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medicina

L’origine degli aborigeni svelata dal batterio dell’ulcera

Australia

Migrazioni in Australia e Helicobacter pylori

Una provetta, una colonia di batteri e un fisico australiano sono i protagonisti di una storia iniziata una trentina di anni fa in Australia. Lo scienziato è Barry Marshall: vuole dimostrare che la causa dell’ulcera non è legata allo stress o alla cattiva alimentazione, ma a un batterio, l’Helicobacter pylori. E per farlo beve una provetta che contiene una coltura di questi microrganismi. È una scoperta che gli vale il premio Nobel per la Medicina nel 2005, insieme con il biologo Robin Warren. Nello studio pubblicato sull’ultimo numero di Science, Marshall è tornato sulle tracce dell’Helicobacter pylori con un team internazionale per ricostruire alcune tappe della storia delle migrazioni nel Pacifico meridionale. A partire dallo stomaco.

I ricercatori hanno trovato il ceppo HpSauli dell’Helicobacter pylori unicamente nelle popolazioni in Australia e parte della nuova Guinea: un tempo le due isole erano unite in un territorio chiamato Sauli. È probabile che siano emigrate dall’Asia durante l’ultima glaciazione, dai 37mila ai 31mila anni fa, diventando gli antenati degli aborigeni. La datazione è stata possibile leggendo le mutazioni nel dna dei batteri, una sorta di orologio biochimico. Il ceppo di HspMaori, più recente, è stato scoperto negli Melanesia e Polinesia, giunti in una seconda ondata di spostamenti da Taiwan. Una conferma della differente origine delle due popolazioni.

Facebook: vieni al party per la solidarietà?

Un anziano chiede l'elemosina in India

Un anziano chiede l’elemosina in India

Quella dei party tra gli amici di Facebook è una moda. Ma può diventare un’occasione per la solidarietà: un gruppo di amici di Savona ha versato l’incasso della serata a un gruppo non profit ligure, Find the cure, che due mesi fa ha aperto una pagina su Facebook e in poco tempo ha raccolto 600 fan. Con questa somma, 500 euro, è stato finanziato l’intervento chirurgico di Saida, una bambina indiana che tra pochi giorni potrà riprendere a camminare.

Le potenzialità di Facebook per le piccole associazioni locali senza scopi di lucro sembrano appena esplorate. “Abbiamo ampliato rapidamente il bacino d’utenza: ora mandiamo gli aggiornamenti in italiano e in inglese” dice Romina Meriggi di Find the cure. Sui social network sono a pochi passi testimonial come Giorgio Faletti: “Abbiamo inviato una nostra maglietta chiedendo ad alcuni personaggi famosi di indossarla e scattarsi una foto da aggiungere alla nostra pagina” ricorda la responsabile dell’organizzazione, sottolineando che “potrebbe diventare uno strumento per raccogliere i fondi del 5 per mille”. Find the cure è un gruppo formato prevalentemente da medici, infermieri, operatori del settore sanitario: trascorrono le ferie in India (in regioni povere come il Kerala) per partecipare ai medical camp, una sorta di ambulatorio temporaneo per prestare assistenza medica gratuita. In due anni hanno supportato la costruzione di un ambulatorio, una casa per la terapia del dolore, un furgone per la distribuzione dei generi alimentari e un orfanotrofio.

Ma l’elenco di associazioni su Facebook è lungo: Wwf, Amref, Pangea, Cesvi. E ogni mese decine di organizzazioni locali italiane entrano nel social network che ormai conta 5 milioni di membri.

