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Nature

Produzione di vaccini a Pechino (AP Photo/Andy Wong)
di Daniela Mattalia
A metà gennaio le due maggiori riviste scientifiche internazionali, Nature e Science, stavano per pubblicare uno studio in cui ricercatori dell’Università del Wisconsin e del Erasmus medical center di Rotterdam avevano manipolato geneticamente il temibile virus H5N1, quello dell’influenza aviaria, particolarmente aggressivo: in poche parole, avevano creato un ceppo mutato del virus in grado di trasmettersi tra mammiferi (per la precisione, furetti), cosa che non avviene invece con il virus in natura.
Lo avevano fatto non perché pazzi, bensì per capire come bloccare la diffusione dell’H5N1 se un giorno dovesse spontaneamente mutare in questa direzione. E diventare un pericolo mondiale , un po’ come succede con il film Contagion (in edicola con Panorama).
Ma la pubblicazione dell’articolo era stata fermata dallo Us National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB), l’ente americano che si occupa di biosicurezza. Troppo rischioso, avevano detto i suoi esperti, divulgare i dettagli dello studio. Qualcuno potrebbe usarlo a scopi terroristici. Aveva chiesto una moratoria moratoria temporanea degli esperimenti, per 60 giorni, e le due riviste avevano sospeso la pubblicazione. La decisione aveva scatenato accesissime polemiche. La scienza, avevano obiettato ricercatori di tutto il mondo, non può essere censurata.
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Corri e brucia (Foto: Flickr)
Un ormone potrebbe aiutarci a tenere sotto controllo il peso. E’ l’irisina, che si trova in quantità elevate nel sangue dei topi e dell’uomo durante l’attività fisica. Aumentando artificialmente i livelli di questo ormone si ottengono effetti benefici simili a quelli della corsa o del nuoto: si bruciano più calorie. Continua
Seni enormi, genitali in bella evidenza, niente testa. Ecco la Venere più antica del mondo uscita 35 mila anni fa da una zanna di mammuth grazie al talento e alla fantasia erotica di un nostro anonimo progenitore. L’eccezionale reperto, lungo 6 cm, ribattezzato “Venus of Hohle Fels” dal luogo del rinvenimento, è stato trovato in una caverna nei pressi di Ulm, nella Germania sudoccidentale. A riportarlo alla luce, insieme ad altre statuette raffiguranti animali e uccelli, un’équipe di ricercatori guidati da Nicholas Conard dell’Università di Tubinga che ne ha pubblicato lo studio sulla prestigiosa rivista Nature.
Perché il ritrovamento di questa pin-up preistorica è così importante? Perché stravolge tutte le cronologie esistenti sui manufatti primitivi. Una figura umana così antica, infatti, non era mai stata trovata prima d’ora. E il fatto che ad essere raffigurata sia una femminilità sintetizzata nelle sue forme più sensuali e prorompenti apre nuovi orizzonti anche nello studio delle organizzazioni sociali primitive.
Per l’archeologo britannico Paul Mellars si tratterebbe di uno straordinario esempio di creatività dell’Homo Sapiens che proprio 35 mila anni fa, lasciata l’Africa per sbarcare in Europa, andava a soppiantare il predecessore Uomo di Neanderthal. “Questa parte della Germania - sottolinea lo studioso - diventa così una regione chiave per l’irradiazione dell’arte preistorica nel resto d’Europa e un luogo simbolo delle grandi trasformazioni in atto a quel tempo”. In questo passaggio delle consegne qualcosa, dunque, è rimasto fissato nel tempo grazie all’immortalità dell’arte. Così oggi, con il ritrovamento della piccola Venere nella caverna tedesca, possiamo immaginare che il matriarcato fosse già ben presente nelle organizzazioni delle comunità preistoriche, anticipando così quelle raffigurazioni minoiche di molti secoli dopo dove la Grande Madre, divenuta ormai divinità, veniva raffigurata anche lei con i seni abbondanti e scoperti e in mano anche due serpenti a simboleggiare la vittoria del femminino su tutto. Insomma il mondo è donna, grazie a questa scoperta, da 35 mila anni.
