
Uccelli sulla spiaggia a Bay St. Louis, Mississippi (Credit: Ansa)
Nel week-end sono state ritrovate sulle spiagge del Mississippi, tra Bay St. Louis e Biloxi, una ventina di tartarughe marine morte. Secondo gli esperti del centro per lo studio dei mammiferi marini di Gulfport, le tartarughe non avevano la carcassa coperta di petrolio, ma potrebbero esser morte per avere ingerito pesci contaminati. La lista delle specie decimate dalla macchia nera che dalla piattaforma petrolifera inabissatasi al largo ha invaso il Golfo del Messico sembra destinata ad essere molto lunga. Continua

Petrolio nel lambo (Credit: Ansa)
“Un disastro ambientale senza precedenti per l’ecosistema del fiume Lambro che ne pagherà a lungo le conseguenze”. E’ questo il commento di Legambiente allo sversamento, che pare ormai certamente doloso, di migliaia di metri cubi di petrolio e gasolio nel fiume Lambro. La fuoriuscita dai tre depositi della raffineria Lombarda Petroli di Villasanta vicino a Monza è cominciata ieri mattina.
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Donne prendono la loro razione d’acqua ad Haiti.
Meglio un bicchiere d’acqua pieno o la lampadina accesa? Se la popolazione del mondo ha sempre più sete, allo stesso tempo è necessaria più energia per depurare gli scarichi e ottenere acqua potabile. Che nel mondo, allo stato attuale, è prodotta sfruttando come fonte energetica gli impianti alimentati da petrolio e gas naturale. Una spirale di consumi: una nuova rivista pubblicata da Scientific american sostiene che l’umanità in futuro potrebbe trovarsi di fronte a un bivio: scegliere di bere o di usare più elettricità. Certo, una tesi estrema. Eppure, se da un lato gli idrocarburi restano le principali fonti per la generazione di corrente e per il riscaldamento, globalmente sono ancora gli impianti idroelettrici la fonte rinnovabile più utilizzata. Scientific american semplifica con un paragone: per anni gli abitanti del pianeta hanno vissuto consumandone le risorse (è il modello Terra 1.0). La rivoluzione industriale iniziata in Europa ha portato prosperità, ma ha aumentato la voracità dell’umanità (versione Terra 2.0). Ora, sarebbe necessario progettare una Terra 3.0 che unisca i benefici della Terra 2.0 con la sostenibilità ambientale del modello Terra 1.0.
Le risorse di acqua sotterranea
Eppure le profondità del pianeta sono ricche di oro blu: una mappa dell’Unesco ha rivelato dove sono i principali “depositi” di acqua sotterranea, venti volte più abbondante di quella distribuita in laghi, fiumi, ghiacciai. Una ricerca che in dieci anni ha fotografato giacimenti immensi in Amazzonia, in Russia, negli Stati Uniti occidentali e in Africa centrale (qui la cartina in pdf). Ma, allo stesso tempo, gli scienziati delle Nazioni Uniti hanno scoperto 237 bacini sotterranei situati tra i confini di due o più Stati. Situazioni che nel tempo potrebbero diventare esplosive.
Il rap dell’acqua sotterranea
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“Credi che l’inquinamento non ti riguardi? Ripensaci”. Lo slogan del Wwf è più chiaro dopo aver visto il video (in fondo all’articolo). E detto con l’attualità suona così: per stare al sicuro, non basta escludere Santorini dalle mete possibili per la prossima vacanza. Le 400 tonnellate di petrolio riversate nell’Egeo e le 50 addossate sulle coste dell’isola dopo il naufragio della Sea Diamond si faranno sentire anche da noi, per molto tempo.
Il ministro della Marina mercantile greca, Manolis Kefaloyannis, cerca di rassicurare: “Siamo concentrati sulla tutela dell’ambiente, la situazione è sotto controllo”. Ma puntuale arriva la versione del responsabile delle operazioni di bonifica, Vassilis Mamaloukas: “Se le condizioni meteorologiche dovessero cambiare” ha avvertito “potremmo perdere il controllo”.
Mettere una pezza non significa riparare il danno. Secondo Greenpeace “anche in condizioni ideali, con attrezzature appropriate e un intervento tempestivo, non è possibile recuperare più del 20 per cento delle sostanze tossiche rilasciate in caso di incidente”. Spiega Alessandro Giannì, responsabile della Campagna Mare dell’associazione ambientalista, intervistato da Panorama.it: “I disatri navali hanno conseguenze sul lungo periodo, compromettono l’ecosistema marino, investono tutto l’ambiente e riguardano da vicino anche la nostra salute, ma le cause” precisa “non sono soltanto gli incidenti in mare. Questi attirano l’attenzione dei media perché sono macroscopici, ma in realtà la maggioranza delle immissioni di idrocarburi arriva da fonti terrestri, come impianti o trasporti. Si tratta di un flusso silenzioso e invisibile” continua Giannì “che crea una situazione di tossicità cronica e ammala tutti i mari del pianeta. E tra tutti il Mediterraneo è il mare più inquinato al mondo”. A scanso di equivoci, se qualcuno se ne preoccupa soltanto prima di fare un tuffo, il responsabile della Campagna Mare ricorda che “le sostanze tossiche finiscono nel plancton, il nutrimento dei pesci, e quindi arrivano dritte dritte sulle nostre tavole ogni giorno”.
Una ricetta ci sarebbe secondo Greenpeace. “Passare a fonti rinnovabili perché il petrolio è troppo inquinante e pericoloso”. Come risultò chiaro l’estate scorsa, durante il conflitto tra Israele e Libano, quando un bombardamento israeliano ha colpito la centrale elettrica di Jieh a 28 chilometri da Beirut, facendo finire in mare circa 15mila tonnellate di olio combustibile pesante. I venti hanno poi fatto il resto, portando la marea nera a lambire addirittura le coste della Siria.
Solo nell’ultimo anno, si sono avvicendate tre tragedie ecologiche, tutte di enormi proporzioni, in luoghi lontanissimi tra loro. Nelle Filippine, nell’agosto 2006, affondava la petroliera Solar I con a bordo oltre 2 milioni di litri di olio combustibile. Più di 200 mila litri di olio nero e catramoso si sono riversati in mare per quello che è stato definito il peggior disastro ecologico da petrolio nella storia del Paese. La nave, affondata in acque profonde, è ora una bomba ecologica a orologeria: nelle sue stive ci sono ancora 1,8 milioni di litri di veleni. Pochi giorni prima, al largo della costa indiana, la petroliera giapponese Bright Artemis si scontrava con una piccola nave cargo. Risultato: oltre 4.500 tonnellate di greggio nelle acque tra Sumatra e Sri Lanka. Nel marzo dello stesso anno, il più grande impianto di estrazione del Nord America, Prudhoe Bay, aveva rilasciato nell’ambiente oltre un milione di litri di petrolio a causa di una falla nelle condutture di un oleodotto. Un evento tutt’altro che straordinario, perché, come avverte sempre Greenpeace, “l’estrazione del petrolio è continuamente accompagnata da perdite delle condutture, esplosioni più o meno gravi, incidenti, infortuni e anche morti tra i dipendenti”.