Una missione di Find the cure

Scoperte le proteine che aprono le porte del Dna

L'elica del Dna

Molti dei nostri geni non vengono letti e interpretati dalla cellula perché è come se si trovassero dietro a una porta chiusa. Il complesso macchinario cellulare addetto a trasformarli in proteine non ha la chiave per entrare. Uno studio svolto dai ricercatori dell’Istituto Telethon Dulbecco, guidati da Davide Corona, appena pubblicato sulla rivista PLoS Biology, getta una nuova luce sul funzionamento di questi meccanismi e su come sia possibile “aprire le porte del Dna” permettendo di elaborare strategie di cura per alcune forme tumorali e diverse malattie genetiche, forse dovute proprio a problemi di accesso di alcuni geni al Dna.
Protagoniste del lavoro sono due proteine. La prima si chiama ISWI ed è stata scoperta proprio dal gruppo di Corona nel 2007: la sua peculiarità è la capacità di determinare la forma dei cromosomi, indicando al Dna come e quanto deve “impacchettarsi” su se stesso (il Dna, infatti, è condensato secondo regole ben precise). L’importanza di questa proteina è confermata dal fatto che nel corso dell’evoluzione si è conservata quasi del tutto intatta: quella della Drosophyla melanogaster (il moscerino della frutta su cui Corona ha condotto i suoi esperimenti) è uguale per il 90 per cento a quella umana e svolge praticamente la stessa funzione.
Quanti e quali sono i geni che regolano ISWI? Qui entra in gioco la seconda proteina, PARP. Degli oltre 100 geni che si sono dimostrati capaci di interagire con ISWI, questo è quello che si è imposto all’attenzione del gruppo di Corona. Spiega Anna Sala, una delle collaboratrici di Corona e autrice di questo studio: «Noto fino a quel momento per lo più per il suo ruolo nella riparazione dei danni al Dna, PARP ha rivelato una stretta relazione con ISWI: è infatti in grado di mettere una sorta di bandierina chimica su questa proteina e di bloccarne l’attività. Il risultato è che – venendo meno l’attività di ISWI – il DNA risulta meno impacchettato e i geni fino a quel momento inaccessibili possono essere espressi». In altre parole, si aprono le porte che prima erano sprangate.

Un dizionario multietnico per la salute

Come si dice «pillola», «orticaria», «mal di schiena» in inglese, francese, spagnolo, rumeno, polacco, russo, arabo, tagalog, una delle lingue principali delle Filippine? Che la società sia cambiata e abbia acquisito connotati multietnici è sotto gli occhi di tutti. Capirsi è diventato essenziale, specie se a interagire sono medici e operatori sanitari che si occupano di pazienti stranieri. Pensiamo soltanto all’esercito di «badanti», termine infelice ormai entrato nell’uso comune, che si occupano degli anziani, persone fragili che hanno bisogno di una comunicazione facilitata con chi si occupa a tempo pieno di loro. Non sono molti gli stranieri che arrivano in Italia dopo aver frequentato nel paese d’origine un corso di italiano e certi vocaboli tecnici, come nomi di malattie, sintomi, terapie, e strumenti non esistono nei loro scarni dizionari.
Da qui, scrivono gli autori nella prefazione, è nata l’idea del manuale “To take care: Piccolo Vocabolario Multietcnico sanitario e assistenziale” di Gian Carlo Giuliani e Laura Palazzi, Edizioni libreria Cortina. Duemila le parole raccolte più un’appendice con le frasi di uso comune nella quotidianità assistenziale. Non l’ennesimo vocabolario «dall’elevato valore linguistico e letterario», ma un testo pratico con vocaboli tradotti in gergo o in dialetto, magari in modo non rigorosamente scientifico, ma sicuramente utili a creare un’intesa, un incontro con chi viene da lontano, da altre culture. Al volume è allegato un dvd.

