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Trasformare lo specchio in cui ci guardiamo ogni mattina in una superficie multimediale interattiva, in grado di mostrarci previsioni del tempo, gli appuntamenti del giorno, la rassegna stampa mattutina e informazioni sul proprio stato di salute. A pensarci bene, l’idea è piuttosto banale, ed era ovvio che prima o poi qualcuno ci avrebbe pensato. Quello che non era tanto ovvio, è che a svilupparlo sarebbero stati i laboratori di ricerca del New York Times.
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(Credits: Pigi Cipelli)
di Gianluca Beltrame
Al Corriere della sera si litiga (con tanto di lettere del direttore e scioperi) sul se e sul come i giornalisti della carta stampata debbano scrivere per il web. Intanto, per ora in silenzio, il New York Times «sta vivendo un cambiamento epocale»: Continua
Rupert Murdoch cambia rotta: d’ora in poi sarà a pagamento l’informazione dei suoi siti internet. Il primo sarà il Sunday Times, edizione settimanale del Times che nelle edicole inglesi vende un milione di copie. Ma non ha ancora un suo sito internet.
A ruota seguiranno gli altri pianeti della galassia Murdoch: Sun, News of world, il social network MySpace. I visitatori pagheranno per leggere gli scoop sulle star internazionali e le inchieste sulla politica.
Il magnate australiano, finora, non ha dimostrato un gran fiuto per internet: quattro anni fa ha comprato MySpace per 580 milioni di dollari, ma il social network è stato travolto dal successo di Facebook e non è mai decollato in Asia, nonostante l’impegnativa campagna pubblicitaria.
Il punto di partenza per la strategia di Murdoch è il Wall street journal, un quotidiano economico che ha acquistato nel 2007. Su internet è un successo: unisce articoli gratutiti con altri a pagamento. Ma si tratta di informazione economica specializzata.
L’annuncio del numero uno di News corp non è passsato inosservato. Secondo l‘Independent, si è subito allineato al cambio di rotta il Financial Times, principale quotidiano econoimco inglese: ha già 170 mila abbonati su internet, aumentati dell’18 per cento in un anno.
Ancora una volta, il sito web del Financial Times sarà un mix tra informazioni gratuite e a pagamento: dieci articoli al mese da leggere liberamente e gli altri da acquistare online.
La fase di transizione per l’editoria inglese è difficile: il quotidiano Observer rischia di chiudere. Se i giornali del Regno Unito sono decisi a segurie la strada del pagamento online, negli Stati Uniti la cautela è maggiore.
Il New York Times ha chiesto ai lettori come valuterebbero un abbonamento di 5 dollari mensili.
Ha fatto discutere un’intervista rilasciata da Viviane Schiller, ex capo del sito del New York Times, ora passata alla radio pubblica Npr: “Sono una convinta sostenitrice del fatto che non ci saranno grandi quantità di persone a pagare per le news online”. Secondo la Shiller, anche un milione di abbonati non sarebbe sufficiente per il New York Times perché l’accesso a pagamento riduce l’interesse per gli inserzionisti pubblicitari.
Contenuti video inediti da guardare e tracce audio con performance originali da ascoltare e acquistare, per il momento solo per i residenti negli Usa. Questo è MySpace Transmissions, nuova piattaforma del social network che inaugura il servizio con il cantante inglese James Blunt.
Si entra in sala di registrazione con l’autore delle hit “You’re Beautiful” e “1973″ e si butta l’occhio dietro le quinte della realizzazione di un album. Online ci sono 5 tracce audio live di altrettante canzoni di Blunt, incluso il nuovo singolo “Same mistake”, registrate appositamente per MySpace e vari brani video di un’intervista al cantante, fatta in esclusiva per l’inaugurazione di Transmissions.
“Mi dà l’opportunità di entrare in contatto diretto con i miei fan”, commenta Blunt, descrivendo la soddisfazione che prova nel “suonare i miei nuovi pezzi con i ragazzi della band sapendo che i fan sono in grado di ascoltarli in un modo nuovo e unico”.
Un segnale che l’industria ha bisogno di trovare fonti di guadagno alternative alla vendita dei cd, offrendo contenuti che gli utenti siano disposti a pagare? L’iniziativa è cucita addosso alle esigenze di produttori e distributori, tant’è che non esiste, come su iTunes, negozio di musica di Apple, un prezzo fisso per ogni traccia, ma sono i discografici a stabilire pacchetti e prezzi per i propri artisti. I quali trovano qui una platea ampia e molto interessante di ascoltatori: nel solo mese di ottobre, fa notare il New York Times, MySpace Music ha attirato una media di quasi 18 milioni di visitatori unici. Tutti potenziali acquirenti di tracce originali dei propri cantanti preferiti. Con un guadagno anche per MySpace, che incasserà una percentuale, alla quale rinuncia soltanto per questo esordio.

Google prova ancora una volta a rassicurare l’industria del cinema e della televisione, preoccupata dall’avanzata della pirateria tra i tanti contenuti condivisi dal basso.
Ieri l’annuncio di YouTube Video Identification, tecnologia di filtraggio messa a punto nei laboratori di Mountain View per porre un freno alla fin troppo facile condivisione di immagini protette da copyright e, al tempo stesso, evitarsi ulteriori grane giudiziarie (come l’ultima da 1 miliardo di dollari intentata da Viacom).
Sul lungo termine, lo scopo è duplice: da una parte “addomesticare” con le buone una community cresciuta in completa libertà; dall’altra dar vita a una piattaforma di ridistribuzione dei contenuti, economicamente virtuosa sia per le major sia per Google (che ha investito 1,65 miliardi di dollari su YouTube).
La nuova tecnologia si basa su un sofisticato sistema di scansione e comparazione tra le immagini protette da copyright e quelle caricate dagli utenti. Affinché il meccanismo funzioni, le media-company dovranno inviare a Google tutti i contenuti che vogliono proteggere. Mountain View si preoccuperà di estrarre una “impronta digitale” per ogni filmato e conservarla in un archivio. Ogni volta che un utente condividerà un video, scatterà un confronto con le “impronte” conservate nel database. In caso di corrispondenza, il video sarà eliminato nel giro di qualche minuto.
Attualmente il sistema è in fase di test con nove colossi dell’entertainment (tra cui Disney, Time Warner, Viacom), ma presto dovrebbe essere esteso a tutti i produttori di contenuti che chiederanno di aderire.
Al di là della buona accoglienza tra le media company, restano ancora molti dubbi sull’efficacia della tecnologia. Lo stesso Eric Schmidt, Ceo di Google, ha spiegato al New York Times che il sistema non è infallibile: “Il punto è se riusciremo a raggiungere l’80% o il 90%”. Potrebbe non funzionare, ad esempio, con immagini a bassa risoluzione o molto trattate (si pensi ai mash-up).
Altrettanto problematica è la questione del database: per salvaguardarsi, le compagnie si vedono costrette a consegnare anche le immagini che non intendono pubblicare online; da parte sua, Google si troverebbe tra le mani un gigantesco archivio di contenuti.
C’è poi chi, come la Electronic Frontier Foundation, solleva la questione del fair use: il sistema sarà in grado di distinguere tra violazione del copyright e giusto utilizzo (come nel caso di citazioni in documentari, servizi giornalistici, etc)?
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