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Sfida di Murdoch al web: pagare per le notizie online

Rupert Murdoch

Rupert Murdoch cambia rotta: d’ora in poi sarà a pagamento l’informazione dei suoi siti internet. Il primo sarà il Sunday Times, edizione settimanale del Times che nelle edicole inglesi vende un milione di copie. Ma non ha ancora un suo sito internet.

A ruota seguiranno gli altri pianeti della galassia Murdoch: Sun, News of world, il social network MySpace. I visitatori pagheranno per leggere gli scoop sulle star internazionali e le inchieste sulla politica.
Il magnate australiano, finora, non ha dimostrato un gran fiuto per internet: quattro anni fa ha comprato MySpace per 580 milioni di dollari, ma il social network è stato travolto dal successo di Facebook e non è mai decollato in Asia, nonostante l’impegnativa campagna pubblicitaria.

Il punto di partenza per la strategia di Murdoch è il Wall street journal, un quotidiano economico che ha acquistato nel 2007. Su internet è un successo: unisce articoli gratutiti con altri a pagamento. Ma si tratta di informazione economica specializzata.

L’annuncio del numero uno di News corp non è passsato inosservato. Secondo l‘Independent, si è subito allineato al cambio di rotta il Financial Times, principale quotidiano econoimco inglese: ha già 170 mila abbonati su internet, aumentati dell’18 per cento in un anno.
Ancora una volta, il sito web del Financial Times sarà un mix tra informazioni gratuite e a pagamento: dieci articoli al mese da leggere liberamente e gli altri da acquistare online.

La fase di transizione per l’editoria inglese è difficile: il quotidiano Observer rischia di chiudere. Se i giornali del Regno Unito sono decisi a segurie la strada del pagamento online, negli Stati Uniti la cautela è maggiore.

Il New York Times ha chiesto ai lettori come valuterebbero un abbonamento di 5 dollari mensili.

Ha fatto discutere un’intervista rilasciata da Viviane Schiller, ex capo del sito del New York Times, ora passata alla radio pubblica Npr: “Sono una convinta sostenitrice del fatto che non ci saranno grandi quantità di persone a pagare per le news online”. Secondo la Shiller, anche un milione di abbonati non sarebbe sufficiente per il New York Times perché l’accesso a pagamento riduce l’interesse per gli inserzionisti pubblicitari.

Facebook addio: un’ondata di esclusi e fuggiaschi online

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.

Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.

Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.

Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.

I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.

Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.

E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.

A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.

Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?

Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.

Genova, ora si può diventare amici di “Zena”

Sulla piazza di MySpace si affaccia ufficialmente il Comune di Genova, primo in Italia a raggiungere i cittadini (soprattutto i più giovani) nei social network, i luoghi più frequentati della rete. Che ha scelto di presentarsi come “il posto degli amici de Zena”, come i genovesi chiamano la loro città.

Qui le persone possono lasciare commenti e inviare messaggi all’amministrazione: : ma avranno anche l’occasione di proporre eventi, dare voce a iniziative, descrivere la personale idea di città attraverso la propria creatività, con contributi video, foto, proposte artistiche. A Fabrizio de Andrè, inoltre, sarà dedicato uno spazio che nel tempo potrebbe diventare un laboratorio culturale online. Ma su MySpace il Comune racconta anche la storia della città attraverso una galleria di fotografie e di video, proprio come fanno tutti membri del social network più grande del mondo. Senza dimenticare spunti per il tempo libero: ristoranti, cinema, teatri.

A differenza di un tradizionale sito internet, la pagina di MySpace permette un contatto e un rapporto più intimo con le persone. E può diventare un crocevia per attivare un circolo virtuoso tra percorsi virtuali e iniziative nelle strade della città.