La salute e gli inganni della stampa

Farmaci

Di Gianna Milano

È ormai noto e lo si è sentito ripetere negli ultimi anni più volte che gli intrecci fra mercato e salute sono stretti e molto profondi. Marcia Angell, già direttore del New England Journal of Medicine, una delle più prestigiose riviste scientifiche, ha descritto e documentato questo intreccio nel suo libro Farma&Co (Il Saggiatore). E non è stata la sola. Anche altri saggi lo hanno denunciato con dovizie di storie esemplari e di dati inoppugnabili. Come Gli inventori delle malattie (Lindau) del giornalista medico Jörg Blech, che nel 2006 ha seguito di pochi mesi Farmaci che ammalano (Nuovi Mondi Media) di Ray Moynihan e Alan Cassels. Tanti gli attori (industria, scienziati, ricercatori, medici, istituzioni, agenzie regolatorie, politici, opinion leader o i cosiddetti “esperti”, associazioni di pazienti e di cittadini) e gli strumenti (massmedia, campagne promozionali, informatori farmaceutici, riviste scientifiche, convegni) che hanno permesso di fare, in maniera quasi sempre implicita, della salute un mito da vendere, così da coinvolgere l’opinione pubblica in un gioco di suggestione e di timori tali da renderla dipendente da promesse-paure.
La stampa “scientifica” - le stesse riviste che dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto - risulta essere profondamente coinvolta nei meccanismi che tengono in piedi ciò che succede all’interno della produzione della scienza. La stampa e i mass-media svolgono spesso un ruolo profondamente funzionale, e diventano parte integrante del sistema che crea, mantiene, regola ciò che riguarda la comunicazione. E a far sì che essa si trasformi in un incentivo al consumo di farmaci, e alla creazione di dipendenze. Gli esempi sono tanti, e ricorrono con frequenza periodica in tutti i campi che riguardano la salute, dalle terapie alla prevenzione.
Gli antidepressivi di nuova generazione, promossi e abusati, che a una recente analisi dei dati raccolti sono risultati per lo più efficaci quanto il placebo. I “nuovi” farmaci per abbassare il colesterolo (il cui valore totale nel frattempo è stato man mano abbassato per ampliare l’ambito di mercato per le molecole che dovrebbero ridurlo) sperimentati con troppo fretta e disinvoltura per poi scoprire che anziché rallentare la formazione di placche di colesterolo nelle arterie, le favorirebbero. Due i casi negli ultimi due anni. Torcetrapib ed Ezetimide. Gli effetti del primo sono stati talmente drammatici, con un aumento della mortalità già nel corso della sperimentazione che avrebbe dovuto consacrarlo come il nuovo blockbuster, da cancellarne con urgenza tutto lo sviluppo. Per il secondo, ezetimide, già gran successo di mercato con un milione di prescrizioni per settimana nel 2007, sono stati pubblicati alla fine dello stesso anno (con ritardo!) risultati che fanno più che sospettare una tossicità cardiovascolare, con addirittura un interrogativo su un aumento di rischio di tumore (mentre sono ancora in corso, finiranno nel 2011, due studi che ne dovrebberovalutare “seriamente” efficacia e sicurezza). A fronte dei dubbi irrisolti ci si chiede come mai le agenzie regolatorie per i farmaci in Usa, l’Fda, e in Europa, l’Emea, lo abbiano approvato così celermente.
Un’altra storia emblematica è quella dell’eritropoietina, o EPO, l’ormone reso noto dalla cronaca sul doping sportivo. Ai pazienti con insufficienza cronica renale, che vanno incontro ad anemia, si somministra l’eritropoietina per mantenere alti i livelli dei globuli rossi. L’idea prevalsa negli ultimi anni, ricavata da studi di osservazione e mai suffragata da studi clinici randomizzati, è che elevare i livelli dell’emoglobina costituisca un vantaggio anche in termini di sopravvivenza, in dializzati e non. Quando già nella pratica quotidiana si insisteva da anni, con un’ovvia pressione delle ditte produttrici, per raggiungere e mantenere livelli di emoglobina simili a quelli delle persone adulte sane, l’analisi sistematica di tutti gli studi disponibili dimostrava che questi livelli “normali” non erano per nulla utili, e probabilmente dannosi per i malati, tanto da imporre a livello internazionale raccomandazioni più conservative (anche se un altro studio continua a esplorare la “vecchia” ipotesi).
Che dire della campagna mediatica a favore della vaccinazione contro il papillomavirus? Si è detto, e fior di “opinion leader” lo hanno avallato, che il vaccino serve a prevenire il tumore al collo dell’utero, lo si è dato per certo quando ancora mancano tante conoscenze e servirebbero ulteriori studi su efficacia e sicurezza per provarlo. Infine, aumenta l’elenco delle malattie inventate (il disease mongering), come le cosiddette disfunzioni della sessualità (il calo fisiologico del desiderio sessuale con l’avanzare dell’età), la menopausa, la timidezza, la distrazione, l’iperattività, la sindrome delle gambe irrequiete… E perché no, il pre-diabete e la pre-ipertensione, una condizione “pre-patologica” che amplia l’uso dei farmaci e trasforma i sani in malati.
È tempo di prendere l’iniziativa, di aprire la stampa e tutti i mass-media a un confronto con i suoi lettori e utenti sulla percezione della comunicazione scientifica, sui conflitti di interesse generati proprio dall’intreccio tra mercato e salute, su quanto è visto come più problematico dell’interazione fra gli attori in gioco. Qualcosa di più e di diverso dai dibattiti saltuari, che avvengono per lo più in occasione di scandali, e qualcosa che supera i confini delle discussioni che restano all’interno della “comunità scientifica”.
Un forum di scambio non occasionale, specificamente mirato alla comunicazione scientifica: non “gossip”: ma contributi di commento, analisi, suggerimenti, denunce e documentazioni concrete nei settori più critici, della salute e del mercato: dall’oncologia alla psichiatria, fino alle malattie “inventate” ad arte. Per creare insieme e sperimentare un nuovo linguaggio e una nuova abitudine a saper guardare oltre il messaggio mediatico e a interrogarsi. Tanto più importante in un tempo di trasformazione anche istituzionale della sanità, e a una esplicita trasformazione in senso privato, e perciò di spinta ad aspetti di mercato. In modo da sollecitare la discussione e la trasparenza. In modo che si cominci a parlarne.

