negli Stati Uniti, un simposio dal titolo che a qualcuno sembrò ambizioso: “Farmaci dal mare”. L’idea di sondare i fondali per creare una farmacopea moderna era lungimirante, ma quanto realizzabile? Quella che aveva il sapore di un’esaltante promessa è divenuta realtà. Dopo anni di ricerche la pesca di nuove molecole tra spugne, coralli, conidi, ascidie, gorgonie e tunicati nelle profondità marine sta dando i suoi frutti. A tagliare il traguardo è ora la trabectedina (nota con la sigla Et-743), antitumorale isolato nelle acque dei Caraibi da un tunicato, l’Ecteinascidia turbinata. Il farmaco è risultato efficace nei sarcomi dei tessuti molli, specie nel sottogruppo dei liposarcomi mixoidi: 300 nuovi casi l’anno sui poco più di 2 mila sarcomi dei tessuti molli. L’Emea, agenzia europea per i medicinali, l’ha approvato nel settembre 2008 e sarà commercializzato in Italia da marzo. “La storia di questo farmaco per me iniziò nel 1994. Fui invitato a Madrid alla Pharma Mar, biotech spagnola che estrae e isola composti di origine marina. Lì conobbi Kenneth Rinehart, l’americano che ha identificato la struttura chimica della trabectedina, e l’oncologo José Jimeno, interessato al potenziale sviluppo clinico di prodotti marini” racconta Maurizio D’Incalci, capo del dipartimento di oncologia all’Istituto Mario Negri, che ha studiato l’attività antitumorale e il meccanismo d’azione di questo composto, anche con il sostegno dell’Airc. “Sono in corso studi con questa molecola che si sta dimostrando efficace anche nei tumori dell’ovaio”. Come funziona la trabectedina (nome commerciale Yondelis)? Si lega al dna delle cellule tumorali, impedendone la riparazione e modulando l’espressione di geni rilevanti per il cancro, che regolano crescita, differenziamento e morte delle cellule tumorali. “Nei liposarcomi mixoidi stiamo capendo che il farmaco, che mostra ottima tollerabilità, ha un meccanismo d’azione particolare, anche rispetto agli altri sarcomi” dice Paolo Casali, oncologo all’Istituto dei tumori di Milano. “La trabectedina è ora usata come terapia di seconda linea in fase avanzata. E uno studio in corso la sta valutando anche in prima linea e in certi casi di malattia localizzata “. Aggiunge D’Incalci: “Siamo riusciti a ridurre molto la tossicità del farmaco su fegato e midollo osseo grazie a un pretrattamento con antiinfiammatori”. In sperimentazione clinica e preclinica ci sono altre molecole antitumorali estratte dal mare, almeno sette. “Il problema maggiore è produrre per sintesi il principio attivo, per disporne in quantità che rendano possibile la ricerca in vitro e in vivo” scrive su Nature Reviews, Drug Discovery Tadeusz Molinski, biochimico dell’Università della California. “È stato così per l’Ecteinascidia turbinata. Prima che la Pharma Mar sviluppasse per sintesi l’ecteinascidina, l’Et-743, il tunicato era coltivato lungo le coste europee in acquacoltura”.
Migrazioni in Australia e Helicobacter pylori
Una provetta, una colonia di batteri e un fisico australiano sono i protagonisti di una storia iniziata una trentina di anni fa in Australia. Lo scienziato è Barry Marshall: vuole dimostrare che la causa dell’ulcera non è legata allo stress o alla cattiva alimentazione, ma a un batterio, l’Helicobacter pylori. E per farlo beve una provetta che contiene una coltura di questi microrganismi. È una scoperta che gli vale il premio Nobel per la Medicina nel 2005, insieme con il biologo Robin Warren. Nello studio pubblicato sull’ultimo numero di Science, Marshall è tornato sulle tracce dell’Helicobacter pylori con un team internazionale per ricostruire alcune tappe della storia delle migrazioni nel Pacifico meridionale. A partire dallo stomaco.
I ricercatori hanno trovato il ceppo HpSauli dell’Helicobacter pylori unicamente nelle popolazioni in Australia e parte della nuova Guinea: un tempo le due isole erano unite in un territorio chiamato Sauli. È probabile che siano emigrate dall’Asia durante l’ultima glaciazione, dai 37mila ai 31mila anni fa, diventando gli antenati degli aborigeni. La datazione è stata possibile leggendo le mutazioni nel dna dei batteri, una sorta di orologio biochimico. Il ceppo di HspMaori, più recente, è stato scoperto negli Melanesia e Polinesia, giunti in una seconda ondata di spostamenti da Taiwan. Una conferma della differente origine delle due popolazioni.
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