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Credits: Facebook
Nel caso non lo aveste già fatto, preparatevi: fra poco Facebook potrà utilizzarvi come testimonial per le pubblicità di prodotti e marchi, inserendo il vostro nome nelle notizie dei vostri amici senza che voi ne siate necessariamente al corrente. Come? Attraverso le tanto annunciate e vituperate Sponsored Story, in sostanza degli inserti pubblicitari che appariranno fra le tue notizie a seconda dei brand a cui i vostri contatti hanno concesso il loro “mi piace”.
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Campagne pubblicitarie sempre più puntate su immagini sexy o su allusioni più o meno esplicite a un rapporto sessuale? Se ne vedono parecchie sui giornali e in tv, segno che i guru del marketing pensano che siano un buon veicolo per vendere i loro prodotti. Ma a chi li stanno vendendo? A quanto sostiene in una ricerca appena pubblicata sul Journal of Consumer Research (qui una presentazione dei risultati in pdf) non è detto che le donne si lascino convincere da questo tipo di messaggi. O meglio sembra provato che, perché il messaggio sessuale funzioni in pubblicità anche su un’audience femminile, altri elementi ben precisi devono essere presenti.
Ricerche precedenti avevano dimostrato che le donne tendono a reagire in maniera negativa ai messaggi pubblicitari che usano il sesso come stimolo all’acquisto. “Le donne danno molto più valore degli uomini all’intimità e all’impegno che accompagnano un rapporto sessuale” spiegano gli autori della nuova ricerca, e per questo potrebbero accogliere meglio messaggi pubblicitari a sfondo sessuale se questi fossero più in sintonia con le loro aspettative e i loro desideri. Insomma, con il loro modo di vivere il sesso.
Fiori e cioccolatini? Non proprio, ma non siete lontani dalla verità. Nei loro esperimenti Darren Dahl, Jaideep Sengupta e Kathleen Vohs, i tre autori, hanno verificato che laddove, per esempio, una pubblicità di un orologio con un forte messaggio sessuale includeva un’allusione al fatto che quell’orologio fosse un regalo dell’uomo alla donna, e quindi poteva essere visto come una sorta di pegno d’amore, allora le donne tendevano ad apprezzarlo maggiormente, rispetto al messaggio sessuale privo di questo sottinteso. Le donne danno un giudizio molto più positivo ai messaggi con contenuto sessuale che ritraggono un uomo dedito e amorevole, rispetto a quelli in cui è la donna ad avere questi atteggiamenti. Se Sex & the City e tutte le sue imitazione hanno insegnato qualcosa, una delle lezioni potrebbe essere quella di cominciare ad aspettarsi qualcosa dall’altro sesso, invece di mettersi nell’ottica di dare, incondizionatamente: affetto, amore, dedizione.
E l’uomo? A quanto pare mostra una costante risposta positiva ai messaggi a sfondo sessuale, che con lui quindi sembrano funzionare a meraviglia, anche se i ricercatori hanno rilevato che proprio le pubblicità che le donne trovano più confacenti alle loro aspettative sono meno apprezzate dagli uomini, che per esempio preferiscono la versione in cui l’orologio non è presentato come un regalo da lui per lei.
La conclusione cui sono giunti i ricercatori è che il sesso vende agli uomini quasi incondizionatamente. Per le donne la risposta non è scontata, ma non è detto che simili messaggi risultino respingenti, l’importante è non dimenticare che per l’audience femminile il vero valore è dato dalla relazione.
Cattiva maestra televisione
Sempre meno mamma e sempre più matrigna. A raccontare gli effetti della televisione nelle case e soprattutto nelle vite delle persone ci pensano adesso alcuni ricercatori statunitensi che per vie ed esperienze diverse sono giunti alla medesima conclusione: la tv fa male e più di quanto si pensi. Discorso valido sia per i grandi che per i più piccoli, come racconta a Panorama.it Marina Krcmar, docente di Comunicazione alla Wake Forest University “io stessa da 13 anni non non ho più la televisione in casa. I risultati sono eccellenti così come lo sono stati per le centinaia di persone che ho intervistato”. Già perchè la Krcmar ha da poco pubblicato negli Stati Uniti Outside the box, un viaggio dentro le abitudini televisive di centinaia di americani, ex teledipendenti, oggi completamente disintossicati con una crescita della qualità di vita in alcuni casi addirittura del 100%. “Senza la violenza, il consumismo esagerato, le pubblicità martellanti del piccolo schermo le famiglie -prosegue la studiosa- hanno riscoperto il valore del dialogo e della serenità, che non è per niente scontato”. E che questa possa essere una buona direzione lo conferma anche la storia, stavolta personalissima, di un altro docente americano, Michael Waldman, professore di economia e management alla prestigiosa Cornell University. Con un figlio piccolo a cui era stato diagnosticata una condizione di autismo Waldman ha avuto un’intuizione, che forse solo un genitore può avere. Levargli completamente la televisione per vedere se in qualche modo potesse essere correlata al problema. I risultati in questo caso sono stati sorprendenti, il bambino ha recuperato una condizione di normalità e serenità. E il professore ha perfino pubblicato la sua ricerca con tutta l’accuratezza di un testo scientifico. Così, come nel caso dell’olio di Lorenzo, si è trasformato in un punto di riferimento nazionale sul tema. Tra gli elementi che giocano a favore della sua tesi la strana coincidenza in California e Pennsylvania tra aumento esponenziale delle diagnosi di autismo e l’esplosione della tv via cavo nonché un’analisi minuziosa di culture, come quella degli Amish, che non usano televisione e non hanno praticamente mai avuto alcun caso di autismo.