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Succhi di frutta nemici dei farmaci

Arance
I succhi di frutta fanno male alla salute? Sì, rispondono i medici canadesi, e soprattutto quelli al pompelmo, alla mela e all’arancia. Stando ai risultati di uno studio portato a termine da un gruppo di ricercatori dell’università dell’Ontario, questi concentrati di frutta riducono istantaneamente la capacità dell’organismo di assorbire i medicinali somministrati per risolvere disturbi cardiaci, tumori, alcuni tipi di infezioni e i problemi di rigetto post-trapianto.

David Baily, il professore che dirige questo gruppo di ricercatori canadesi, già vent’anni fa aveva notato che il succo di pompelmo in alcuni casi aumentava la capacità del corpo umano di assimilare i principi attivi di alcune medicine, trasformandone l’effetto da terapeutico a tossico.

Dopo altri due decenni di sperimentazioni, Baily si è reso conto che l’effetto dei succhi di frutta sui farmaci varia a seconda della tipologia di pillole prescritta. A un gruppo di volontari è stato chiesto di ingerire una capsula di fexofenadina, un antistaminico in genere utilizzato per combattere le allergie, con un bicchiere di succo di pompelmo, uno d’acqua profumata (al pompelmo) con la naringina, e uno d’acqua naturale. Coloro che hanno ingerito la fexofenadina bevendo succo di pompelmo hanno assorbito solo la metà della dose di antistaminico.

Tra le medicine che possono subire un’alterazione se accompagnate da succhi di frutta all’arancia, alla mela e al pompelmo gli studiosi canadesi hanno individuato l’etoposide, un agente chemioterapico; alcuni farmaci beta-bloccanti come l’atenololo, il celiprololo e il talinololo utilizzati per abbassare la pressione del sangue per prevenire gli attacchi cardiaci; alcuni antibiotici tra cui la ciprofloxa, la levofloxa e l’intraconazole; e la ciclosporina, il farmaco impiegato per prevenire le reazioni di rigetto da trapianto di cuore, rene e fegato.

