Il pomodoro viola (il frutto ogm che ha due geni del fiore Bocca di leone) è un anti-cancro. Più precisamente, produce le antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi che nei topi (anch’essi manipolati per essere meno difesi dal cancro) ha dimostrato di tenere lontano il tumore. Lo sostiene Umberto Veronesi. E lo ripete Mario Pappagallo sul Corriere della Sera. Che, in un lungo articolo del 27 ottobre, mette in evidenza i promettenti risultati dello studio europeo Progetto Flora, cui partecipa l’Ieo. E, in una manciata di righe a conclusione dell’articolo, precisa: “I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un ogm, e il Nero di Crimea, anch’esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c’è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom Anto finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca): non è un ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia”.
Ma allora il pomodoro ogm con le antocianine per difendersi dal cancro c’è già in natura? Parte della comunità scientifica si interroga.
“Perché impiegare così tante risorse in uomini e denaro solo per produrre chimere, in questo caso vegetali, per ottenere le stesse cose già presdenti in natura, in particolare nei mirtilli e in molti altri frutti di bosco?” si domanda Fabio Firenzuoli, presidente dell’Associazione nazionale medici fitoterapeuti e docente di fitoterapia clinica all’università di Firenze. “Perché trasformare il pomodoro in mirtillo, senza sapere quale possa essere il reale vantaggio? Quale comitato etico” si chiede ancora Fiorenzuoli “autorizzerebbe mai uno studio sui benefici di questi prodotti quando abbiamo a disposizione le stesse sostanze in frutti sicuri?” e ancora: “Chi mai ci garantisce della loro innocuità se mangiati per lunghi periodi? Meglio impiegare i soldi per spiegare alla gente che cos’è un’alimentazione sana”, conclude. Tanto più che “Il pomodoro viola non sarebbe mai consumato da chi sa mangiare perché ha un sapore sgradevole”, aggiunge Nicola Uccella, professore di chimica organica all’università della Calabria. “Il pomodoro viola, in una qualsiasi campagna del nostro Paese, non potrebbe mai crescere” commenta “Il pomodoro non ogm è buono perché contiene licopene, che dà il colore rosso ai pomodori, è benefico per tutto l’organismo e difende in particolare dal tumore alla prostata” dice il professor Uccella, invitando infine a “Non seguire gli imbrogli della pseudoscienza”.
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FORUM: Pensate che possano esserci ogm “buoni” e “cattivi”? Lo mangereste il pomodoro manipolato geneticamente?
Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Nicola A. Uccella, professore di chimica organica all’università della Calabria. Una cronaca semi-seria di reminiscenze oniriche, dove le notizie sul pomodoro ogm che combatte il cancro si animano in una commedia di Edoardo De Filippo
Di Nicola A. Uccella
Avevo riposato poco, e molto male, per tutta la nuttata. Mi avevano assalito le immagini di Eduardo de Filippo, di Nicodemo, il preside mio cognato, e di Umberto Veronesi, l’oncologo trendy, attivo nel promuovere gli OGM. Li voleva a tutti i costi anche sulla mensa imbandita dei mediterranei nazionali, e pure dell’Italia-Calabria, come nella memoria e nell’identità culturale, ereditate dalle antiche genti d’Oinotria. Poi, all’alba, e solo a mente fresca, meglio schiarita al mattino seguente, dopo una tazzulelle e cafè, corroborante all’amaro dei biofenoli, ero riuscito a collegare le origini oscure del turbamento notturno. Il sonno, di solito profondo, era stato disturbato, nel file neuronale, dalla memoria compulsiva, poi sfociata nell’incubo. La motivazione era stata la notizia eclatante, sparata, alle masse inconsapevoli e recettive, con la forza della comunicazione dei media, su tutti i TG nazionali, su tutte le prime pagine dei più prestigiosi quotidiani d’Italia.
