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Il mouse definitivo? È invisibile

(credits: Pranav Mistry)

(credits: Pranav Mistry)

Se il mouse magico di Apple vi sembrava già fantascientifico, allora date un’occhiata a ciò che ha inventato Pranav Mistry, ricercatore del Mit.
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Etichette “trash” per mappare il ciclo dei rifuti

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Sacchetti neri. Frammenti di carta. Bottiglie di plastica accartocciate. In una parola: rifiuti. Ma dove vanno dopo essere stati gettati nei cassonetti? Il percorso dalle abitazioni fino allo smaltimento e al riutilizzo può diventare una lente d’ingrandimento per vedere le abitudini dei cittadini e il ciclo di smaltimento degli scarti.

Diventando, così, una sorta di mappa della sostenibilità.

Non è solo fantasia: a New York e Seattle uno dei principali centri di ricerca statunitensi del Mit sta tracciando il percorso quotidiano dell’immondizia. Dal cassonetto in poi. Nome in codice del progetto: Trash track.

Un gruppo di volontari applica etichette rfid ( dispositivi rintracciabili in radiofrequenza, una tecnologia utilizzata anche in alcuni badge) all’immondizia (chiamate “trash tag”): attraverso i satelliti è possibile localizzarle e seguirne gli spostamenti nelle strade della città. Tutto in tempo reale. L’obiettivo? Aiutare la consapevolezza ambientale dei cittadini che in qualsiasi momento possono sapere dove si trova la bottiglia di latte che hanno gettato via il giorno prima.

L’idea di “Trash track” è di un architetto torinese, Carlo Ratti, direttore del laboratorio Senseable city al Mit.

L’anno scorso ha raccolto una sfida simile: ricostruire il flusso delle conversazioni da New York verso l’estero. Svelando la divisione etnica dei quartieri della città.

Trash track è un tassello che si aggiunge ad altri strumenti simili per migliorare la percezione del proprio impatto sull’ecosistema, come i calcolatori online delle emissioni di anidride carbonica.
Monitorando, infatti, i consumi individuali o familiari di energia elettica, gli spostamenti giornalieri e altre abitudini si può scoprire il proprio impatto in termini di C02 equivalente, cioè trasformato in quantità di anidride carbonica. Un primo passo per modificare il proprio stile di vita in modo compatibile con l’ambiente.

Macchine di ingegneria genetica, anche l’Italia in gara al Mit di Boston

Il logo del concorso del MIT

C’è anche l’Italia con l’Università di Bologna nella lista dei paesi in gara per il più prestigioso concorso al mondo di biologia sintetica, l’International Genetically Engineered Machine competition  organizzato nientedimeno da quel tempio della scienza che è il Mit di Boston. 120 team di scienziati e studenti, proprio in questi giorni la lista è stata chiusa, si sfideranno nei prossimi mesi su uno dei temi più affascinanti della scienza del futuro, la biologia sintetica, appunto. Un mix di scienza e ingegneria che ha due obiettivi: progettare e fabbricare componenti e sistemi biologici non ancora esistenti in natura oppure riprogettare e produrre sistemi biologici già presenti in natura. Per fare qualche esempio concreto, con la biologia sintetica si possono produrre farmaci di ultima generazione in grado di curare in modo mirato malattie resistenti ma allo stesso tempo, ed è l’altra faccia della medaglia, si possono addirittura ridisegnare patogeni potentissimi come ad esempio il vaiolo.
“Questo concorso così prestigioso- spiega a Panorama.it il Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all’Università di Bologna nonché responsabile del team selezionato per il concorso - è importantissima per i ricercatori e gli studenti italiani per confrontarsi a livello internazionale su una disciplina nuovissima, affrontando con uno spirito di squadra anche le implicazioni etiche che essa inevitabilmente comporta.”
In cosa consisterà allora il lavoro dei futuri Craig Venter? Produrre una macchina genetica. Una struttura ingegneristica fatta non di ferro e mattoni, come li immaginiamo noi, ma di biobricks, mattoncini della vita, autentici organismi biologici le cui combinazioni possono portare a risultati utilissimi anche per la vita quotidiana-
Tutti i progetti in gara, compreso quello degli italiani, sono top secret come da regolamento. Ma c’è da ben sperare. Nelle precedenti edizioni, infatti, con questo tipo di macchine della vita si è prodotto in vitro betacarotene, fondamentale per prevenire la cecità nei paesi in via di sviluppo o lattasi, un enzima chiave per chi è allergico al lattosio.