Dal momento che la lista di farmaci alterabili con un sorso di succo di frutta è destinata ad aumentare, i medici canadesi raccomandano ai pazienti di limitarsi ad assumere le capsule loro prescritte con il classico bicchiere d’acqua, onde evitare complicazioni indesiderate.

Cartella clinica informatizzata, in arrivo entro un anno

Stetoscopio
Abbattere le liste di attesa e fornire metodologie di telemedicina e sanità elettronica per arrivare, entro un anno, alla cartella clinica informatizzata. L’annuncio è del sottosegretario alla Sanità, Ferruccio Fazio, e conferma che la sanità italiana sta compiendo passi importanti verso la digitalizzazione dei propri servizi (leggi l’articolo di Panorama.it sulle applicazioni digitali in sanità). L’obiettivo dichiarato è quello di realizzare il Fascicolo sanitario elettronico del cittadino, come previsto dal Tavolo di lavoro permanente per la sanità elettronica (Tse) avviato nel 2005. “Stiamo definendoi contenuti, si sta già tracciando il percorso per la definizione di alcune componenti del Fascicolo, come la scheda sanitaria individuale ed il referto digitale”, ha dichiarato Paola Tarquini, dell’Ufficio studi e progetti per l’innovazione digitale del ministero per le Riforme e l’Innovazione in un convegno organizzato da Ibm, Sap Italia e Medmatica, l’Expo forum sulla sanità elettronica.

Nove regioni del sud sono coinvolte in un progetto il cui obiettivo è quello di collegare le informazioni afferenti al medico di base, comprese quelle provenienti dalle strutture ospedaliere e di laboratorio. Il programma ha ricevuto finanziamenti intorno ai 100 milioni di euro, di cui quasi il 30 per cento dalle Regioni che devono attuare i progetti. I primi prototipi di rete della Puglia, della Sardegna e della Basilicata sono già stati presentati. Per raccordare le iniziative di sanità elettronica con quanto già realizzato nelle regioni del Nord si sta invece mettendo a punto un accordo per un piano di lavoro comune, con il coinvolgimento di 10 regioni (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Abruzzo, Molise, Sardegna), per l’interoperabilità dei sistemi regionali di fascicolo sanitario elettronico.

Gli investimenti italiani in tecnologia sanitaria, un settore che ha determinato nel mondo una spesa pari a 187 miliardi di euro, sono però ancora inferiori a quelli di altri paesi europei. Secondo quanto risulta dagli ultimi dati disponibili, il nostro Paese destina ai dispositivi medici una cifra pari al 4 per cento della spesa totale europea dedicata alla tecnologia medica. Una cifra che ci colloca subito sotto la Francia (5 per cento) e lontana dalla Germania che ci stacca con una fetta pari all’11 per cento della spesa Ue. “L’Italia è ormai matura per cogliere i frutti delle applicazioni di e-health – sostiene Giampaolo Stopazzolo, direttore sanitario Ulss 5 Ovest Vicentino e presidente di Medmatica, che terrà la sua quarta edizione a Vicenza il 30 e 31 ottobre – Ora occorre individuare i processi di armonizzazione del sistema in coerenza con le indicazioni del piano di azione della Commissione europea finalizzato all’innovazione e che prevede, per il 2010, che la spesa informatica in sanità dei 25 paesi debba passare dall’1 al 5 per cento del budget totale”.

