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Foto: Flickr
Dal 1° di marzo entra in vigore il divieto di produrre biberon in materie plastiche contenenti bisfenolo A, sancito da una direttiva europea del 28 gennaio scorso. L’alternativa per i neonati europei non allattati al seno saranno dunque i biberon in vetro. Continua
Ai Tropici è più facile che nascano delle femmine. È questa la conclusione principale del saggio pubblicato dalla giovane biologa americana Kristen Navara sulla prestigiosa rivista Biology Letters. Il clima tropicale, caratterizzato da temperature più elevate e giornate più lunghe, provoca nel medio-lungo periodo un’alterazione qualitativa dello sperma e una riduzione statisticamente significativa dell’aborto spontaneo che, insieme, facilitano il successo delle gravidanze rosa.
Dopo aver confermato ancora una volta che il feto femminile è meno fragile di quello maschile (e a dimostrarlo basta ricordare che, storicamente, in tutti i periodi che i biologi hanno classificato come di forte “stress ambientale”, conflitti inclusi, il numero di neonate ha superato in maniera significativa quello dei neonati), la studiosa americana ha sostenuto che proprio a causa della sua debolezza il feto maschile subisce più di quello femminile le alterazioni ambientali.
Fino ad oggi gli esperti in materia si erano limitati a ipotizzare che il tasso di natalità maschile e femminile potesse variare a seconda delle latitudini, e nonostante molti studi regionali siano già stati pubblicati, nessun ricercatore aveva mai azzardato un’analisi dei dati statistici relativi all’intero pianeta. Dai laboratori dell’Università della Georgia Navara lo ha fatto, prendendo in esame i numeri relativi ai tassi di natalità di 202 Paesi in un periodo di dieci anni. A livello globale la maggioranza dei neonati continua ad essere di sesso maschile (51,5%), ma in tutte le zone più vicine all’equatore queste percentuali calano al 51,1%, mentre l’unico Paese in cui sono le bambine ad essere sovrarappresentate nelle nascite è la Repubblica Centraficana. Il maggiore equilibrio tra il sesso dei neonati rimane costante dal punto di vista della latitudine, senza essere influenzato dalle differenze socio-economiche e culturali che contraddistinguono l’Africa, l’Asia e l’America Latina. Quanto basta per smentire chiunque volesse giudicare i risultati della ricerca come il frutto di coincidenze.
Una mamma allatta il suo bambino
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una massiccia campagna per il ritorno delle madri all’allattamento al seno dei propri bambini. Innumerevoli studi ne hanno dimostrato i benefici per il piccolo in termini di protezione da malattie e prevenzione dei più vari disturbi, obesità in testa, oltre a metterne in evidenza il ruolo chiave per la relazione tra mamma e bebè. Anche l’allattamento al seno non è però del tutto privo di rischi.
Il pericolo si chiama disidratazione ipernatremica, una patologia rara ma potenzialmente fatale, che ha luogo quando il neonato, nei primi giorni di vita, non assume una quantità sufficiente di latte, con conseguente incremento del livello di sodio nel sangue che richiede un tempestivo processo di reidratazione, per scongiurare danni cerebrali e, talvolta, la morte. Poiché non è sempre facile decifrare in tempo i sintomi di questa rischiosa condizione, nei prossimi 13 mesi i medici inglesi e irlandesi dovranno riferire ogni quattro settimane alla British Paediatric Surveillance Unit, ente attivo dal 1986 nel monitoraggio delle malattie rare pediatriche, il numero di neonati che sono stati colpiti dalla patologia. Come ha dichiarato Sam Oddie, il medico che coordinerà lo studio, solo comprendendo esattamente le dimensioni del problema sarà possibile fronteggiarlo adeguatamente, a partire da opportuni servizi di consulenza per le madri che allattano. I casi più gravi di disidratazione ipernatremica tendono infatti a coinvolgere madri alla prima gravidanza, che per comprensibili ragioni affettive, oltre che per l’enfasi che è stata posta dai pediatri sull’allattamento al seno, di solito sono altamente motivate a preferirlo a quello artificiale. Tuttavia, le prime settimane di vita del bambino sono quelle da tenere attentamente sotto controllo, per esempio con programmi sanitari di sorveglianza del peso del neonato che, se diminuisce in misura superiore al 10 per cento di quello registrato alla nascita, potrebbe segnalare che qualcosa non stia andando nel verso giusto, a causa di un apporto insufficiente di latte che in alcuni casi può anche essere dovuto all’incapacità del neonato di poppare correttamente.