Facebook soffia a MySpace la medaglia d’oro dei social network

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Per mesi Facebook ha inseguito MySpace alla ricerca del titolo di social network più grande del mondo. E ora ha lanciato la stoccata decisiva: a giugno 132 milioni di persone sono entrate nella rete sociale fondata da Mark Zuckerberg appena quattro anni fa, 15 milioni in più di quelli che nello stesso mese hanno visitato il principale rivale. Il sorpasso, insomma, è avvenuto: a certificarlo è ComScore, un’accreditata società di analisi del traffico su internet. A dare lo sprint finale sarebbero state le nuove versioni in lingua locale di Facebook: hanno facilitato l’ingresso di nuovi utenti, soprattutto in Estremo oriente. Un’idea che, però, in Giappone si è rivelata un flop: nel Paese del Sol Levante il leader indiscusso è ancora Mixi.Un video di Current tv sulla guerra tra social network: MySpace, Facebook, Friendster con la partecipazione “straordinaria” di Second Life (in inglese)

Ma Facebook ha messo a segno anche un altro record: quello della crescita globale più alta su scala mondiale. Se in Nord America l’aumento di utenti arriva al 38%, in Europa si viaggia a una velocità dieci volte superiore. E nel resto del mondo sono cifre da iperinflazione: 403% in Medio Oriente e Africa, 458% in Asia e perfino 10.555% in America Latina. Sullo sfondo della sfida tra Facebook e Myspace, continua la diffusione dei social network in ogni angolo del pianeta. Tanto che quasi una persona su dieci nel mondo ne fa parte, secondo i dati comScore.

Mypage, il social network italiano per i bambini

Bambini e computer
Entrare in un social network? Un gioco da ragazzi, anzi da bambini. Se non ci credete andate su Mypage, il primo sito web 2.0 italiano dedicato ai bambini. L’ultimo nato dell’ormai immensa costellazione di siti Internet che gravita nell’orbita di Facebook e MySpace è infatti un social network pensato e sviluppato per gli utenti in erba, ovvero da 5 anni in su.

Ma – ammesso che  davvero esistano - cosa possono fare questi giovanissimi utenti sociali su Mypage? Innanzitutto possono costruirsi una pagina web, ovviamente in modo molto semplificato, ma comunque personalizzandone lo sfondo, le icone, i suoni e perfino il logo. Quindi possono disporre di un indirizzo Internet personale da condividere con i loro coetanei, magari per raccontare le loro piccole e grandi esperienze di vita, dalla caduta del dentino all’ultima merenda al parco. Ma non solo. Grazie ai cosiddetti “kidget” (widget per bambini), potranno svolgere tutta una serie di attività da loro ben conosciute nel mondo reale: disegnare, colorare, leggere, scrivere, giocare, guardare video

Sviluppato da un team di lavoro che da oltre 10 anni si occupa della produzione di contenuti multimediali per l’infanzia, Mypage è stato realizzato con la consulenza di psicologi e psicoterapeuti. Inoltre – ci tengono a precisare i promotori dell’iniziativa – ai bambini non viene richiesta nessuna informazione che permetta il loro riconoscimento né in fase di registrazione né in un secondo momento.

Non mancano ovviamente gli strumenti di controllo per i genitori. Il principale si chiama Parental Control e permette alle mamma e ai papà dei giovani utenti del web in formato 2.0 di monitorare l’esperienza online dei propri figli, limitandone – se occorre -  il tempo di permanenza sul sito.

OpenSocial: quando Yahoo! e Google si alleano

http://www.flickr.com/photos/oliversteiner/362499884/
Condividere fotografie, giocare, scambiarsi messaggi sono ormai abitudini per chi frequenta i social network in tutto il mondo: europei, americani, asiatici. Anzi, questa massa di persone chiede sempre più applicazioni per divertirsi online con gli amici. Tanto che i grandi del web si sono uniti nella fondazione OpenSocial: l’obiettivo è di offrire un’interfaccia comune per la creazione di servizi, una sorta di lingua franca per facilitare il lavoro degli sviluppatori di software. Semplificando così anche la vita degli utenti. È un traguardo talmente importante che due rivali storici si trovano dalla stessa parte della barricata: oggi nel consorzio fondato da Google, infatti, arriva Yahoo!, la grande avversaria di “Big G” nella conquista dei navigatori di internet. A dire il vero, la società di David Philo e Jerry Yang sta portando avanti anche un suo progetto per abbattere le barriere tra i “giardini recintati” degli utenti: è OpenID, un sistema che consente di registrarsi una sola volta per accedere a servizi differenti. Permettendo agli utenti di risparmiare tempo e di non dover ricordare a memoria decine di parole chiave.