Era stata una tempesta esistenziale, abbattutasi sul rischio ragù, ad assillare il mio riposo notturno. A Norwich, il John Innes Centre, per altro una valida struttura di ricerca da me stimata e frequentata, era stato in grado di sovvertire la natura. Il pomodoro rosso era stato trasportato sulle caravelle di Colombo. Poi, con gli ebrei in fuga dalla Spagna inquisitoria, era giunto a Livorno. E, solo quando era arrivato nel Mezzogiorno, alla Napoli verace, era divenuto il re dei sughi d’eccellenza. Era stato il condimento nella prima pizza rossa al licopene, la marinara, quindi trasformata in una patriottica margherita, col bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro licopenico e il verde del basilico. Era raccolto fresco, nei prati della Mesca Valley, strappato e mai tagliato per spargerlo sulla pizza solo dopo il forno a legna, ben ravvivato dalla mitica Ninfa fluviale.
Il licopene non era il pene del licantropo, ma un terpene, non polare di solo idrogeno e carbonio, un carotenoide, fitomolecola priva d’ossigeno. Al licopene, s’aggiungeva anche il carotene, forse il più conosciuto pigmento, perché faceva bene all’abbronzatura estiva, ed era nelle carote il colore arancione. I pigmenti erano anche la tipica colorazione rosso-arancio nelle foglie d’autunno, svolazzanti alle brezze delle prime ventosità, nei già verdi, ma ancora ombrosi campi della solita Mesca Valley.
Le molte proprietà fisiologiche e gli importanti effetti, nei vegetali e negli altri organismi, durante i processi fotosintetici, svolgevano un ruolo centrale. Infatti, partecipavano alla catena di trasporto dell’energia, e proteggevano dalla reazione d’ossidazione. Negli organismi non fotosintetici, invece, esercitavano un’importante funzione nei meccanismi anti-ossidativi. La loro particolare struttura fitomolecolare li rendeva capaci di legare ed eliminare i radicali liberi, con effetto vitale nel sistema immunitario dei vertebrati, come anche dell’Homo sapiens. E l’epidemiologia aveva fatto risaltare i loro livelli fisiologici. Il ß-carotene e il licopene inducevano più bassi rischi nel contrarre il cancro ai polmoni e alla prostata nell’Homo e la capacità di sopprimere la crescita delle cellule tumorali mammarie.
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A cancellare il tutto c’aveva pensato Cathie Martin, nell’équipe dei laboratori nell’East Anglia. Aveva creato il pomodoro viola, coltivato in serra, ma non accessibile ai solchi tracciati con saggezza dal fattore romantico nella Mesca Valley. E aveva pubblicato il risultato della sperimentazione su Nature Biotechnology. Per verità, non era una novità assoluta, sul piano naturale e nemmeno biotech. Alcuni pomodori di colore scuro esistevano già. In natura, c’erano i Neri di Crimea, gli altri erano solo trans-genici, i Kumato e i Sun Black. Gli ultimi erano stati ottenuti dagli italiani col Tom-Anto, tomato-antociani, finanziati dal MUR nazionale. Ma erano stati relegati nell’oscurità più assoluta, anche se gli antociani erano concentrati solo nella buccia.
E allora perché tanta risonanza al progetto Flora e forse solo in Italia? I viola erano assurti alla fama nazionale, celebri solo perché proposti come una frontiera di novello cibo-farmaceutico, un nutraceutical, nutritional-pharmaceutical, anticancro prescrizionale e brevettabile, perché c’era di mezzo lo IEO, Istituto Europeo di Oncologia, collegato alla Fondazione Umberto Veronesi. E così, il suo bel viso rassicurante era divenuto testimonial, apparso su tutte le TV, a tutte le ore della giornata, ma anche della nuttata. E a me aveva procurato gli incubi notturni. La notte avevo sognato con ansietà anche Eduardo de Filippo, nella sua commedia Sabato, domenica e lunedì. Mi era apparso sfrondato di ogni soverchiante connotazione ambientale. Era proiettato nel vuoto rarefatto del sonno veglia, dopo la fase REM. Era limpidamente scarno, asciutto, quasi alle soglie di una evanescente sospensione nano-molecolare di fullereni. Vagamente metafisico. Il protagonista del mio incubo notturno, sino alle 3,30 del mattino, era decantato da ogni eccesso folklorico verace, pittoresco. Ricondotto all’essenzialità, era in un’assoluta dimensione di purezza, fra il sorriso sarcastico e la pietà compassionevole rivolti a un buon-uomo, come me, dopo la grande innovazione del pomodoro viola.