Antidepressivi, funzionano su basi genetiche

http://flickr.com/photo_zoom.gne?id=412442676&size=m
Per la depressione si avvicina la possibilità di una terapia calibrata in base al profilo biologico del paziente, grazie a una scoperta effettuata presso la sezione psichiatrica del tedesco Max-Planck-Institut da un gruppo di ricercatori guidati da Manfred Uhr, che sarà illustrata da un articolo pubblicato dalla rivista Neuron: il trasporto degli antidepressivi al cervello è geneticamente programmato. Gli scienziati hanno infatti tentato di individuare la ragione per cui questi psicofarmaci, che rimangono fondamentali nel trattamento della patologia, conducano a una sua guarigione solo nel 30 per cento circa dei casi. La loro attenzione è stata attratta dalla funzione del gene ABCB1, che svolge un ruolo centrale nel controllo dell’ingresso dei farmaci nel cervello, in quanto codifica la glicoproteina-P, che ha il compito di farli circolare tra il cervello e il sangue. Studi sugli animali avevano già dimostrato che non tutti gli antidepressivi vengono trasportati dalla proteina in questione, e il fenomeno è stato ora riscontrato dai ricercatori anche in 443 pazienti, sui quali l’effetto dei diversi antidepressivi si è dimostrato dipendente dalle caratteristiche strutturali del gene ABCB1: determinate sue varianti possono incrementare infatti di due volte e mezza le probabilità che in certi pazienti uno specifico antidepressivo trasportato dalla glicoproteina-P, in un periodo compreso tra quattro e sei settimane di somministrazione, riesca a indurre la loro sostanziale guarigione.

