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Il presidente Usa Barack Obama (Ansa/EPA: Brendan Smialowski)
Jay Olshansky, demografo dell’Università dell’Illinois a Chicago, sostiene che l’idea gli è venuta la scorsa estate quando il cinquantesimo compleanno del presidente Barack Obama è stato accompagnato da una moltitudine di servizi giornalistici, in tv e sulla carta stampata, che mettevano in evidenza quanto apparisse precocemente invecchiato nel corso del suo primo mandato. Ma davvero si è chiesto, i presidenti invecchiano il doppio più rapidamente del cittadino medio? Continua

Petrolio sulla spiaggia di Orange Beach, in Alabama (Credit: AP)
E’ a 160 km dalle coste cubane, raggiungerà il Messico forse per Natale. La marea nera, ormai divenuta emblema di un American way of life dissennatamente anti-ecologico, cessa così di rappresentare un beffardo contrappasso per i cittadini Usa, auto-dipendenti e spreconi, e diventa tanto per cambiare un problema internazionale. Continua

Il regista James Cameron (credit: Lapresse)
Ben prima di sbarcare sul pianeta Pandora, decretando con il suo Avatar il definitivo passaggio del cinema al 3D, James Cameron aveva scandagliato i fondali marini in The abyss e ha esplorato relitti eccellenti in Titanic. A quanto pare questo lo qualifica come esperto di disastri marini, al punto da spingere l’Epa (l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente) a chiedere l’aiuto del regista per risolvere la sempre più intricata vicenda del petrolio finito nel Golfo del Messico. Continua