Intelligenza superumana e memoria eterna: le previsioni del futurologo Kurzweil

Ray Kurzweil

“Entro il 2045 la resa dei computer supererà quella del cervello umano, e la nostra memoria finalmente vivrà in eterno”. Ad azzardare queste previsioni è Raymond Kurzweil, inventore, futurologo oltre che collezionista di statue di gatti. Kurzweil è noto per aver creato il primo programma che ha permesso ai computer di leggere i testi, ponendo le basi per i procedimenti di scansione delle pagine, e di trasformare le parole scritte in dialoghi, e anche per aver messo sul mercato il Kurzweil 250, un sintetizzatore in grado di riprodurre la musica di un’intera orchestra. Nel 1983.

Da allora, lo scienziato americano di origini ebraiche ha continuato ad accumulare premi e invenzioni, ma sono le sue previsioni più recenti esposte in una lezione al Massachusetts Institute of Technology a fare discutere. Kurzweil è infatti convinto che non solo tra pochi decenni l’intelligenza delle macchine supererà quella umana, ma anche che le prime saranno in grado di alterare significativamente l’attuale concezione di “umano”. Robot non più grandi di una cellula saranno in grado di annientare virus e batteri entrando in contatto con il nostro sangue e di riparare cromosomi danneggiati. Nanotecnologie particolarmente raffinate riusciranno ad assorbire gli agenti inquinanti dall’atmosfera. E gli uomini potranno finalmente aspirare alla “vita eterna” visto che memoria, capacità fisiche e abilità mentali potranno essere “salvate” grazie a computer sempre più sofisticati. Kurzweil definisce questa evoluzione “singolarità“, mutuando il termine dall’astrofisica, che lo utilizza per descrivere quei punti all’interno dei buchi neri in corrispondenza dei quali le leggi della fisica non vengono più rispettate.

Kurzweil non è il primo a parlare di intelligenza superumana, ottenibile, come sosteneva John von Neumann negli anni Cinquanta, fondendo l’intelligenza umana con quella artificiale. Lo scienziato americano però è stato il primo a individuare il procedimento per raggiungerla: l’accelerazione del cambiamento tecnologico, facilitata dalla riduzione dei costi della tecnologia associata al potenziamento continuo delle capacità dei computer. Kurzweil non arriva a prevedere gli scenari catastrofici dei libri di Isaac Asimov degli anni Cinquanta, ma ribadisce l’idea secondo cui il destino dell’umanità sia ormai segnato: “se non riusciremo a potenziare le nostre capacità fisiche e mentali con la tecnologia, diventeremo presto obsoleti”.

Nanoparticelle d’oro, soluzione per il rilascio multiplo dei farmaci

Nanoparticelle d'oro
Al Massachusetts Institute of Technology sono state gettate le basi per poter disporre in futuro di un sistema per il rilascio dei farmaci in modo controllato, utilizzabile per la terapia di patologie, comprese quelle più gravi come i tumori e l’Aids, che richiedono l’impiego di più di un medicinale per volta. Un gruppo di bioingegneri guidato da Kimberly Hamad-Schifferli, ha infatti messo a punto una nuova tecnica basata su nanoparticelle d’oro che, per effetto dell’esposizione al calore della luce infrarossa, liberano il farmaco attaccato alla loro superficie. Dispositivi già esistenti possono rilasciare due farmaci per volta, ma il momento in cui questo deve avvenire non è controllabile dall’esterno del corpo del paziente, va programmato all’interno del dispositivo stesso. Il nuovo sistema è invece controllato proprio dall’esterno, e potrebbe essere in grado di rilasciare fino a tre o quattro farmaci. Il segreto di questo meccanismo d’azione è nella differente lunghezza d’onda della luce infrarossa che opera su nanoparticelle dalle forme differenti. Perciò, per scegliere il momento del rilascio di ogni farmaco, basta intervenire opportunamente sulla lunghezza d’onda in questione. I ricercatori, come spiegano in uno studio pubblicato su ACS Nano, rivista dell’American Chemical Society dedicata alle nanotecnologie, hanno quindi ideato due diverse tipologie di nanoparticelle d’oro, le une che svolgono il loro compito se sottoposte a una lunghezza d’onda di 1.100 nanometri, le altre che agiscono allo stesso modo a 800 nanometri, testandole poi con successo con oligonucleotidi di Dna: ogni nanoparticella è riuscita a trasportare centinaia di segmenti di materiale genetico. Similmente, variando ulteriormente la forma delle nanoparticelle d’oro, si potrà svilupparle in modo che ognuna rilasci il suo contenuto a differenti lunghezze d’onda della radiazione infrarossa.