Non c’è motivo di interrompere l’allattamento al seno per passare a quello artificiale, ma è bene ribadire l’importanza dell’assistenza alle mamme, soprattutto a quelle alla prima esperienza, per rendere questo compito, di per sé già faticoso, più semplice. Controllare che il bambino si attacchi al seno nel modo corretto e che si nutra in maniera adeguata rientra tra i compiti del personale dell’ospedale presso cui la donna ha partorito. Nessun timore allora nel rivolgersi alla struttura ogni volta che si ha qualche dubbio sull’allattamento e più in generale sullo stato di salute e i ritmi di crescita del bebè.
La Commissione per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare cinese (NPFPC) ritiene che nella Repubblica popolare il numero di neonati che vengono alla luce con “difetti fisici” sia in costante aumento per colpa dell’inquinamento. Per lo staff del Centro medico della Columbia University, i “difetti fisici di nascita” comprendono problemi di salute o anomalie fisiche riscontrabili nei neonati subito dopo il parto. Possono essere anomalie curabili con una terapia poco impegnativa, ma anche difetti in grado di pregiudicare seriamente la salute del bambino.
Secondo Jiang Fan, vice ministro della NPFPC, in Cina il numero di neonati con difetti alla nascita è in aumento sia nelle città che nelle campagne, ma il suo diretto superiore, Li Bin, ha precisato con fierezza che il Governo è già intervenuto in maniera massiccia per migliorare questa situazione permettendo alle donne di beneficiare di esami sanitari gratuiti, pur senza rivelare ulteriori dettagli.
Hu Yali, docente dell’università di Nanjing, crede che in Cina l’inquinamento sia responsabile per almeno il 60% di queste anomalie, e lo dimostrerebbe il fatto che nello Shanxi, regione piena di miniere di carbone e raffinerie chimiche, sia stato registrato il numero più alto di casi di “difetti fisici di nascita”, nello specifico di anomalie cardiache, casi di palato spaccato e di idrocefalia o acqua sul cervello. Ancora, uno studio condotto a Yale ha rilevato che l’inquinamento dell’aria (e in particolare la concentrazione di monossido di carbonio, ossido di nitrogeno e particolati PM2.5 e PM 10) facilita la nascita di bambini sottopeso. Alla Columbia, invece, è stato scoperto che l’eccessiva esposizione ad agenti inquinanti derivanti dalla combustione provoca anomalie cromosomiche nei tessuti del feto.
Pur riconoscendo che dal 2001 al 2006 i “difetti di nascita” nella Repubblica popolare sono aumentati del 40 per cento, colpendo almeno un milione e 200mila neonati, i cinesi non amano diffondere i risultati dei loro studi. Tuttavia, Pan Jianping, docente dell’Università di Xi’an Jiatong, mette in guardia sul fatto che l’aumento dei “difetti fisici di nascita” dei neonati cinesi potrebbe avere ripercussioni a livello di sviluppo economico e qualità della vita qualora nel tempo le anomalie si trasformassero in difetti visibili. In Cina l’apparenza è molto importante, e un difetto fisico rischia di creare un trauma psicologico insuperabile.
Un neonato stringe la mano della mamma
Denise è nata con due gravi malformazioni: la prima le impediva di respirare, e la metteva in immediato pericolo di vita. La seconda, paradossalmente, l’ha salvata: oggi la piccola sta bene, grazie a un intervento record compiuto da una squadra di medici del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano.