Farmaci
Per le malattie rare l’attesa è ancora lunga: in sette anni sono arrivati sul mercato dell’Unione europea 44 farmaci destinati a curarle. Ma all’inizio dei test clinici erano 500. Un dato che per Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri, è una “fonte di preoccupazione”, come dichiara a Nature News. Quali sono i motivi? Secondo uno studio del centro di ricerca milanese, influiscono negativamente le prove cliniche di durata limitata e su campioni esigui. Che, di fatto, formano un “collo di bottiglia” per i nuovi medicinali. L’Agenzia europea per il farmaco (Emea) non condivide il risultato dell’analisi del Mario Negri: l’ente comunitario sostiene che sono stati designati 621 farmaci, sottolineando che gran parte sono ancora in fase di sviluppo. E parla di “un successo senza precedenti”.
Sarebbero almeno trenta milioni le persone che soffrono di malattie rare in Europa e negli Stati Uniti. Ma è un universo molto frammentato, dove per ogni patologia può esserci un singolo caso in una nazione. Riunire le informazioni e condividere le esperienze diventa un passo importante. E i social network (come Facebook) facilitano l’incontro tra persone che vivono a grandi distanze, ma che hanno esigenze comuni. Uno studente della Columbia University, David Isserman, ha progettato uno spazio per accogliere le discussioni di chi soffre di malattie rare. Rareshare è una comunità formata da tanti piccoli gruppi che possono scambiarsi esperienze nei forum. E sostenersi. Il progetto è stato finanziato da Nutra Pharma, una società specializzate in ricerche sulle terapie per la distrofia muscolare e l’Aids. Ben più ambiziosa è l’idea di Jay Tenenbaum, un imprenditore che ha scoperto di avere un melanoma e, sconcertato dalla difficoltà di coordinare gli sforzi per finanziare le ricerche, ha immaginato un network su internet per unire ricercatori e finanziatori interessati a studi specifici. Collabrx ha raccolto donazioni da privati per milioni di dollari e, in questo modo, ha sostenuto gli esperimenti di laboratorio.
Alla fine hanno ceduto alla tentazione di YouTube anche riviste scientifiche prestigiose come Nature e il British medical journal: sono stati lanciati da poco i loro canali online per vedere documentari e approfondimenti sui loro articoli. E giocano sulla curiosità, come nel caso del meccanismo di antichitera, una sorta di calendario astronomico del mondo antico. Quella dei due big dell’editoria scientifica è, allo stesso tempo, una mossa per tallonare Biomedcentral, già sbarcato su YouTube.
Finora la strada dei video online era stata un esperimento tentato soltanto da alcuni pionieri. Come SciVee, la “televisione” sul web legata alla rivista Plos che ospita articoli scientifici accessibili gratuitamente: davanti alle telecamere gli scienziati raccontano con grafici e dati i loro studi, aiutando il lettore a entrare nel “retroscena” delle ricerche. Gli interventi chirurgici, invece, sono le puntate di Or-live: è un canale che trasmette in diretta dalle sale operatorie e dispone di un ampio archivio di filmati. Per chi, invece, ama mettere le mani tra le provette, sono da seguire gli esperimenti raccontati su Jove (Journal of visualised experiments).
Le straordinarie immagini di un documentario sul meccanismo di Antichitera
L’hanno chiamata Omomyc ed è la superproteina costruita in laboratorio che sarebbe in grado di bloccare i tumori. E’ il risultato di uno studio italiano condotto da ricercatori dell’Istituto di Biologia e patologie molecolari del CNR (Roma) in collaborazione con il gruppo di Gerard Evan dell’Università della California a San Francisco e pubblicato su Nature.
La proteina, la cui sperimentazione a oggi è avvenuta solo su topi, sembra capace di indurre una regressione del cancro e rappresenterebbe, secondo Sergio Nasi e Laura Soucket, autori dello studio, la nuova frontiera di terapie mirate contro diverse forme di cancro.
La superproteina ha come bersaglio un’altra proteina, la Myc, responsabile della proliferazione della maggior parte dei tumori. “Si tratta di una sorta di direttore d’orchestra della crescita dei tessuti, anche di quelli sani – spiega Nasi – e si pensava che la sua inibizione avesse effetti devastanti sull’organismo, uccidendo anche le cellule normali. Inoltre non c’erano prove che colpire Myc fosse efficace contro il cancro”. In realtà si è capito che le cose non stanno così.
La Myc agisce in combinazione con un’altra proteina detta Max. Insieme le due molecole interagiscono con altre e regolano l’attività di moltissimi geni. I ricercatori sono intervenuti per bloccare il lavoro di coppia di queste due proteine e, modificando una parte di Myc, hanno ottenuto Omomyc. Quest’ultima “ostacola l’associazione di Myc con Max e ne ridirige l’attività trasformando Myc da molecola che provoca il cancro in una che lo sopprime”, spiegano i ricercatori.