Accendo la luce per connettermi a Internet

Led per l'accesso wireless a internet

Led per l’accesso wireless a internet

Una stanza luminosa per connettere a Internet computer, cellulari e iPhone. Senza cavi che intralciano il cammino tra le scrivanie. I punti di accesso alla rete, però, non sono le antennine degli hotspot, ma led come quelli che illuminano il percorso nelle sale cinematografiche o i pulsanti per sollevare i finestrini nelle automobili. È una tecnologia che sfrutta per l’invio di dati le impercettibili intermittenze di luce emessa dai led: si tratta di un progetto sviluppato da alcuni ricercatori del Boston University college che di recente hanno ottenuto finanziamenti da una prestigiosa istituzione americana, la National science foundation.

L’area wireless “luminosa” è in grado di collegare alla rete apparecchi come televisioni, radio, computer, telefonini e termostati: ma quali sarebbero i vantaggi rispetto alle attuali tecnologie? Secondo i ricercatori, i led raggiungono la velocità di dieci megabit al secondo per la trasmissione wireless, superando il Wi-fi. Inoltre, gli utenti sarebbero anche più sicuri da intercettazioni o da persone collegate clandestinamente perché la luce, a differenza delle frequenze Wi-fi, non attraversa i muri. L’area wireless, quindi, sarebbe confinata unicamente nel perimetro di una stanza. Il sistema proposto dal Boston University college ha anche un risvolto ecologico: nei prossimi anni le lampadine a incandescenza saranno sostituite da fonti luminose che richiedono un minore consumo energetico. E una zona illuminata da led permetterebbe contemporaneamente di ridurre i consumi e di avere a disposizione una connessione a internet superveloce. La prima applicazione immaginata dai ricercatori, però, è nei trasporti: gli ambienti interni delle autobili, per esempio, contengono led.

Già sette anni fa Stephen Leeb, professore al Mit, aveva proposto di usare le lampadine tradizionali per trasmettere dati in ambienti chiusi: il suo apparecchio permetteva di affievolire la luce per una piccola frazione di secondo, generando oscillazioni luminose sono impercettibili alla vista, ma tali da consentire l’invio di informazioni. Il progetto è uscito dal laboratorio ed è diventato un’azienda, Talking lights: il sistema sviluppato da Leeb utilizza lampadari e abat-jour per trovare persone e oggetti che indossano badge o altri dispositivi in grandi edifici: finora è stato utilizzato da alberghi, ospedali e casinò

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Allevamenti hitech: il recinto “virtuale” per le mandrie

Mucche al pascolo

Una ricerca svolta dall’Università di Duisburg-Essen in Germania ha appena stabilito che le mucche sono in grado di trovare il nord, essendo particolarmente sensibili al campo magnetico terrestre. Le immagini satellitari di Google Earth avrebbero aiutato i ricercatori a raggiungere questa conclusione. Le implicazioni? I risultati spingono gli scienziati a cercare di capire in che modo questi animali interagiscano con il campo magnetico della Terra, se qualcosa di simile accade anche nell’uomo e con quali conseguenze per la salute. E se Google Earth è servita a capire che le mucche sanno trovare il nord, c’è chi pensa ad usi assai più pratici della tecnologia applicata al bestiame.

Governare una mandria di mucche a chilometri di distanza dal proprio pc di casa o dal cellulare. Sarà questo il futuro per i pastori: via i recinti dai pascoli e limitare al minimo gli spostamenti in jeep in mezzo alle mucche. Almeno secondo due ricercatori americani, che hanno progettato un trasmettitore satellitare capace di radunare il bestiame a distanza chilometrica solo attraverso i suoni. Il prototipo si chiama “Ear – a – Round”, ed è stato presentato a luglio durante la Jornada Experimenal Range a Las Crucis nel New Mexico (Usa), organizzata dal dipartimento americano dell’Agricoltura.

