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(Credits: nettop@flickr)
Il pubblico ne aveva decretato il pensionamento già da tempo. Ora per il floppy-disk è arrivato anche l’addio di “mamma” Sony. Dal 2011 i dischetti da 3,5 pollici non saranno più prodotti. Un taglio doloroso, quello della casa giapponese (che ad oggi deteneva circa il 70% del mercato), ma necessario: le vendite sono in crollo verticale da almeno dieci anni.
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Una recente ricerca, apparsa sul Journal of Experimental Social Psychology, afferma che è stato scientificamente provato che il cattivo umore contribuisce a stimolare la memoria. Nello specifico i ricercatori della University of New South Wales a Sydney, Australia, hanno scoperto che è soprattutto uno stato d’animo grigio ad acuire la capacità di osservazione e quella di riuscire a ricordare i dettagli delle cose. Per comprendere il meccanismo secondo il quale l’umore è in grado di influenzare la memoria, il team di studiosi ha sfruttato la componente meteoropatica che è presente in ciascuno di noi.Gli scienziati hanno messo sul bancone di un negozio dieci oggetti tra cui un finto cannocchiale, un autobus giocattolo e un salvadanaio e hanno poi chiesto ai partecipanti allo studio di cercare di ricordare cosa avessero visto una volta usciti dal negozio. Il risultato dell’esperimento ha mostrato esiti curiosi in quanto gli intervistati hanno dimostrato di ricordare un maggior numero di oggetti nei giorni in cui il tempo era freddo, piovoso e ventoso.
Ma che spiegazione scientifica può essere data a risultati del genere? Sembrerebbe che le avverse condizioni climatiche responsabili dell’umor nero agiscano in modo da temprare la memoria. Al contrario, nei giorni di bel tempo, i soggetti partecipanti allo studio non mostravano di avere la stessa capacità di ricordare quanto visto in precedenza.
“I clienti del negozio che avevano uno stato d’animo negativo – conferma il responsabile dello studio Joseph Forgas – hanno evidenziato una maggiore memoria e una migliore capacità di discriminazione”. Questo spiegherebbe perché il cattivo umore induca a essere più vigili e a focalizzare maggiormente l’attenzione sull’ambiente circostante. Il buonumore, invece, farebbe crescere lo stato d’animo di fiducia verso l’ambiente circostante e, di conseguenza, produrrebbe un abbassamento della soglia di attenzione. “Questa scoperta – conclude Forgas – suggerisce che gli effetti dell’umore potrebbero essere applicati in alcuni settori (come quello giuridico, forense o clinico) nei quali la memoria è fondamentale”.
Ray Kurzweil
“Entro il 2045 la resa dei computer supererà quella del cervello umano, e la nostra memoria finalmente vivrà in eterno”. Ad azzardare queste previsioni è Raymond Kurzweil, inventore, futurologo oltre che collezionista di statue di gatti. Kurzweil è noto per aver creato il primo programma che ha permesso ai computer di leggere i testi, ponendo le basi per i procedimenti di scansione delle pagine, e di trasformare le parole scritte in dialoghi, e anche per aver messo sul mercato il Kurzweil 250, un sintetizzatore in grado di riprodurre la musica di un’intera orchestra. Nel 1983.
Da allora, lo scienziato americano di origini ebraiche ha continuato ad accumulare premi e invenzioni, ma sono le sue previsioni più recenti esposte in una lezione al Massachusetts Institute of Technology a fare discutere. Kurzweil è infatti convinto che non solo tra pochi decenni l’intelligenza delle macchine supererà quella umana, ma anche che le prime saranno in grado di alterare significativamente l’attuale concezione di “umano”. Robot non più grandi di una cellula saranno in grado di annientare virus e batteri entrando in contatto con il nostro sangue e di riparare cromosomi danneggiati. Nanotecnologie particolarmente raffinate riusciranno ad assorbire gli agenti inquinanti dall’atmosfera. E gli uomini potranno finalmente aspirare alla “vita eterna” visto che memoria, capacità fisiche e abilità mentali potranno essere “salvate” grazie a computer sempre più sofisticati. Kurzweil definisce questa evoluzione “singolarità“, mutuando il termine dall’astrofisica, che lo utilizza per descrivere quei punti all’interno dei buchi neri in corrispondenza dei quali le leggi della fisica non vengono più rispettate.
Kurzweil non è il primo a parlare di intelligenza superumana, ottenibile, come sosteneva John von Neumann negli anni Cinquanta, fondendo l’intelligenza umana con quella artificiale. Lo scienziato americano però è stato il primo a individuare il procedimento per raggiungerla: l’accelerazione del cambiamento tecnologico, facilitata dalla riduzione dei costi della tecnologia associata al potenziamento continuo delle capacità dei computer. Kurzweil non arriva a prevedere gli scenari catastrofici dei libri di Isaac Asimov degli anni Cinquanta, ma ribadisce l’idea secondo cui il destino dell’umanità sia ormai segnato: “se non riusciremo a potenziare le nostre capacità fisiche e mentali con la tecnologia, diventeremo presto obsoleti”.
Apprendimento e ricordo in competizione
Il nostro cervello vive una costante lotta tra due diversi tipi di memoria. Più precisamente a essere in conflitto sono la memoria basata sul recupero dei ricordi già immagazzinati e quella che deve selezionare ciò che deriva dall’apprendimento di nuove esperienze.
Quando conversiamo ci sembra scontato ascoltare le nuove informazioni che provengono dal nostro interlocutore e contemporaneamente mettere in atto il processo – anche questo apparentemente semplice – di recupero dalla memoria di informazioni precedentemente acquisite. In realtà il nostro cervello deve mettere in atto un meccanismo molto complesso.