E’ il 2004 e un Bill Gates più ottimista del solito annuncia al World Economic Forum di Davos la morte dello spam: “Tra due anni sarà un problema risolto”. Mai profezia tecnologica fu meno azzeccata. Quattro anni dopo la spazzatura elettronica prolifera incontrastata in ogni angolo di Internet. Più che l’eccezione è ormai la regola con cui siamo costretti a convivere in tutte le nostre attività online. Basti pensare che 9 mail su 10 sono posta indesiderata. Pillole ormonali, diplomi di master, erbe miracolose, conti in banca bloccati: dietro a una fantasia così fervida si nasconde un vero business che alimenta un’economia sommersa sempre più florida. E’ per questo che a fronte di filtri sempre più intelligenti e mirati, gli spammer non fanno che rincarare la dose ed escogitare nuove trappole per aggirarli. In questa battaglia, un un ruolo da protagonista (in negativo) lo sta assumendo anche l’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Sophos, software-house specializzata in sicurezza informatica, nella sporca dozzina dei paesi con il maggior numero di messaggi indesiderati ha fatto il suo ingresso anche il nostro paese, da cui parte più del 3,5 per cento di tutte le informazioni-spazzatura. Certo, siamo ancora un bel po’ distanti da Stati Uniti (21 per cento) e Russia (8,3), ma è quanto mai importante tenere alta la guardia. Anche perché questi dati non vogliono assolutamente dire che in Italia si concentra un alto numero di spammer. Significano, piuttosto, che i nostri pc sono facile preda di attacchi: “Il balzo in avanti in classifica conferma che sono purtroppo ancora numerosissimi i computer italiani sprovvisti di protezione che consentono agli hacker di infiltrarvisi e di trasformarli in zombie da cui inviare spam e malware”, conferma Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia.
E’ per questo che, al di là degli opportuni (e sempre insufficienti) filtri anti-spam, la vera arma per vincere la guerra contro lo spam è culturale e sociale al tempo stesso. Cominciando, ad esempio, a non cliccare su link di cui non conosciamo la provenienza. E partecipando in maniera più convinta ai filtri collaborativi offerti dalla maggior parte dei servizi del web 2.0 con le funzionalità “report spam” o “report abuse” con cui si può segnalare in un click la sorgente da cui partono le informazioni-spazzatura. E così evitare che infestino anche altri utenti.
VIDEO: L’anti-spam collettivo di Gmail
Come notificare lo spam su YouTube

La pubblicità è l’anima del commercio. E anche di Internet. Non c’è web-company che ormai non sia attratta dalla possibilità di alimentare le proprie casse attraverso gli introiti pubblicitari. Lo sanno bene pure quelli di Microsoft, che proprio qualche giorno fa hanno sborsato la cifra record di 240 milioni di dollari pur di accaparrarsi qualche briciola di Facebook, il social network del momento. Una mega-operazione che, come scritto in precedenza, nasconde una strategia ben precisa per la conquista di un avamposto altamente strategico per la diffusione della pubblicità online.
E proprio in questi giorni il sito creato dal giovane Mark Zuckerberg ha aperto le porte agli operatori commerciali con un servizio - denominato Facebook Ads - che permette agli inserzionisti di mettere il proprio marchio in bella mostra in una delle vetrine più ambite del web. Per i grandi marchi (e alcuni di questi - come Sony, Cbs, Coca-Cola e Blockbuster - hanno già aderito all’iniziativa) non si tratta del consueto investimento in “cartellonistica digitale”, ma di un vero e proprio esperimento di pubblicità virale. Entrando in Facebook, infatti, gli inserzionisti potranno avere accesso a un network potenziale di 25 milioni di utenti giornalieri: il meccanismo promozionale annunciato dal sito prevede infatti che ogni utente possa condividere le proprie preferenze commerciali con tutti gli amici e i conoscenti inseriti nella propria Facebook list. Chi per esempio noleggia film attraverso il servizio online di Blockbuster.com informerà automaticamente i propri amici sulle proprie scelte cinematografiche, diventando una sorta di testimonial del marchio. Ma non solo. Oltre a questo tipo di sponsorizzazione, i brand potranno sviluppare campagne pubblicità mirate e, fatto ancor più importante, potranno accedere ai dati e alle statistiche sui milioni di utenti del sito. Potranno per esempio inserire vere e proprie homepage esterne all’interno del network o ritagliare campagne a misura di utente, filtrando le promozioni per sesso, età e gusti degli utenti.