L’iPad? Uno strumento che può trasformare l’informazione in distrazione. L’affermazione non suonerebbe di per sé così rilevante se a pronunciarla non fosse stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Ma come, il Web Presidente ora ha improvvisamente paura delle nuove tecnologie?
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Barack Obama a Copenaghen (Credit: Ansa)
Quanti anni avrete nel 2050? Io conto di arrivare ai miei 77, mio figlio ne compirà 47 e i suoi figli, se ne avrà, saranno appena adolescenti. No, noi non saremo costretti a vivere su zattere alla deriva, stile film catastrofico Waterworld. Probabilmente non vedremo nemmeno una spaventosa glaciazione come quella descritta nell’altro disaster movie climatico L’alba del giorno dopo. Ma la mancanza di un accordo legalmente vincolante su tagli sostanziali alle emissioni di gas serra, che un vertice lungo 12 giorni e i due anni di negoziati che lo hanno preceduto non sono riusciti a produrre, getta un’ombra sul futuro di tutti noi.
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Alla fine ci sarà anche lui a Copenaghen per cercare di trovare una soluzione al problema dei cambiamenti climatici insieme ad altri 65 leader mondiali e ai delegati di 190 paesi. E Obama si fa precedere dall’impegno a tagliare le emissioni di gas serra del 17 per cento entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005. E’ l’obiettivo contenuto nella legge Waxman-Markey che il Senato Usa deve ancora votare.
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L’Europa chiama, ma gli Usa risponderanno? La risposta a questa domanda è probabilmente quella che deciderà tra fumata bianca e fumata nera ai negoziati di Copenaghen, dove a dicembre il mondo sarà chiamato a trovare un accordo su come frenare il cambiamento climatico. Al recente vertice di Bruxelles l’Unione Europea (qui, in inglese, il testo del discorso del Presidente della Commissione Barroso in Pdf) ha proposto un pacchetto di aiuti ai paesi più poveri per un importo di 100 miliardi di euro l’anno fino al 2020. Ma la Ue non ha intenzione di metterceli tutti di tasca propria e chiede agli altri paesi, e in particolare agli Stati Uniti, di condividere il fardello.
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Barack Obama mentre parla della riforma sanitaria all’università del Maryland (AP Photo/Charles Dharapak)
Barack Obama ha lanciato una nuova sfida a tutti i videomaker del mondo: manda un video per spiegare la riforma sanitaria.
In 30 secondi devi spiegare i i punti salienti della riforma seguendo queste regole.
Hai tempo fino al 18 ottobre 2009. Puoi raccontare una storia, mandare un grafico, creare una presentazione, creare un cartoon, scrivere una canzone. E puoi farlo in modo serio o ironico, purché il messaggio sia chiaro e facile da capire. Ready to go?
A sinistra un embrione umano di 5 giorni e a destra le cellule staminali coltivate sull’embrione. Credit: Ansa
Dopo la decisione presa dagli Stati Uniti di rimuovere il divieto che impedisce a chi fa ricerca sulle cellule staminali di raccogliere fondi pubblici per gli esperimenti, i legislatori della Corea del Sud sono stati messi sotto pressione da tutti quegli scienziati che da tempo aspirano a fare ricerca su staminali umane clonate. Se fino a poche settimane fa il Cominato Nazionale di Bioetica aveva continuato a ritardare una decisione in merito, grazie al precedente americano è sempre più probabile che al massimo entro fine aprile i ricercatori del Cha Medical Institute di Seoul potranno riprendere gli esperimenti sulle staminali generate da embrioni umani clonati.
In Corea la ricerca sulle cellule umane clonate è stata bandita nel 2006, quando le scoperte di Hwang Woo-Suk, un professore coreano che si era guadagnato la fama di pioniere nella materia, si rivelarono fraudolente. Ma i ricercatori del Cha Medical Institute hanno sempre considerato miope la scelta del governo, ritenendo che l’impiego di tecnologie sofisticate sia cruciale per individuare le cure migliori per malattie come il morbo di Parkinson, il diabete e i disturbi spinali e cardiovascolari. La ricerca sulle staminali permetterebbe infatti di individuare dei trattamenti specifici per i singoli pazienti e di ridurre i problemi di rigetto post trapianto. Tuttavia, la distruzione di embrioni umani necessaria per perfezionare il processo di clonazione e il dibattito etico in cui è ingabbiato il principio stesso della clonazione rendono qualunque scelta in quest’ambito particolarmente difficile.
Pale eoliche
Con una serie di direttive firmate il 26 gennaio scorso alla Casa Bianca, Obama non ha perso tempo per fare capire al mondo che gli Stati Uniti erano ormai pronti a giocarsi il loro futuro per preservare l’ambiente del pianeta. Mettendo il cambiamento climatico al cuore della sua riflessione strategica, il presidente americano ha chiesto di anticipare l’applicazione di norme restrittive sul consumo di carburante dei veicoli dal 2020 al 2011.
Ma la partita non si annuncia per nulla facile. Un conto infatti è presentare piani ambiziosi, un altro è convincere il popolo statunitense di stravolgere un american way of life improntato negli ultimi 50 anni sul consumismo più sfrenato. Per Barack Obama è quindi il caso di gettare lo sguardo oltreoceano e rintracciare quei modelli di vita con cui concretizzare il motto “Yes, we can” nell’ambito ambientale.
In Germania, un modello c’è. Bisogna recarsi a Dardesheim, una cittadina di appena mille abitanti conficcata nel cuore della Germania, ma nota tra gli ambientalisti per essere interamente autonoma sul piano energetico. Ogni anno, Dardesheim produce una quantità di elettricità quaranta volte superiore rispetto al suo consumo annuale. A pochi chilometri da lì, dal nulla spunta l’eolica più potente del mondo. Il parco di Druiberg ne conta altre 27, attraverso le quali la regione di Harz intende coprire il fabbisogno elettrico di oltre 250.000 abitanti da qui ai prossimi quattro anni. Ma si sa, il vento non basta. E nemmeno il sole, che pure fa la sua parte. A Dardensheim non c’è edificio che non sia coperto da installazioni fotovoltaiche. Di fronte al Comune, c’è addirittura un contatore che indica la quantità di energia solare prodotta in tempo reale e le emissioni di CO2 risparmiate. E c’è pure una centrale al biogas alle porte della città. Per completare il dispositivo, una centrale idraulica è stata “riallacciata” al parco eolico di Druiberg, consentendo ai residenti locali di poter contare su due enormi cisterne pronte a entrare in moto e fornire alla popolazione l’elettricità non appena calano il sole o il vento. Il successo registrato a Dardesheim ha convinto lo Stato federale di espandere questo modello ecologico alla regione di Harz con una sovvenzione pari a 10 milioni di euro.
Non è un caso se progetti di questo tipo nascono in un land tedesco. La Germania è tra i paesi più all’avanguardia sul fronte ecologico. Non a caso, Berlino è stato uno dei più “feroci” sostenitori dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena). Dopo anni di sforzi contrastati da numerosi ostacoli politica (tra cui l’opposizione dell’amministrazione Bush), Irena è stata lanciata il 26 gennaio scorso a Bonn. Con un budget annuale di 25 milioni di euro, l’agenzia ha per missione di abbandonare l’era del “tutto carbone” sostituendo le attuali fonti energetiche con l’energia solare, quella eolica, la biomassa, i biocarburanti e la geotermia.
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