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Alzheimer: studio italiano scopre una proteina che può fermare la malattia

In Italia i malati di Alzheimer sono circa 500 mila

L’Alzheimer, più comune forma di demenza tutt’oggi inguaribile, in Italia interessa 450 mila persone (6 milioni in Europa) ma la cifra è destinata a raddoppiare entro il 2050 a causa dell’atteso aumento del numero di anziani, che ne sono i più colpiti. La malattia è causata dall’accumulo nel cervello di un frammento proteico chiamato ‘beta-proteina’ che si aggrega generando depositi insolubili: le placche amiloidi. “La ricerca - spiega Fabrizio Tagliavini, direttore del Dipartimento di malattie Neurodegenerative dell’Istituto Besta - ha identificato una forma mutata di beta-proteina la quale ha un comportamento sorprendente: si lega alla beta-proteina normale e blocca la formazione di amiloide e di conseguenza lo sviluppo dell’Alzheimer”. “Questa proprietà - afferma Mario Salmona, direttore del Dipartimento di Biochimica Molecolare e Farmacologia Molecolare dell’Istituto Mario Negri - apre una nuova prospettiva terapeutica sia per le forme genetiche che per quelle sporadiche di Alzheimer, basata sull’uso di frammenti proteici contenenti questa mutazione”. I ricercatori del Besta e del Mario Negri stanno già lavorando allo sviluppo di queste molecole e alla valutazione della loro efficacia in modelli animali di Alzheimer. In particolare il gruppo di Salmona, dopo aver riprodotto in laboratorio la proteina mutata, sta mettendo a punto un C.Elegans (verme nematode) transgenico, che rappresenta un modello rapido per le prime verifiche. Ma poi sarà necessario sperimentare su un mammifero.

E a questo proposito il gruppo di Tagliavini, in collaborazione con una ricercatrice del Nathan Kline Institute di Orangeburg (New York) ha già ottenuto un topo transgenico. “I tempi sono lunghi, perché in questi modelli animali - precisa Tagliavini - le lesioni si sviluppano dopo molti mesi e occorre osservarli per oltre un anno prima di poterli utilizzare. Se tutto va bene, dovranno passare almeno cinque anni prima di poter avere un farmaco. Ma questo è già un inizio promettente per una malattia attualmente incurabile”. Fin qui la ricerca è stata finanziata dal Ministero della Salute e dalla Fondazione Cariplo. Per gli sviluppi futuri sono già stati interessati anche l’americano NIH (National Institutes for Health) e le autorità europee.

Stati Uniti, scoperto un nuovo enzima nella crescita tumorale

Un chirurgo in sala operatoria
Una speranza in più per la lotta contro i tumori giunge dal centro di ricerca medica dell’Università dell’Oklahoma, dove un gruppo di studiosi guidato da Patrick McKee, indagando sul meccanismo dei coaguli ematici ha individuato nel plasma un enzima denominato sFAP, che sembra svolgere un ruolo fondamentale nella crescita e nella progressione tumorale. Dopo averne analizzato le caratteristiche biochimiche, identificando inoltre il gene che ne controlla la funzione, i ricercatori hanno scoperto che l’enzima in questione è quasi identico a una proteina nota per indurre la crescita cellulare nei tessuti, compresa quella tumorale. La funzione principale della proteina, che nella sua forma originaria è indicata con l’acronimo inglese FAP (proteina di attivazione dei fibroblasti), è infatti quella di accelerare la crescita tissutale durante lo sviluppo fetale, il processo di risanamento di ferite gravi e, per l’appunto, la progressione di determinate forme tumorali, come quelle al seno, ai polmoni, al pancreas e al colon. Come spiega McKee, tutte le cellule cancerose crescono sulla base di qualcosa che faccia da impalcatura, alla quale appoggiarsi per la loro proliferazione e migrazione. Egli ritiene che sia proprio l’enzima appena scoperto a svolgere tale funzione, scavando uno spazio intorno al tumore e contribuendo a creare la struttura d’appoggio in questione.