Denise, che oggi ha 15 mesi, è nata in un ospedale di Milano con una stenosi laringo-esofagea, e cioè un grave restringimento della trachea e della laringe che le impediva del tutto il respiro. Sarebbe stato impossibile fare una tracheotomia alla neonata, se non fosse nata con una seconda malformazione che le ha salvato la vita: Denise infatti soffriva anche di una fistola tracheo-esofagea, dove in pratica c’era un buco tra il tubo digerente e la trachea. Proprio questo ha permesso ai medici di far respirare la bambina per 4 ore, il tempo di trasferirla alla Clinica Mangiagalli dell’Ospedale Maggiore per eseguire la tracheotomia.
”La presenza di queste due malformazioni, di origine congenita - dicono al Policlinico - è un caso veramente eccezionale: nella letteratura scientifica, a nostra conoscenza, sono riportati solo due casi similari dei quali uno, visto in Giappone, non ha ancora potuto recuperare la completa autonomia respiratoria”. Al mondo, per la sola stenosi congenita, si contano invece solo 44 casi in tutto.
Per subire l’intervento chirurgico che ha poi corretto le due malformazioni, però, Denise ha dovuto aspettare di essere abbastanza grande: per questo è stata affidata alla terapia intensiva neonatale, finché dopo 5 mesi (lo scorso gennaio) ha raggiunto i 6,1 chili di peso.”L’eccezionalità dell’intervento”, si legge nel comunicato diramato dal Policlinico, “è data dal peso estremamente basso della bambina al momento dell’operazione (non si registrano casi simili al di sotto dei 10 kg), dalla scelta chirurgica e dalla contemporanea correzione di entrambe le malformazioni”.
Nel dettaglio l’intervento, che ha coinvolto 10 medici del Policlinico coordinati da Surendra Narne (otorino di origini indiane specializzato in questi interventi, che lavora all’Ospedale di Padova) ha tagliato chirurgicamente il blocco alla trachea (grande un centimetro), ricucendo tra loro le porzioni sane di trachea e laringe. In contemporanea, i medici hanno ‘tappato’ la fistola con la chirurgia plastica, chiudendo quindi il buco tra la trachea e l’esofago.
Un mese dopo, a febbraio, alla piccola è stato tolto il tubicino che la faceva respirare, in attesa che le ferite operatorie si rimarginassero. Dimessa a luglio, ora Denise respira normalmente e ha iniziato a mangiare: della sua brutta avventura le rimane solo una piccola cicatrice alla base del collo, che presto scomparirà, e la bimba potrà vivere e crescere in modo normale.
Nei Paesi industrializzati è la prima causa di decesso per i bambini fino a un anno di età: la sindrome di morte improvvisa del lattante (Sids). Da tempo gli scienziati ipotizzano che un fattore di rischio genetico siano le alterazioni di una neurotrasmettitore, la serotonina. Ma cosa può influenzare queste variazioni tanto da essere letali? Un team di ricercatori del laboratorio Embl di Monterotondo ha osservato su topi geneticamente modificati che l’iperespressione del recettore Htrla (in grado di regolare il rilascio della serotonina da parte dei neuroni) determina un controllo difettoso del sistema cardiaco, della termoregolazione e della respirazione: per esempio, a basse temperature gli animali non sono stati capaci di produrre calore attraverso il tessuto adiposo bruno.”L’alterazione del sistema della serotonina nel cervello ha avuto come conseguenza la morte delle cavie, dal 50% fino al 70% con il passare dei giorni” dice a Panorama.it Enrica Audero dell’Embl. E i loro sintomi sono simili a quelli dei casi di sids. Lo studio è stato pubblicato su Science.
Ma la lista di indiziati per la “morte in culla” è lunga. Osserva Raffaele Piumelli dell’ospedale Meyer di Firenze: “Esiste un rischio legato a tre fattori. Una vulnerabilità biologica, probabilmente di origine genetica. L’attraversamento di una particolare fase dalla vita, soprattutto nel secondo e nel quarto mese. E, inoltre, situazioni scatenanti: dal fumo all’abitudine di far dormire i bambini a pancia sotto”. L’Accademia americana di pediatria consiglia di far riposare i bambini con la schiena rivolta verso il letto (”Back to bed”, è lo slogan in inglese): una campagna che negli Usa è riuscita a ridurre il tasso di mortalità dei neonati. Ma è stata criticata anche la condivisione di letti tra genitori e neonati (bedsharing). A breve saranno pubblicate in Italia le raccomandazioni sulle misure preventive da seguire per prevenire il rischio di sids. “La ricerca genetica non ha ricadute immediate” osserva Piumelli “ma rappresenta un passo verso la comprensione del sistema nervoso centrale”.