Una ricerca pubblicata su PloS Biology ha portato alla luce come si svolge questo processo suggerendo che, a risolvere il conflitto, sia una specie di centralino che smista le informazioni attivando una funzione o un’altra. Ricercatori del Centro di neuroscienze dell’Università di Amsterdam in collaborazione con esperti della Duke University a Durham nella North Carolina, hanno svolto una ricerca basandosi su un gruppo di giovani a cui sono state mostrate delle parole che scorrevano su uno schermo. Mentre i giovani erano chiamati a ricordare se tali parole fossero già state apprese o no contemporaneamente sullo schermo apparivano delle immagini colorate.
Per controllare l’attività cerebrale i ricercatori sono ricorsi a una risonanza magnetica funzionale a cui è seguita la richiesta di riconoscimento delle immagini viste. I partecipanti allo studio mostravano di avere più difficoltà a ricordare le immagini perché contemporaneamente erano chiamati a ricordare le parole. La difficoltà verrebbe meno se dovessimo ricordare una cosa alla volta. “Nonostante sia chiaro il meccanismo di competizione – spiega Daselar, uno degli autori dello studio – alcune persone riuscivano comunque ad apprendere e a ricordare nello stesso tempo. Allora abbiamo iniziato a cercare se ci fosse una specifica area cerebrale responsabile”. I ricercatori l’hanno trovata: si tratta della corteccia prefrontale ventrolaterale che si trova nella parte frontale sinistra del cervello e che sembra essere deputata a regolare le due diverse modalità della memoria consentendo il passaggio rapido dall’una all’altra.
“La cosa interessante è che questa regione è risultata coinvolta in modo specifico in coloro che mostravano una soppressione minima della capacità di apprendere perché in loro la competizione fra ricordo e apprendimento è minore rispetto agli altri. Il centralino permette di apprendere e ricordare quasi contemporaneamente passando rapidamente da un processo a un altro”, concludono i ricercatori.
Uno studio condotto dai ricercatori della Ressler Emory University di Atlanta (USA) e pubblicato su Nature Neuroscience, svela perché la nostra memoria tenda a ricordare a lungo la paura. Il motivo sembra dipendere dalla beta-catenina, una proteina deputata al ricordo di situazioni negative.
La ricerca, condotta su topi, ha esaminato la funzione della beta-catenina. Con una leggera scossa elettrica i ricercatori hanno stimolato le cavie a cui, contemporaneamente, hanno fatto ascoltare un suono. Gli scienziati hanno registrato che ascoltando sempre lo stesso suono i topi erano come paralizzati. La spiegazione fornita è che il ricordo, fissandosi nella memoria a lungo termine, dà origine alla paura.
Alla base di tutto c’è l’amigdala, la ghiandola responsabile delle emozioni e dunque anche della memoria. Per studiare l’effetto della beta-catenina i ricercatori hanno iniettato nell’amigdala un virus che degrada gradualmente la proteina, e dei sali di litio. La beta-catenina è necessaria per spostare i ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Infatti, quando i ricercatori hanno eliminato la proteina, già dopo soli due giorni i topi non ricordavano più in modo nitido quello stimolo fastidioso e non avevano immediatamente paura. Diversa la reazione ai sali di litio (spesso usato per la cura del disturbo depressivo bipolare): dopo il trattamento la paura aumentava. Il litio, infatti, blocca un enzima che provoca la distruzione della beta-catenina e conseguentemente lo stimolo diventa più forte.
I risultati dello studio della proteina del ricordo richiedono altre verifiche sperimentali anche se in prospettiva sarà possibile curare i disturbi della memoria nei malati di Alzheimer e il disturbo post-traumatico da stress.
Mal di testa? Portate pazienza, perché quel dolore che vi trapana il cranio protegge la vostra memoria. Lo afferma una ricerca uscita sulla rivista Neurology e basata sull’analisi delle capacità mnesiche (ovvero relative alla memoria) di quasi 1.500 donne, 200 delle quali affette da emicrania. Le signore sono state sottoposte a test di memoria per la prima volta nel 1993 e li hanno ripetuti dopo 12 anni. Mentre all’inizio, cioè in età giovanile, le donne con mal di testa riuscivano meno bene delle altre ai test di memoria immediata (per esempio nel ricordare un elenco di parole o un breve racconto), dopo i 50 anni mostravano una perdita di memoria inferiore a quella delle coetanee sane del 17 per cento.
“Alcuni farmaci contro l’emicrania, come l’ibuprofene, sono già noti per il loro effetto protettivo nei confronti della memoria e potrebero spiegare in parte la nostra scoperta: per combattere il dolore, le donne con cefalea ne consumano quantità maggiori” spiega Amanda Kalaydjian, della Johns Hopkins University, che ha condotto lo studio. “Oltre a ciò vi sono anche le abitudini di vita più salubri: chi ha l’emicrania tende a non bere alcol e a non fumare, perché queste sostanze moltiplicano le crisi. Ma alcol e fumo ‘bruciano’ i neuroni della memoria, quindi col tempo le donne emicraniche raccolgono i frutti positivi di queste rinunce”. Inoltre chi ha mal di testa dorme più ore delle persone sane, e anche questo è un elemento di protezione per il cervello.
“Ora proseguiamo negli studi perché potrebbe anche esserci un meccanismo biologico legato direttamente al mal di testa, per esempio un maggior apporto di sangue alle aree della memoria” conclude Kalaydjian. “La vasodilatazione, infatti, provoca il dolore, ma nello stesso tempo nutre i nostri neuroni”.