La scoperta che una simile proteina esiste anche nel sangue, e non solo nei tessuti, se si trova il modo di inibirla apre la strada a terapie più efficaci che, in combinazione con quelle già esistenti, potrebbero rallentare o arrestare la crescita tumorale. Le ricerche in questa direzione saranno ora portate avanti dal gruppo guidato da McKee in collaborazione con altri oncologi dell’Università dell’Arkansas per le Scienze Mediche.

Aids: creata la molecola che aggredisce il virus alle spalle

(ANSA)
Ecco una nuova strategia di attacco all’Aids: colpire il virus Hiv alle spalle agendo non direttamente su di lui ma sui ‘macchinari cellulari’ della persona infettata ‘dirottati’ dal virus per replicarsi e diffondersi nell’organismo. Infatti esperti italiani hanno dimostrato, per ora su cellule in provetta, che si può bloccare l’infezione, colpendo una proteina umana chiamata DDX3, la quale suo malgrado, aiuta il virus a replicarsi.
La scoperta, pubblicata sul Journal of Medicinal Chemistry, è di ricercatori del Laboratorio di Virologia Molecolare diretto da Giovanni Maga presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia (Igm-Cnr), in collaborazione con il Laboratorio di Chimica Farmaceutica dell’Università di Siena, diretto da Maurizio Botta.
”Si tratta sicuramente di un approccio interessante e del tutto nuovo - ha commentato il lavoro Giovanni Rezza, responsabile del Dipartimento delle Malattie infettive parassitarie presso l’Istituto Superiore di Sanità - ma di certo, anche a giudicare dalla rivista su cui è pubblicato lo studio, si tratta di una ricerca di base con potenziali ricadute solo a lungo termine; bisogna dunque rimanere cauti sul valore applicativo di questa scoperta”.
Tutti i farmaci antiretrovirali oggi disponibili hanno come bersaglio d’azione un enzima del virus stesso. I ricercatori del Cnr hanno pensato a una strategia diversa di attacco al virus, non mirando direttamente su di lui, ma sulle proteine umane che di fatto il virus ‘dirotta’ per moltiplicarsi. Infatti, all’interno della cellula infettata, il virus Hiv prende il controllo di numerosi enzimi umani, distogliendoli dalle loro normali funzioni e obbligandoli a lavorare per lui. ”Uno di questi enzimi è la proteina cellulare DDX3 - ha spiegato Maga - il cui ruolo è facilitare il flusso di informazione genetica dentro la cellula. Il virus Hiv si inserisce in questo circuito e fa sì che DDX3 trasporti solo l’informazione genetica virale, al fine di massimizzare la produzione di proteine virali a scapito di quelle cellulari”.
Quindi DDX3 è un attore essenziale per la riproduzione del virus all’interno delle cellule umane. Con questo presupposto i ricercatori del Cnr hanno messo a punto una molecola che mette knock out DDX3 e hanno visto che, cosìfacendo, l’Hiv non è più capace di moltiplicarsi e l’infezione si blocca.
”Questi risultati dimostrano, per la prima volta che un farmaco diretto contro un enzima cellulare è in grado di bloccare l’infezione da Hiv”, ha detto Maga, finora la ricerca di nuovi bersagli d’azione di farmaci anti-Hiv si concentrava esclusivamente su molecole virali.
”Questo tipo di approccio - ha detto Rezza - è interessante perché, se fosse dimostrata in vivo su animali e poi sull’uomo la sua fattibilità, potremmo un giorno avere a disposizione farmaci del tutto nuovi e contro i quali il virus molto difficilmente potrebbe acquisire resistenze”.
Si potrebbe ipotizzare di attaccare il virus su due fronti, ha concluso Rezza, con una terapia multipla a base di farmaci classici, che colpiscono il virus direttamente, e di una nuova classe di farmaci che miri invece alle proteine umane che aiutano l’Hiv.

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