I bimbi prematuri possono restare ricoverati nel reparto di terapia intensiva anche per un mese e mezzo. Durante questo tempo ai genitori verrà concesso di vederli per qualche ora al giorno. Ma al San Filippo Neri di Roma, ospedale di riferimento regionale, arrivano bambini da tutta la regione Lazio, i cui genitori quindi hanno maggiori difficoltà a spostarsi per seguire il proprio piccolo in attesa della dimissione. “Anche per questo abbiamo inaugurato il servizio di webcam sul sito Nati oggi“, spiega Stefano Anania, direttore della struttura complessa di Neonatologia e terapia intensiva. “Registrandosi al portale e inserendo il proprio indirizzo di posta elettronica, si ottiene una password univoca che permetterà di vedere il proprio piccolo grazie a una webcam posta sull’incubatrice”.
Al San Filippo Neri ruotano nel reparto di terapia intensiva circa 100 pazienti all’anno. Si va dai gravemente prematuri, nati alla 23° settimana, fino ai lievemente prematuri, nati a 34 o 36 settimane. “A volte la donna partorisce, magari con un cesareo, in un’altra struttura e il neonato viene subito portato qui e messo in terapia intensiva”, racconta Anania, “quindi la madre non fa letteralmente in tempo a vederlo dopo averlo dato alla luce. Abbiamo avuto il caso di due gemellini, la cui madre era ricoverata altrove: il padre le ha portato in ospedale un computer portatile attraverso il quale ha potuto finalmente vedere, grazie alla webcam, i gemelli”.
Il sevizio è partito il 1° febbraio e fino ad ora i commenti sono stati entustiatici: “i genitori sono contenti ci ringraziano, sono commossi”, spiega il primario, “ma stiamo mettendo a punto un questionario per valutare un po’ meglio l’impatto psicologico dell’iniziativa e capire, ad esempio, se non possa essere per alcuni fonte di ansia, invece che uno strumento per tranquillizzarsi”.

Negli Stati Uniti, la pelle dei bambini è un terreno di scontro scientifico. Secondo uno studio apparso su Pediatrics, coordinato da Sheela Sathyanarayana, medico dell’ospedale pediatrico di Seattle, la salute dei più piccoli è minacciata dai prodotti più comuni utilizzati per la loro igiene, come talco, lozioni e shampoo. Essi contengono infatti gli ftalati, composti chimici di cui sono ignoti gli effetti a lungo termine sulla salute umana, ma che sono sospettati di poter alterare lo sviluppo del sistema riproduttivo maschile. L’analisi delle urine di 163 bambini nati tra il 2000 e il 2005 ha rilevato la massiccia presenza di queste sostanze nell’81 per cento dei soggetti, con una particolare concentrazione nei neonati al di sotto degli otto mesi di vita. Mentre in Europa sono state adottate regole restrittive sull’uso degli ftalati, negli Stati Uniti non è richiesto di indicarne il contenuto sulle etichette dei prodotti per l’igiene personale dei bambini. Ma lo studio che ha lanciato questo allarme è stato messo sotto accusa dal Center for Individual Freedom, ente non profit a difesa delle libertà individuali sancite dalla Costituzione statunitense, che ne paventa la scarsa scientificità, nonostante l’autorevolezza della rivista che lo ospita, a causa di un conflitto d’interessi occultato. La pediatra che ha condotto la ricerca ha taciuto la sua appartenenza al Washington Physicians for Social Responsibility, associazione di medici che si batte per abolire l’uso degli ftalati, secondo la quale sarebbero ammissibili misure precauzionali contro quelle attività che danneggiano l’uomo o l’ambiente, anche quando questo non sia stato ancora del tutto dimostrato scientificamente.
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