Se per molti il nuovo meccanismo pubblicitario è destinato a rivoluzionare tutto il mondo dell’advertising on line c’è anche chi però solleva qualche perplessità sulla legittimità dell’operazione in materia di privacy. Il New York Times parla per esempio di scarsa sensibilità di Facebook nei confronti dei suoi utenti e sottolinea l’escamotage utilizzato dal nuovo sistema di advertising, che sfrutta in pratica i volti dei membri della community per mandare messaggi promozionali. In fondo, sottolinea il NYT, è più facile che lo sguardo di un utente venga colpito da un messaggio pubblicitario se a lanciarlo è il volto del suo migliore amico o quello della ragazza più carina del corso di chimica. Il caso sarebbe controverso anche sotto il profilo legale: secondo le norme previste da molti stati confederati (compresi quello di New York e la California) chi utilizza il nome, la fotografia, il ritratto o la voce di una persona per usi promozionali senza l’esplicito consenso scritto del diretto interessato va incontro a una violazione di legge e a una causa civile.
Facebook si difende affermando che il nuovo servizio si attiva solo se gli utenti scelgono di condividere le informazioni riguardanti le proprie scelte commerciali. Lo stesso Mark Zuckerberg ha fatto poi sapere che quella attuale non è la versione definitiva del servizio e che l’obiettivo è di estendere la scelta del servizio nel modo in cui gli utenti lo richiederanno. Basterà per fermare la (probabile) ondata di proteste di tutti i membri della comunità che non sono interessati a diventare loro malgrado i nuovi testimonial del web?
- Tags: alimenti, anoressia, bevande, bulimia, calorie, claim, concetrazione, diritto-comunitario, diuresi, etichette, grassi, obesità, pubblicità, salute, stress, Unione-Europea
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Dagli scaffali dei supermercati a partire da domenica primo luglio potrebbero sparire tutte le etichette degli alimenti che ci promettono meno calorie, più benessere, maggiore concentrazione, più fibre o meno zuccheri. O meglio: determinati slogan potranno essere utilizzati soltanto a determinati parametri scientifici. È quanto stabilisce una disposizione comunitaria, la numero 1924 del 2006, che comincia a dettar legge nei vari Paesi membri.
Il testo di legge punta da un lato a omogeneizzare la normativa dei vari Paesi sui cosiddetti “claim” (quegli slogan che servono ad attrarre i consumatori verso i prodotti alimentari) in modo da agevolare gli scambi; e dall’altro a tutelare la salute dei consumatori evitando che si diffondano messaggi pubblicitari fuorvianti, come ad esempio soluzioni per malattie come l’obesità , la bulimia e l’anoressia.
Tanto è vero che nell’allegato alla disposizione, i legislatori hanno già stilato un elenco di 25 “claim” (senza zuccheri, con poco sale, a ridotto contenuto di calorie, ricco di fibre ecc..) specificando quali dovranno essere i valori nutrizionali che l’alimento dovrà possedere affinché l’azienda possa utilizzarli. Ad esempio: da domenica prossima l’espressione “senza grassi” sarà consentita solo se l’alimento contiene non più di 0,5 grammi di grassi su 100; così anche il claim “senza calorie” andrà sulle etichette delle bevande solo se queste contengono meno di 4 kilocalorie in 100 millilitri. Per gli edulcoranti da tavola si applica il limite di 0,4 kilolacorie a dose (circa un cucchiaio di zucchero).
La lista proposta dalla Ue non è definitiva tanto che i legislatori hanno invitato ai Paesi membri a proporre indicazioni nutrizionali aggiuntive che poi dovranno essere approvate da un comitato di scienziati. Ma la direttiva non si ferma a dettar regole alle indicazioni nutrizionali. Sotto la mira del legislatore ci sono anche le indicazioni di salute (come ad esempio: riduce lo stress, aumenta la concentrazione, fa bene alla diuresi) che dovranno essere regolamentate entro il 2010. Entro quella stessa data si deciderà la sorte anche dei loghi a forte valenza suggestiva (Slimfast e Vitasnella, tanto per fare degli esempi), quelli che tramite una immagine o un nome suggeriscono il raggiungimento di uno stato di salute che non corrisponde alla realtà.