Tra bufale e verità, come uscire dal labirinto della medicina

di Gianna Milano

“Stupido e irresponsabile”: così è stato definito, in uno dei numerosi commenti online, l’articolo pubblicato sul British Medical Journal, in cui due medici americani, Rachel Vreeman e Aaron Carroll, si sono presi la briga di dare spiegazioni scientifiche a sette “miti medici”, per lo più sfatandoli. Per esempio, che bisogna bere otto bicchieri di acqua al giorno; che il cellulare acceso in ospedale crea pericoli perché può interferire con le apparecchiature; o, ancora, che leggere con poca luce danneggia la vista…
Le risposte da loro individuate consultando Medline, uno dei più ricchi motori di ricerca medica, o andando semplicemente su Google, non hanno però convinto molti loro colleghi. Che nei giorni successivi hanno replicato con enfasi, rigore (e rabbia) sul sito della rivista, contrapponendo altri dati e polemizzando sulla scelta di “miti di paglia”, in fondo innocui rispetto a molti altri consolidati nella pratica medica. è vero, lo sostengono anche i due autori, in certi casi i medici fanno affermazioni che non si basano su evidenze scientifiche bensì su luoghi comuni che loro stessi propalano.
“I miti che più mi preoccupano non sono però quelli da voi citati, verosimilmente innocui, ma altri più pericolosi entrati nella medicina e mascherati di scientificità” scrive Geoffrey Russell sul blog in risposta all’articolo. “Certi miti non sempre sono frutto di credenze popolari, come quello che capelli e unghie continuano a crescere dopo morti” dice Vittorio Caimi, medico di famiglia a Monza. “Ci sono miti veicolati dalla classe medica, come prescrivere il test per il Psa a tutti i 50enni con l’idea di prevenire il tumore alla prostata, mentre non è provato che serva. Studi clinici in corso forse risolveranno il dilemma, intanto lo si fa fare. Non è un falso mito anche questo?”.
Lo stesso, aggiunge Caimi, si può dire per la Moc, il test di mineralometria ossea computerizzata che misura la densità ossea. “Riceviamo spesso prescrizioni da specialisti per donne in premenopausa, età in cui il rischio di perdita di massa ossea è inesistente”.
E che dire dei nuovi miti del benessere, prosegue Silvano Biondani, medico di famiglia a Verona, più insidiosi e fuorvianti di quelli elencati sul British Medical Journal? “Si stabiliscono valori sempre più bassi di normalità per colesterolo e pressione, fattori di rischio cardiovascolare se elevati. Negli ultimi 30 anni l’obiettivo da raggiungere per il colesterolo è sceso da 260 a 180. Così gran parte dei pazienti è fuori norma: lo segnala l’asterisco accusatore sul test”.
A proposito di pressione sono state addirittura introdotte linee guida per una nuova classe di persone a rischio: i preipertesi. “Il vero pericolo, che è anche uno dei limiti della medicina contemporanea, è di frammentare l’unicità e la complessità di ogni persona in una serie di malattie potenzialmente curabili, meglio se con farmaci. Con il risultato di trasformarci in una società di malati” aggiunge Biondani. Plos Medicine ha pubblicato poco più di un anno fa un numero speciale sul “disease mongering”, la tendenza a coniare nuove patologie, come la preipertensione, pur di vendere medicine a sempre più pazienti.
“A stabilire linee guida dovrebbero essere esperti senza legami con l’industria nei settori in cui le aziende potrebbero trarre beneficio dalle loro decisioni” raccomanda Sheldon Krimsky, autore del saggio Science in the private interest. Diventa sempre più difficile per un medico resistere al canto delle sirene di Big Pharma: solo negli Stati Uniti i colossi farmaceutici hanno speso nel 2004 oltre 55 miliardi di dollari per promuovere medicinali (la pressione si esercita con viaggi, inviti a congressi, regali, finanziamenti a società scientifiche, pubblicità mascherata da campagne di informazione…), contro i poco più di 30 miliardi per la ricerca. I dati provengono da uno studio canadese ed è sempre Plos a farlo sapere.
“Un tempo scienza medica e saggezza popolare si compenetravano. Erano assimilabili. I rimedi dettati da buonsenso e tradizioni culturali, come il miele con il latte caldo invece dello sciroppo per la tosse, erano utili a gestire piccoli disturbi” ricorda Biondani. Oggi per riabilitare il miele occorre che lo affermi uno studio scientifico, come è avvenuto di recente.
Il rischio dell’articolo sui falsi miti medici, si afferma nel blog, è di crearne altri. “Leggere con poca luce non rovinerà la vista, ma favorisce a lungo andare la miopia specie nei bambini” replica Klaus Schmid, medico tedesco. E poi? “è vero che un tempo si leggeva a lume di candela e c’erano meno miopi, ma è maggiore la quantità di libri che oggi i bambini leggono: e 4 ore di lettura al giorno con luce fioca possono danneggiare la loro vista” scrive Mikhail Vinin, capo ricercatore a Edimburgo, in Scozia.
Sul bere o meno otto bicchieri di acqua al giorno è polemica. “Dipende da fattori ambientali” afferma dall’Australia Andrew J. Rees. “Qui in estate chi lavora all’aperto o fa sport per stare bene beve 3 o 4 litri di acqua al giorno”. Da irresponsabili, secondo Caimi, negare la necessità di bere a chi soffre di calcoli renali. “Due litri d’acqua al giorno sono raccomandati, e si deve valutare caso per caso” dice. Sul blog si precisa che vari studi dimostrano come le bevande con caffeina deidratano l’organismo per l’effetto di questa sul metabolismo cellulare. Solo acqua e succhi contano nella dose quotidiana di liquidi, non il caffè.
Non le manda a dire David Clarke: “State mettendo a rischio la vita di persone e il giornale è in parte responsabile. Vergogna! Le vostre smentite, se verranno, serviranno a poco”.
Sui cellulari in corsia è bagarre. “è già così difficile fare in modo che per una norma di buon galateo parenti e malati lascino spenti i cellulari… Ci sono donne che durante il travaglio mandano messaggini” polemizza Pamela Wilson, infermiera.
Sicuri che non influiscano sulle apparecchiature? “I più moderni cellulari hanno un effetto maggiore rispetto ai più vecchi. Le precauzioni andrebbero riviste”. Pamela cita uno studio olandese su oltre 60 apparecchi medici usati nelle unità critiche: i segnali dei cellulari influivano sul 33 per cento di questi, tra cui macchine per la ventilazione e allarmi di sicurezza; e i pacemaker esterni funzionavano male. Purtroppo, lamenta l’autore dello studio, Erik van Lieshout, sono sovente i medici stessi i peggiori nel non rispettare le regole. “Come vi sentite adesso? Altro che smentite. La vostra informazione è potenzialmente dannosa. E il vostro senso di responsabilità sociale pari a zero” scrive Pamela.
Che da questo dibattito possano emergere nuovi falsi miti lo dimostra la varietà di posizioni sul blog. C’è chi si preoccupa e chi minimizza. C’è pure chi si è divertito, come un medico di Liverpool, a rivisitare altri vecchi miti, tipo quello secondo cui le carote farebbero bene alla vista e gli spinaci ai muscoli: sfatati da tempo.
Ciò che pochi sanno è che la convinzione popolare che il betacarotene, precursore della vitamina A, procuri una supervista nacque nella Seconda guerra mondiale. L’intelligence inglese voleva tenere segreto il radar che contribuiva ai successi dell’aviazione, perciò la stampa diede risalto alle straordinarie capacità visive del tenente della Raf John Cunningham: tutto merito della sua passione per le carote.
E il mito degli spinaci che ha reso famoso Braccio di ferro? Nasce, pare, da un errore di trascrizione di E. von Wolf, nel 1870, che mise una virgola al posto sbagliato decuplicando il contenuto di ferro degli spinaci. «Se queste credenze servono a fare mangiare più verdure ai bambini, poco male. Una dieta sana può ridurre le malattie. E questo non è un mito» scrive Thachil.
Un medico del Kurdistan, Mohammad Shaikhani, elenca miti diffusi nel suo paese e non in Occidente (l’acido folico del limone fa bene all’ipertensione; miele o datteri per i diabetici; la pertosse guarisce passando sotto i tunnel; l’itterizia va via se si guardano pesci in acqua…) e altri che circolano anche qui, come quello che l’aglio aiuti ad abbassare la pressione.
Ha ragione Carlo Gargiulio, medico di famiglia reso noto dalla trasmissione tv Elisir, quando dice che la medicina non è una scienza esatta. L’utilità di un articolo così? “Non accettare mai i luoghi comuni e cercare di capire le basi scientifiche di certi miti” afferma.
Ma come distinguere la tradizione dall’aneddoto? E come riconoscere le trappole che il business della salute dissemina mascherandole di scientificità? “Spesso esiste una grande distanza tra le poche evidenze di cui disponiamo e la necessità di dare spiegazioni esaustive ai pazienti» dice Caimi. «Gran parte dei problemi che affronta un medico sono complessi e anche la medicina basata sull’evidenza non dà risposte complete. Tutto va mediato da esperienza e buonsenso, tenendo conto del caso che si ha davanti”.
I falsi miti descritti, lo sottolineano i due autori dell’articolo, difficilmente possono far danni. Raccomandare invece trattamenti per i quali ci sono scarse prove certamente sì.