Evidenziava la sua umana tenerezza nei confronti della fragilità dell’Homo edens moderno. E la sua figura spettrale nel mio sogno ricalcava virtuoso il fulcro drammaturgico ed emotivo del rito verace, tutto partenopeo, del pranzo domenicale. A me era già noto attraverso Nicodemo, sempre operativo all’alba, pronto a preparare il suo sontuoso ragù, ribollente a piccoli lenti flop, col coperchio appena sfasato. La scena dell’incubo era stata la realizzazione della ricetta post-colombiana, segnale della festa familiare, intorno alla mensa del sissitio, istituito 3.200 anni fa da Italo, mitico re delle antiche genti Oinotrie, come citato da Aristotele. Era tutta concentrata nella situazione tipicamente eduardiana, ma, in tale frangente, ben interpretata da Nicodemo, l’italico di Calabria. Era la cottura del ragù, un concentrato di radici antropologiche, di continuità dei valori familiari, di Mnemosyne proustiana, di sapienziale poter matriarcale. (…) E il ragù diventava viola cangiante, e non più rosso fuoco licopenico.
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Un tempo, il viola della Quaresima era accetto solo in serra e distribuito in farmacia. Il pachino, il ciliegino, il sammarzano, il belmonte, il pennulo e il seccagno, per non dire il pomodorino di culo, cresciuto tra i pampini delle viti, erano salvi tutti.
Badate bene italici, non seguite i falsi profeti di sciagura gastronomica! Serbate la vostra identità territoriale e rispettate l’alterità, anche a tavola! A noi il rosso, a loro il viola! Così, adda a passà a nuttata!
Migliorare lo sfruttamento della biodiversità vegetale per mezzo della genomica e delle biotecnologie vegetali. È l’obiettivo che si pone la piattaforma tecnologica “It-Plants for the future“, presentata a Roma e che aderisce all’omonimo progetto europeo, nato nel 2003 e formatosi nel 2005 con la prima agenda di progetti di ricerca in genomica vegetale, settore trascurato nell’ambito dei finanziamenti erogati dal Settimo Programma Quadro 2007-2013. Il documento programmatico italiano lancia cinque sfide: una produzione sufficiente di alimenti salubri, ivi inclusi i mangimi per la filiera zootecnica; le piante come fabbriche di energia; il miglioramento, in termini di sostenibilità, dell’agricoltura, della silvicoltura e del paesaggio agrario; il rilancio della ricerca di base di settore, in particolare alla genomica fino al lancio di spin-off; la competitività della filiera agroalimentare, nel rispetto delle scelte del consumatore e del quadro legislativo. “La genomica vegetale, nata dall’integrazione di genetica, biologia molecolare e bioinformatica, offre interessanti opportunità per ottenere piante più resistenti alle avversità naturali” sottolinea Roberto Tuberosa, docente di Biotecnologie delle piante coltivate all’Università di Bologna e coordinatore del comitato scientifico della piattaforma “Grazie ad essa si potranno offrire al consumatore prodotti più salubri, di elevata qualità nutrizionale e meno costosi. Compresi i biocombustibili da piante non-food per un’energia più pulita”.