Un video sul funzionamento dei social network (in inglese)



La lista del popolo che diffonde il verbo di OpenSocial è piuttosto lunga: fa parte di questo consorzio globale la piazza virtuale più grande dei paesi occidentali, quel colosso MySpace di News Corpotation che fu comprato tre anni fa per 580 milioni di dollari da Rupert Murdoch. Aderiscono all’alleanza la rete sociale online Hi5, leader nell’America Latina di lingua spagnola, l’inglese Bebo (appena acquistato da America on line per 850 milioni di dollari) e altri meno noti come Friendster, diffuso soprattutto nelle Filippine e nel Sudest asiatico. Ma anche i social network per i professionisti, come LinkedIn e Xanga, fanno parte della fondazione OpenSocial.

Effetto Facebook: anche MySpace diventa aperto


MySpace va sulla scia di Facebook. Otto mesi dopo la decisione del portale più amato dagli studenti statunitensi (e non solo), anche il contenitore 2.0 di Rupert Murdoch consegna le proprie chiavi di casa agli sviluppatori. In sostanza, MySpace aprirà il codice della sua piattaforma ai programmatori esterni che, seguendo i dettami di Open Social (la Bibbia della programmazione sociale costruita da Google e condivisa da molti portali di ultima generazione), potranno generare le proprie personalissime applicazioni. L’obiettivo è quello di permettere al servizio di arricchirsi di nuove risorse, come ad esempio giochi, test e funzionalità di messaggistica, sia per migliorare le opportunità di comunicazione e di fruibilità della piattaforma sia per aumentare i meccanismi di condivisione fra gli utenti, che sono poi l’essenza stessa del Web 2.0. Ma c’è anche chi sostiene che la scelta sia dettata dalla volontà di dare al sito qualche freccia in più da utilizzare in campo pubblicitario. Di fatto, il mercato dei social network è in un momento di grande cambiamento: dalla fase di reclutamento degli utenti l’obiettivo pare essere ora quello del reclutamento dei fondi. Anche perché, come ha fatto recentemente notare Google, per voce del suo Chief Financial Officer George Reyes, il mercato dei social network non sta rendendo secondo le aspettative. Che sia questa la prima mossa per arrivare a qualche nuova forma di pubblicità virale? No, assicura Amit Kapur, fresco direttore operativo di MySpace, la priorità resta quella dell’esperienza utente e l’impegno della compagnia sarà quello di evitare qualsiasi forma di spam pubblicitario. Ogni riferimento a Facebook non è ovviamente casuale.

Troppi social network? 8hands vi dà una mano, anzi otto

8hands
Web 2.0? Il principio è quasi sempre lo stesso, quello della casa digitale che accoglie sotto il proprio tetto tanti inquilini legati da interessi comuni. C’è posto per tutti, basta procurarsi una chiave per l’accesso (un nome utente e una password sono di norma sufficienti) e il gioco è fatto. Sarà anche per questo che il numero di network sociali è in continuo aumento con proposte sempre più specifiche e articolate. Una vera epidemia che pone gli utenti 2.0 più incalliti di fronte a un nuovo problema: come gestire in modo semplice e immediato tutti i più disparati servizi del Web di nuova generazione senza rischiare di esserne fagocitati? In loro “soccorso” arriva ora 8hands, che si potrebbe definire come il social network dei social network. In realtà è un programmino che raduna in un sol colpo tutti i principali servizi Web come YouTube, Facebook, MySpace, Flickr, nonché i vari feed selezionati dall’utente; in questo modo, il navigatore sociale ha il vantaggio di poter sfruttare un’unica interfaccia – con un unico login di accesso – per avere sott’occhio i propri siti preferiti. Una delle funzioni più utili del programma è rappresentata dalla possibilità di visualizzare in modo trasversale tutti gli ultimi eventi registrati sui vari social network, sia che si tratti di un invito a cena piuttosto che della foto del collega di lavoro, e di comporre una sorta di hit parade dei contatti più attivi.
8hands non è l’unico servizio di questo tipo. L’alternativa più nota è rappresentata probabilmente da Flock che proprio lo scorso novembre ha messo online la sua versione 1.0. In questo caso si tratta di un browser, quindi un programma da usare in alternativa a Explorer o Firefox, per tenere traccia dei propri amici online. In entrambi i casi si tratta di servizi suscettibili di miglioramenti, ma rappresentano comunque ottimi tentativi di radunare tutti i propri contatti sociali sotto un unico ombrello.

