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L’Italia nella sporca dozzina dello spam

http://flickr.com/photos/maguisso/1205113333/
E’ il 2004 e un Bill Gates più ottimista del solito annuncia al World Economic Forum di Davos la morte dello spam: “Tra due anni sarà un problema risolto”. Mai profezia tecnologica fu meno azzeccata. Quattro anni dopo la spazzatura elettronica prolifera incontrastata in ogni angolo di Internet. Più che l’eccezione è ormai la regola con cui siamo costretti a convivere in tutte le nostre attività online. Basti pensare che 9 mail su 10 sono posta indesiderata. Pillole ormonali, diplomi di master, erbe miracolose, conti in banca bloccati: dietro a una fantasia così fervida si nasconde un vero business che alimenta un’economia sommersa sempre più florida. E’ per questo che a fronte di filtri sempre più intelligenti e mirati, gli spammer non fanno che rincarare la dose ed escogitare nuove trappole per aggirarli. In questa battaglia, un un ruolo da protagonista (in negativo) lo sta assumendo anche l’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Sophos, software-house specializzata in sicurezza informatica, nella sporca dozzina dei paesi con il maggior numero di messaggi indesiderati ha fatto il suo ingresso anche il nostro paese, da cui parte più del 3,5 per cento di tutte le informazioni-spazzatura. Certo, siamo ancora un bel po’ distanti da Stati Uniti (21 per cento) e Russia (8,3), ma è quanto mai importante tenere alta la guardia. Anche perché questi dati non vogliono assolutamente dire che in Italia si concentra un alto numero di spammer. Significano, piuttosto, che i nostri pc sono facile preda di attacchi: “Il balzo in avanti in classifica conferma che sono purtroppo ancora numerosissimi i computer italiani sprovvisti di protezione che consentono agli hacker di infiltrarvisi e di trasformarli in zombie da cui inviare spam e malware”, conferma Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia.
E’ per questo che, al di là degli opportuni (e sempre insufficienti) filtri anti-spam, la vera arma per vincere la guerra contro lo spam è culturale e sociale al tempo stesso. Cominciando, ad esempio, a non cliccare su link di cui non conosciamo la provenienza. E partecipando in maniera più convinta ai filtri collaborativi offerti dalla maggior parte dei servizi del web 2.0 con le funzionalità “report spam” o “report abuse” con cui si può segnalare in un click la sorgente da cui partono le informazioni-spazzatura. E così evitare che infestino anche altri utenti.
VIDEO: L’anti-spam collettivo di Gmail


Come notificare lo spam su YouTube

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