La piattaforma italiana è coordinata da Silvio Ferrari, presidente dell’Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici (Assalzoo), e da un comitato scientifico composto da 15 membri e oltre 90 consulenti, tra cui l’Inran, il Cnr, l’Enea, l’Università di Bologna e Assobiotec. L’appello che i sostenitori di “It-Plants for the future” rivolgono al governo è di favorire, anche attraverso finanziamenti appropriati, un’ampia collaborazione tra istituzioni, accademia e industria, al fine di ridare slancio alla ricerca italiana e garantire la competitività e la redditività sia della catena agroalimentare sia di quella agroindustriale, preservando la biodiversità e la sostenibilità a lungo termine. Un appello fatto proprio anche da Roberto Gradnik, presidente di Assobiotec, l’associazione di Federchimica che rappresenta le imprese biotecnologiche. “Ancora una volta un vasto gruppo di scienziati italiani si mostra concorde nel ritenere insostenibile per il nostro sistema agroalimentare una politica che non incentivi le applicazioni biotecnologiche” sostiene Gradnik “Una delle cause dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari è legata proprio all’abbandono della ricerca scientifica sui prodotti agricoli. Tra il 1980 e il 2006 i finanziamenti dei paesi occidentali per progetti sul miglioramento delle coltivazioni sono passati da 6 a 2,6 miliardi di dollari” spiega ancora Gradnik “Il primo passo da compiere in Italia è semplicissimo: il ministro dell’Agricoltura ripresenti subito quei 9 protocolli sperimentali sugli ogm bocciati lo scorso anno dall’ex ministro dell’Ambiente, nonostante il parere positivo espresso da un comitato di tecnici esperti dei due ministeri coinvolti e delle regioni”.
È arrivato a marzo il primo sì del dipartimento americano dell’Agricoltura per la produzione di riso modificato con geni umani. A produrlo sarà la Ventria Bioscience, una società californiana che coltiverà il suo speciale raccolto in Kansas. Li chiamano pharma crop, ovvero “raccolti farmaceutici” e si tratta di piante di vario tipo che vengono modificate geneticamente per produrre particolari proteine da estrarre e utilizzare per produrre farmaci o alimenti addizionati.
Il riso della Ventria Bioscience dovrebbe contenere due proteine che si trovano nel latte materno, ma anche nelle lacrime e nella saliva, lattoferrina e lisozima, e hanno proprietà protettive, antibatteriche, antivirali e antimicotiche. Insieme agiscono sinergicamente potenziando il proprio effetto e possono avere un ruolo interessante nella cura di disturbi gastrointestinali anche gravi. L’azienda cita studi che ne confermerebbero l’efficacia nel trattamento della diarrea acuta, prima causa di mortalità infantile a livello mondiale.
A scatenare polemiche è sempre il rischio di contaminazioni, tutt’altro che remoto: a febbraio Greenpeace ha denunciato che il 2006 è stato un anno record, con ben 24 segnalazioni. Il rapporto mostra una mappa del mondo che mette assai bene in evidenza quanto il problema sia globale. Ma questo non ferma, per ora, la produzione del riso Ogm.
Presto i prodotti bio potrebbero essere un po’ più bio. Nel senso che, perché siano certificati e venduti come biologici, la soglia di contaminazione accidentale degli Ogm non dovrebbe superare lo 0,1 per cento. Lo stabilisce una proposta del Parlamento Europeo votata a maggioranza la settimana scorsa con il plauso unanime delle associazioni europee dei consumatori”.
“Lo 0,1 per cento è in realtà un compromesso tecnico-politico che identifica il limite di rilevabilità” spiega Luca Colombo, esperto di Ogm per il Consiglio dei diritti genetici. “Si è individuato nello 0,1 per cento un valore indicativo che a volte viene associato alla sensibilità strumentale. A volte infatti, possono esserci delle polveri che fanno scattare la positività. Con lo 0,1 per cento in molti hanno inteso la possibilità di ovviare alla cosiddetta falsa positività”. Considerato che il limite precedente era dello 0,9 per cento, è facile immaginare come la nuova legge possa rivoluzionare il settore (Leggi: Le tappe della storia degli Ogm). Ma, in realtà, il dibattito su questo tema delicatissimo, sia a livello scientifico sia a livello politico (anche sul web), è ancora aperto. Lo stesso Parlamento, infatti, ha deciso di rimandare in Commissione agricoltura il testo della proposta. Cioè, laddove i sostenitori del limite allo 0,9 per cento potrebbero far valere la loro voce.