Gli studiosi hanno creato un sistema capace di attivare e disattivare la produzione di Omomyc sia in topi sani sia in topi con cancro al polmone. “Sebbene l’inibizione di Myc in animali sani rallenti la proliferazione di tessuti in rapida degenerazione come pelle e villi intestinali, i topi continuano a godere di buona salute”, concludono gli scienziati.
Un’immagine d’archivio mostra un dottore mentre vaccina una ragazza contro l’influenza stagionale
Quante persone sono a letto con l’influenza e dove sono dislocate, quali sono le regioni più colpite dal virus, quanti pazienti subiscono complicazioni, quanti vengono ricoverati, quanti si ammalano pur avendo fatto il vaccino. Tutti questi dati, aggiornati e puntuali, saranno diffusi ogni venerdì mattina dal 10 dicembre a marzo 2009 dalla Simg, la Società italiana di medicina generale, a congresso fino domani a Firenze.
”Il progetto ‘Italia come stai?’ è il primo del genere nel mondo - ha spiegato il presidente Simg Claudio Cricelli - sul quale lavoriamo da anni. E’ realizzato grazie a una rete di medici sul territorio che raccolgono e elaborano i dati riuscendo a fornire quotidianamente lo stato di salute degli italiani. Cominciamo con l’influenza, ma proseguiremo con altre patologie”.
Saranno anche diffusi i dati sull’affluenza negli ospedali, evidenziando quelli che hanno il ‘tutto esaurito’, mentre non verranno forniti i numeri dei decessi legati alle complicanze dell’influenza ”per non diffondere il panico” ha detto Cricelli. ”L’obiettivo è fornire in tempo reale, e con criteri scientifici, informazioni essenziali per il miglior funzionamento del sistema sanitario, per razionalizzare gli interventi concentrandosi sulle necessità del momento e anche aiutare i comportamenti dei cittadini”.
Mentre questo monitoraggio, sicuramente molto utile, viene fatto dai medici che inviano i dati riguardanti i propri pazienti contribuendo a comporre la “mappa” della diffusione del virus, dagli Stati Uniti arrivano i risultati di due ricerche in base ai quali basterebbero i dati anonimi delle ricerche fatte sul web per capire come si diffonde l’influenza nella popolazione. La rivista Nature riporta nel suo ultimo numero le conclusioni di due studi svolti sui motori Google (in collaborazione tra i Centri di controllo e prevenzione delle malattie sparsi in tutti gli Stati Uniti) e Yahoo (svolta dall’Università dell’Iowa e da Harvard) i cui risultati sono quasi del tutto sovrapponibili.
Le ricerche hanno cercato di verificare l’ipotesi che chi ha l’influenza sia portato ad andare a cercare informazioni in merito sul web e così facendo possa contribuire a fornire un quadro della diffusione della malattia. Estrapolando gruppi di termini relativi all’influenza da miliardi di ricerche riferite agli ultimi quattro anni, custodite nei database di Google e Yahoo, e confrontandoli con i dati ufficiali del monitoraggio dell’influenza, gli studiosi hanno fatto due scoperte interessanti: non solo tra le due categorie di dati c’è una corrispondenza quasi perfetta, ma spesso le ricerche sul web anticipavano i dati ufficiali anche di settimane.
In Italia l’uso di internet non è forse ancora così capillarmente diffuso da garantire un’analisi altrettanto affidabile. Del resto nemmeno negli Usa hanno intenzione di abbandonare i tradizionali metodi di monitoraggio delle epidemie. Ma le ricerche svolte su internet, che forniscono dati in tempo reale, potrebbero affiancare proficuamente gli altri sistemi e integrare i dati del Governo.
Il virus dell’Aids
Una nuova ricerca condotta da un gruppo di scienziati americani ed europei coordinati dall’Università dell’Arizona e guidati dal biologo Michael Worobey è riuscita a stimare con maggiore precisione il periodo in cui ha iniziato a diffondersi il virus dell’HIV (Human Immunodeficiency Virus, ovvero il virus dell’immunodeficienza umana, responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita –AIDS). I biologi guidati da Worobey hanno infatti scoperto che il virus è comparso per la prima volta tra il 1884 e il 1924, in corrispondenza della creazione dei primi centri urbani nei Paesi dell’Africa centro-occidentale, e non dopo il 1930, come si era creduto fino a oggi.
