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Psicologia dei troll, rompiscatole per vocazione

http://www.flickr.com/photos/crestedcrazy/2098985795/
Provocazioni. Offese. Insulti personali. Tentativi continui di accendere i toni e portare le conversazioni fuori tema. Fin dai primi forum e newsgroup, Internet ha dovuto fare i conti con il fenomeno dei troll. Non parliamo dei folletti mitologici del nord Europa, ma di quegli utenti che approfittano della sostanziale apertura della rete per rovinare il “gioco conversazionale” agli altri. Spesso dando vita a vere e proprie flame war (guerre di insulti), se non si prendono le opportune contromisure (tra cui, l’indifferenza è sempre la migliore arma).
Ma cos’è che spinge un utente ad assumere il ruolo del guastafeste? Sul tema c’è una vasta letteratura e anche un libro in italiano (Troll. Come ho inguaiato Internet), in cui l’autore racconta la sua lunga esperienza di disturbo online presentandosi come “un folletto illuminista che svela il grande inganno della Rete“.
Ad ogni modo, secondo la psicologia sociale il fenomeno dipende in gran parte dal carattere di “de-individualizzazione” tipico di molte interazioni online: l’anonimato e la mancanza di un contatto fisico predispongono alcuni utenti a trasgredire le norme sociali con maggiore semplicità. “Da un punto di vista psicologico - spiega lo studioso Nicholas Epley al New Scientist - siamo ‘distanti’ dalle persone con cui parliamo e meno focalizzati sulla nostra identità. Ne risulta la predisposizione a un atteggiamento molto più aggressivo”. A tutto ciò va poi aggiunto anche il carattere ambiguo di molte comunicazioni online (specie quelle testuali), in cui è molto facile interpretare male i toni della discussione (prendendo, ad esempio, per seria un’affermazione scherzosa).
“Non so come potremmo minimizzare gli abusi online - scrive Michael Marshall sul New Scientist - Ma già mi sembra un buon inizio riconoscere che non siamo così bravi a comunicare online come siamo portati a credere. Spesso, io stesso mi devo trattenere dal prenderne parte”. Già, perché anche in rete sarebbe buona norma se tutti gli utenti (troll e non) imparassero a contare fino a dieci, prima di rispondere impulsivamente a un commento o a una mail.

Wikipedia volta pagina. Ma solo in Germania, per ora

http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Wikimedia-logo.svg
Libera o autorevole? Dopo le polemiche di questa estate, non sembra esserci più pace per Wikipedia. Ad essere messa sotto accusa è proprio la formula dell’apertura indiscriminata a chiunque, che pure fino ad ora aveva permesso al servizio di crescere in numeri e reputazione.
Insieme alla popolarità, però, negli ultimi tempi sono aumentati anche i tentativi di vandalismo o di utilizzo improprio. Tanto che Wikimedia Foundation ha ora deciso di correre ai ripari, anche a costo di adottare soluzioni drastiche e contrarie all’utopia originaria.
Le prime novità in questa direzione sono già in cantiere per l’edizione tedesca dell’enciclopedia. A breve, tutte le modifiche apportate sulle voci dovranno prima passare al setaccio di una serie di “utenti certificati” e poi potranno essere pubblicate.
Si cerca in questo modo di limitare se non altro gli atti di vandalismo più gratuiti, come quelli di chi cancella interi brani di testo o di chi usa Wikipedia per portare avanti le proprie battaglie ideologiche e politiche.
Difficilmente, però, questa soluzione potrà essere importata in tutte le versioni locali. In Germania - ha spiegato Erik Möller di Wikimedia Foundation al New Scientist - la gerarchizzazione degli utenti è ben accetta, a fronte di una maggiore qualità. Lo stesso discorso non vale per l’edizione inglese, dove la community è più incline ad un approccio democratico.
Ad ogni modo, per ogni lingua è allo studio la creazione di due diverse enciclopedie, che conviveranno una accanto all’altra: una versione completamente libera, più caotica, meno affidabile ma anche più ricca e aggiornata; e un’altra più chiusa ed esile, ma certificata da editor che assicureranno un alto standard di qualità (sull’esempio di Citizendium).
Come dire, è finito il tempo dell’utopia egalitaria: le strade dell’apertura e dell’autorevolezza non sempre procedono in parallelo.

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