È una piccola scatola, montata sul collo delle mucche, cui sono collegate delle cuffie in grado di “sussurrare” comandi e suoni nelle orecchie per guidare la mandria al pascolo. Il dispositivo contiene un chip, un sistema Gps e un trasmettitore che può essere programmato a distanza ed è alimentato da batterie al litio a energia solare. «La risposta è passare dal recinto vero a quello virtuale», hanno detto all’Economist Dean Anderson, uno scienziato del dipartimento americano dell’Agricoltura, e Daniela Rus, un’esperta informatica del Mit, i due ricercatori che hanno progettato il nuovo dispositivo.

L’idea non è nuova: i sistemi di controllo per gli animali domestici, come i collari per i cani, sono stati studiati sin dal 1970. Ma quelli per controllare le mandrie sono quasi sempre falliti. Il nuovo progetto, invece, dovrebbe superare le difficoltà del passato. «L’apparecchio fa parte di un sistema integrato che sfrutta le tecnologie satellitari e dei pc, riuscendo in questo modo a comandare le mandrie anche a distanze chilometriche», hanno spiegato i due ricercatori.

Il problema, per ora, è il prezzo: un singolo trasmettitore sonoro da montare costerebbe intorno ai 600 dollari, una spesa ingente, visto che le mandrie sono composte da centinaia di esemplari, e superiore a quella necessaria per montare una recinzione. Per questo i due ricercatori stanno cercando di abbassare il prezzo sino a 100 $ ad apparecchio.

Se la pet therapy la fanno i robot

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Che il contatto fisico con gli animali aiuti i pazienti di qualsiasi età a recuperare forze ed energie è risaputo. Ma se al posto degli animali, nell’ambito di quella che comunemente viene definita pet therapy, ci fossero robot a forma di animali? Dopo i vari tentativi ludici del cane Aibo, firmato da Sony, sull’argomento sta lavorando alacremente il Mit Media Lab, il centro di ricerca dedicato ai robots del Massachussetts Institute of Technology di Boston. E i risultati sono sorprendenti.
Sta per entrare, infatti, in via sperimentale in alcuni ospedali scozzesi Huggable, alla lettera “abbracciabile” un prototipo a forma di orsetto in continua evoluzione. Grazie a più di 1000 sensori che fanno della sua “pelle” un concentrato di sensibilità, è in grado di interagire con il suo padrone e soprattutto con il suo tocco affettivo. Grazie alla sua sorprendente capacità di reazione ai suoni e al movimento di occhi, orecchie, spalle si sta rivelando un progetto interessante nell’ambito della pet therapy a base di bulloni e metallo.
Leonardo, invece, è a metà tra il peluche e il folletto. E’ nato dall’interazione del laboratorio del Mit guidato da Cynthia Breazeal e il guru degli effetti speciali di Hollywood Stan Winston. Le sua particolarità sono la “pelle”, in grado di captare temperatura e pressione esterna in modo da reagire di conseguenza e l’empatia. I bambini ne rimangono affascinati.
E per coloro ai quali gli animali non bastano, sempre il Mit ha presentato recentemente l’ultima frontiera. Nexi, il più raffinato androide finora mai realizzato, capace di mimare una grande quantità di espressioni facciali. Postato su Youtube è diventato in pochi giorni la robostar della rete.

Il video di Huggable

Il video di Leonardo

Il video di Nexi

Su Internet meno immagini uguale più informazioni

http://www.flickr.com/photos/generated/
Da una folla di fotografie, testi e icone alla semplicità di pochi elementi: è una tendenza che negli ultimi anni si è diffusa su motori di ricerca, siti web e pubblicità online. Ora è confermata ulteriormente da un recente studio dell’università del Missouri: in una pagina web meno immagini trasmettono all’utente più informazioni. I ricercatori hanno chiesto ad un campione di persone di scegliere tre figure da un gruppo di sei e da un altro di ventiquattro. Nel primo caso ha ricordato il senso delle immagini il 99% degli individui, nel secondo caso l’89%. Vincono, insomma, quelle che John Maeda, designer al Media lab del Mit, chiama “leggi della semplicità“.

L’ergonomia dei siti è una chiave di successo importante, come spiega Sebastiano Bagnara, docente di psicologia cognitiva a Siena: “Esistono diversi approcci: lo user centered design, per esempio, significa progettare il sito in base alle conoscenze e ai desideri dell’utente”. Continua Bagnara: “Per esempio, Google è ottimizzato per un visitatore che ha bisogno di informazioni. L’elemento principale della pagina web è il motore di ricerca. Un giornale online invece è ideato per una persona che vuole conoscere le ultime notizie, con molti contenuti accessibili dalla home page”.

Il futuro di Facebook

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