Potendo lavorare su un frammento del gene dell’HIV prelevato da una donna di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, deceduta nel 1960, ha spiegato il Professor Worobey in un articolo comparso sull’ultimo numero di Nature, la sua équipe ha potuto confrontare il campione del 1960 con il più antico frammento di gene di HIV disponibile, risalente al 1959 e prelevato da un campione di sangue di un uomo sempre di Kinshasa.
Il fatto di avere a disposizione frammenti raccolti in tempi così ravvicinati ha permesso al gruppo di biologi di calcolare con maggiore precisione i tempi di evoluzione del virus, quando quest’ultimo avrebbe colpito l’uomo per la prima volta, quanto velocemente si é diffusa la malattia e quali fattori ne hanno favorito l’espansione. Valutazioni precedentemente impossibili da fare dal momento che le uniche altre sequenze del gene dell’HIV disponibili erano state raccolte negli anni ’70 e ’80, periodi che rendevano impossibile un confronto con il campione del ’59.
Infine, sempre secondo Worobey, il virus non sarebbe passato dalle scimmie all’uomo nel Camerun ma nel Congo, aiutato proprio dalla forte urbanizzazione che ha caratterizzato il Paese alla fine del 1800.

Si dice doping e subito si pensa agli sportivi che assumono sostanze più o meno legali per aumentare le proprie prestazioni fisiche. A nessuno verrebbe in mente, però, che la pratica sia altrettanto diffusa anche nei più austeri laboratori e centri di ricerca. Sembrerà strano, ma è così: anche gli scienziati iniziano a “doparsi” per migliorare la concentrazione ed essere più “lucidi”, o per combattere i disturbi del sonno in un periodo di particolare sovraccarico lavorativo. Il tutto in un ambiente - quello della ricerca - che sta diventando sempre più competitivo e stressante.
Una conferma di questa tendenza arriva da un recente sondaggio della rivista Nature, secondo cui 1 scienziato su 5 assume frequentemente (e senza alcuna prescrizione medica) farmaci come il Provigil, il Ritalin o il propranololo, indicati rispettivamente per il trattamento della narcolessia, i disturbi da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, il miglioramento dell’efficienza cardiovascolare.
Il test è stato condotto su un campione casuale di 1400 scienziati provenienti da circa 60 paesi. Certo, non è il massimo dell’attendibilità, ma sta comunque sollevando un polverone nella comunità scientifica mondiale: “La crescita dell’utilizzo di stimolanti cognitivi pone una serie di questioni etiche che non possono essere ignorate - spiegano i neuroscienziati Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir dell’Università Cambridge - Sul mercato esistono diversi farmaci per migliorare la memoria e la concentrazione, per tenere sotto controllo i comportamenti impulsivi e il rischio di prendere decisioni. E molti altri sono in corso di realizzazione”.
Per aggirare le visite mediche e i controlli delle farmacie, spesso l’acquisto avviene direttamente online, con poche garanzie, tra l’altro, sulla reale efficacia e senza una piena consapevolezza delle controindicazioni e dei potenziali rischi dati dall’abuso.

Un solo scatto, ma significativo. Migliaia di galassie sono state rappresentate in una mappa tridimensionale elaborata da un gruppo internazionale di ricercatori: la distribuzione e la velocità degli ammassi e dei filamenti dell’universo lontano, collegati in un’immensa “ragnatela cosmica”, potrebbero fornire indicazioni per comprendere le caratteristiche dell’energia oscura. Dieci anni fa, infatti, gli scienziati hanno scoperto che la velocità di espansione dell’universo aumenta nel tempo, un fenomeno inaspettato che potrebbe essere spiegato proprio con l’energia oscura.
La mappa è stata realizzata con un metodo innovativo, utilizzando il telescopio dell’osservatorio astronomico Melipal, uno dei quattro dell’European southern observatory (Eso) in Cile. “Abbiamo misurato come cambiano le velocità peculiari di un campione di galassie in due epoche diverse” osserva Enzo Branchini dell’università Roma Tre, uno degli autori dello studio “finora è stato fatto soltanto per l’universo vicino, cioè a circa dieci milioni di anni luce”. In questo modo i ricercatori hanno elaborato una sorta di zoom in un settore dello spazio. “Calcolando l’effetto distorsivo delle velocità peculiari” continua Branchini “l’ammasso di galassie sembra contenere più oggetti, e le strutture risaltano meglio”. La ricerca, pubblicato questa settimana su Nature, fornisce nuovi strumenti per comprendere l’accelerazione nell’espansione dell’universo che, secondo gli scienziati, è costituto al 74% da materia oscura, al 22% da energia oscura e al 4% di materia ordinaria.
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