Per questo, diverse associazioni europee, tra cui l’Aiab (l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica) hanno raccolto migliaia di firme a sostegno del manifesto europeo contro la contaminazione Ogm del bio. “I consumatori hanno una percezione del cibo biologico come un prodotto sano e completamente privo di Ogm” dice Andrea Ferrante, presidente dell’Aiab. “L’introduzione di una soglia di contaminazione del bio rischia di colpire duramente un settore in continua crescita, in cui l’Italia, tra l’altro, primeggia a livello europeo”.
1 - Negli anni Settanta parte la ricerca nel settore dell’ingegneria genetica. È del ’73 la produzione in vitro della prima molecola “chimerica” di Dna.
2 - Sul finire degli ’80, negli Stati Uniti, vengono prodotte sementi e piante geneticamente modificate, soprattutto soia, mais, cotone, riso. E viene usato per la prima volta il termine “animali transgenici” per indicare gli animali ai quali è stato modificato il patrimonio genetico attraverso l’inserimento di un “gene estraneo”.
3 – Nello stesso periodo si accende il dibattito sull’introduzione di Ogm in ambienti non controllati, cioè fuori dalle serre e dai laboratori.
4 - Nel 1989 la Società americana di ecologia pubblica uno speciale Report sul rilascio degli organismi geneticamente modificati mentre cresce l’onda emotiva intorno all’argomento.
5 - Nel 1992, nel corso della Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, viene proposta alla firma dei Paesi del mondo il testo della Convenzione sulla Biodiversità.
6 - Nel 1994 vengono commercializzati i primi prodotti agroalimentari geneticamente modificati.
7 - Nel 1999 la rivista Nature pubblica una ricerca sugli effetti (nocivi) del polline del mais transgenico ed è polemica.
8 - Nel gennaio 2000 viene proposto alla firma il Protocollo di Cartagena sulla Biosafety. L’accordo stabilisce: l’obbligo di etichettare come geneticamente modificati tutti i prodotti che contengono o sono stati preparati con Ogm, l’obbligo da parte degli esportatori di informare in anticipo se i prodotti contengono Ogm e il diritto da parte degli importatori di rifiutare tali prodotti. Lo hanno firmato 62 Paesi.
9 – Nel 2004 entrano in vigore i nuovi regolamenti europei sull’etichettatura di alimenti e mangimi geneticamente modificati: tutti i prodotti contenenti ingredienti o derivati da un ingrediente che contiene più dello 0,9 per cento di Ogm devono essere etichettati con la dicitura “questo prodotto contiene Ogm” oppure “questo prodotto deriva da Ogm”.

Le zanzare geneticamente modificate potrebbero debellare (o comunque aiutare a sconfiggere) la malaria. Gli scienziati lavorano da anni a questa possibilità, ma i ricercatori Mauro Marrelli e Marcelo Jacobs Lorenza, in uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze, hanno reso un po’ meno lontana questa prospettiva. In laboratorio, hanno spiegato i due scienziati, le zanzare Ogm e resistenti alla malaria si sono infatti rivelate più forti di quelle naturali, che tendono a sostituire nel giro di alcune generazioni. In pratica, se l’esperimento venisse confermato da altri studi si potrebbe pensare di liberare nell’ambiente zanzare, rese immuni alla malaria, che gradualmente andrebbe a sostituire quelle naturali che veicolano l’infezione . I ricercatori hanno reso immuni le zanzare inserendo nel Dna delle cellule del loro intestino una piccola proteina che impedisce lo sviluppo del parassita.
La prudenza però è d’obbligo. Come sottolineato da diversi scienziati, la notizia è di grande interesse perché per la prima volta dimostra che il mosquito non infettato dalla malaria ha maggiori possibilità di sopravvivenza. Si tratta però di un esperimento di laboratorio, a cui dovranno seguire altri studi.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la malaria colpisce ogni anno almeno 300 milioni di persone in tutto il mondo e provoca oltre un milione di morti, nella maggior parte dei casi bambini.