  • admin
  • Lunedì 14 Gennaio 2008

Staminali adulte per curare le distrofia: uno studio italiano

http://www.flickr.com/photos/adobemac/280279220/
Cellule staminali modificate potrebbero avere effetti benefici nella cura della distrofia muscolare. Lo ha accertato un piccolo studio fatto da scienziati dell’Università di Milano i cui risultati sono stati pubblicati negli Stati Uniti sul numero di dicembre di Cell Stem.
Lo studio è stato eseguito sui ratti ma, si sostiene nella rivista, accresce le speranze di trovare possibili trattamenti sull’uomo trattando pazienti con un tessuto preso dal loro stesso corpo. Il trattamento sui ratti ha mostrato che gli animali hanno acquistato maggiore tonicità muscolare.
Nell’esperimento sono state usate cellule staminali “adulte” tratte da muscoli affetti dalla cosiddetta distrofia di Duchenne. Queste cellule non sono embrionali perciò il loro utilizzo non comporta la distruzione di embrioni.
La distrofia di Duchenne è causata da un gene mutato che impedisce alle cellule di produrre una proteina cruciale. Immettendo nei pazienti tessuti propri dotati di cellule “adulte”, comprensive del gene originario, si dovrebbero reintegrare le funzionalità genetiche primarie. Sulle cavie l’esperimento ha funzionato.

Il futuro di Facebook

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