- Tags: Commissione-Europea, consumatori, dominick-frosch, farmaci, Johnson-&-Johnson, medicina, Novartis, pazienti, Pfizer, Procter-&-Gamble, pubblicità, The-Guardian, ucla
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Che ne direste di una tv creata dalle grandi case farmaceutiche con l’intento di fare pubblicità ai prodotti soggetti a prescrizione medica direttamente ai potenziali consumatori? In America questo tipo di pubblicità già esiste e anzi sta prendendo piede e sembra funzionare a livello commerciale, nel senso che i pazienti chiedono effettivamente più spesso al proprio medico i farmaci di cui hanno visto lo spot.
In Europa, invece, fatta eccezione per i farmaci da banco, non è possibile indirizzare messaggi pubblicitari direttamente ai consumatori. A quanto si legge sul giornale inglese The Guardian, però, quattro colossi del settore, Johnson & Johnson, Pfizer, Novartis e Procter & Gamble, starebbero portando avanti un’azione di lobby sulla Commissione europea per far revocare il divieto. Vogliono ottenere il permesso di proporre al pubblico del vecchio continente un canale tv interattivo tutto dedicato alla pubblicità di farmaci, il cui intento dichiarato è di fare educazione alla salute. Il punto è: ci si può fidare delle informazioni fornite dall’industria farmaceutica?
In America uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista Annals of Family Medicine prendeva in esame 38 spot di prodotti farmaceutici trasmessi nelle ore di massimo ascolto. Ne emergono alcuni dati interessanti: solo un quarto dei messaggi spendeva qualche parola sulle cause dei disturbi per i quali era indicata la medicina in vendita, mentre l’85% delle pubblicità enfatizzavano l’importanza di poter riprendere il controllo di un certo aspetto della propria vita grazie all’uso del farmaco in questione. Più in generale lo studio, guidato da Dominick Frosch, professore di Medicina interna all’Università della California di Los Angeles, evidenziava che molti messaggi potevano spingere a chiedere la prescrizione della medicina reclamizzata anche pazienti che in realtà non ne avevano bisogno.
La richiesta di permesso per il canale digitale dedicato ai farmaci sarebbe stata indirizzata, all’interno della Commissione, alla Direzione Generale Imprese e Industria e non a quella che si occupa di Salute e tutela dei consumatori. C’è da giurare che le associazioni che proteggono gli interessi di questi ultimi saranno pronte a dare battaglia.

È on line dal primo marzo. Conta già 1.500 visitatori e 10 mila pagine viste al giorno. Si chiama Zooppa ed è una piccola realtà italo-americana che vuole lanciare un nuovo modo di far pubblicità, il “social advertising”. Semplice, divertente e totalmente sul web. Come? A ogni brand da promuovere è abbinato un concorso: gli utenti devono realizzare e caricare sul sito di Zooppa idee, script o video (di un minuto) per pubblicizzarlo. Gli utenti stessi votano poi il filmato che ritengono migliore. Ai primi tre classificati premi in denaro. Neanche così irrisori: il vincitore del primo concorso sul marchio Havaianas, “Step cakes”, ha guadagnato 1500 dollari. “È una pubblicità partecipativa, non solo per videomaker talentuosi, ma anche per chi vuole semplicemente divertirsi” dice Davide Lombardi ideatore e co-founder di Zooppa, società che ha sede vicino Treviso ed è controllata da HFarm, miniholding per l’innovazione tecnologica fondata da Riccardo Donadon. “È un modo di fare advertising sul web più efficace dei banner pubblicitari: l’utente può divertirsi, e magari guadagnare qualcosa, in un ambiente che anche graficamente induce al gioco. Un web 2.0 all’italiana”. E come dimostra Big Zooppa, bizzarro personaggio che parla un americano alquanto maccheronico e promuove le competizioni attraverso video dimostrativi. Il contest ora aperto è sul navigatore Tom Tom. Questo il video:
Tomtom
Un’ironia che si deduce anche dal nome stesso dell’azienda, Zooppa, un neologismo che storpia il termine “zuppa” (soup) in americano. Perché Zooppa è una sorta di zuppa contenente tante cose, soprattutto ilarità (con sfumature diverse rispetto a iniziative simili come per esempio quelle di Shycast e Brickfish). E se un’azienda volesse usare i video per uno spot in tv? “Non è il nostro obiettivo ma se capitasse ci limiteremmo a mettere la società in questione in contatto con il nostro zoopper“, spiega Davide Lombardi. L’interesse per Zooppa è vivo, soprattutto in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Germania, Turchia e Brasile. Dell’iniziativa si discute anche nella blogosfera.
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