Due start up italiane alla rassegna su Internet Le Web3 di Parigi

http://www.flickr.com/photos/oliversteiner/362499884/
L’11 e il 12 dicembre a Parigi si svolge Le Web3, la più grande rassegna europea su Internet. Tra gli argomenti discussi: web 2.0: il lato oscuro, l’impatto di Internet sul design, personalizzazione 2.0… 3.0…la proiezione dell’immagine personale, mondi digitalizzati, definire l’odierna innovazione. Qui la conferenza in diretta in videostreaming.
Contestualmente alla conferenza si svolge un concorso tra diverse Internet start up europee. Erano arrivate 120 candidature, scremate a 50, fino a una lista finale di 30 che include due aziende italiane: si tratta di Reeplay, applicazione per rendere i video disponibili nel web, sistema sviluppato dalla goriziana Evectors, e ”We+”, piattaforma di comunicazione aziendale sviluppata da Yooplus, azienda di Montespertoli (Firenze).
In occasione della conferenza, Netvibes, popolarissimo aggregatore di notizie, presenta la sua nuova versione, Ginger, le cui novità principali sono una nuova interfaccia, maggiore scelta di contenuti, la funzione di aggregatore non solo di notizie ma anche di network sociali (MySpace, Facebook ecc), da cui deriva una maggiore facilità di condivisione di contenuti, notizie e strumenti con gli amici della rete. La maggior apertura sembra avere lo scopo di tenere le persone all’interno della piattaforma, consentendo loro di portarvi dentro tutti i propri interessi esterni.

Yuwie, il social network che paga gli utenti

http://www.flickr.com/photos/therigby/367377199/
Di primo acchito sembra il solito social network trito e ritrito. Ma la differenza c’è eccome, e questa volta non c’entrano gli spazi per le foto o i video, i blog, i profili o le liste degli amici: qui si parla di soldi, soldi veri. Si chiama Yuwie, e si proclama come il primo network sociale che paga i propri utenti. Come? In modo semplice e totalmente gratuito promettono i creatori del servizio. Yuwie sfrutta infatti i guadagni incamerati dalla pubblicità per distribuirli in parte ai propri utenti. In sostanza, ogni iscritto riceve un gruzzolo di denaro in base al numero di pagine viste e a quello degli utenti “invitati”, con un meccanismo che ricorda molto da vicino quello dei classici sistemi a piramide: più persone vengono coinvolte nella catena, maggiore è l’incasso per gli adepti più anziani.
Ma quanto si può guadagnare con Yuwie? Circa 50 centesimi ogni 1000 visite spiegano gli ideatori del servizio, ma il vero guadagno arriva quando inizia il “contagio” degli inviti. Mettiamo il caso che un utente porti dentro a Yuwie tre amici, che questi a loro volta facciano lo stesso con altri tre conoscenti, e che il meccanismo si ripeta con queste proporzioni per dieci volte; il guadagno allora si moltiplica esponenzialmente e il primo anello della catena può arrivare a incamerare fino a 10.000 dollari in un mese.

Soldi facili? Non proprio, commenta Josh Lowensohn su Webware; lo schema piramidale si è già dimostrato un sistema di business non sostenibile: gli ultimi arrivati, ovvero gli utenti alla base della piramide, non possono infatti godere degli stessi benefici di quelli al vertice dell’organigramma virtuale. Senza contare il rischio di spam di un’iniziativa del genere, visto che il meccanismo è in grado di alimentarsi solo aumentando il numero degli invitati.
È questo il genere di social network al quale volete partecipare?, si chiede lo stesso Lowensohn. La domanda è certamente retorica, ma il fenomeno non va comunque sottovalutato perché dimostra ancora una volta che il fenomeno della caccia all’utente a suon di banconote è ormai ampiamente diffuso sul web. Quello praticato da Yuwie è infatti solo l’ultimo degli escamotage adottati dalla nuova generazione di servizi Internet per accaparrarsi nuovi utenti. Revver e YouTube in questo senso stanno facendo scuola, tanto che il loro esempio è già stato seguito - in forme e modalità differenti - da siti come Review Me, Argent Libre e molti altri. Un trend potenzialmente pericoloso per le sorti del web 2.0, che pur di accalappiare nuovi utenti potrebbe sempre più spesso privilegiare questa strada, piuttosto che fare ciò per cui è stato concepito: creare servizi utili.

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