
Rifiuti a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli (Credit: Ansa)
Mentre Napoli ancora combatte con i suoi cumuli di immondizia che rappresentano ormai un serio rischio per la salute pubblica, l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale pubblica il Rapporto rifiuti 2011, dal quale emerge per l’Italia un andamento positivo.
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Sono appena tornata da Londra dove ero ospite di una coppia di professionisti. Vivono in una bella e piccola casa nello stupendo quartiere di Greenwich, circondati da una natura rigogliosa, a due passi da un enorme parco tenuto alla perfezione.
Manco a dirlo fanno la raccolta differenziata dei rifiuti. Pur nello spazio limitato della loro cucina, i due coraggiosi cittadini eco-responsabili hanno trovato posto per diversi cestini: quello per tutti i rifiuti organici, buoni per il compostaggio, quelli per vetro, plastica, alluminio e carta, quello per la spazzatura irrecuperabile.
Sembra piuttosto facile all’inizio, ma ben presto capisco che sto commettendo degli errori. La carta va nel cestino dei riciclabili, ma non quando è sporca (scottex usati). Il sacchetto nuovo con cui voglio sostituire quello pieno di bottiglie non è del colore giusto: se metto il vetro nel sacchetto del colore sbagliato non verrà riciclato. Insomma la raccolta differenziata fatta bene richiede non solo una discreta disponibilità di spazio ma anche una notevole disciplina.
Qui tutti sembrano attentissimi al problema dei rifiuti, eppure è in atto una campagna di sensibilizzazione dei londinesi che a quanto pare comprano sempre più roba usa e getta e quindi producono una quantità di rifiuti insostenibile: dovrebbero riciclare tre volte di più.
Tornata a casa comincio a chiedermi quanta della plastica e del vetro che separo dal resto della spazzatura approdi effettivamente a una nuova vita, dal momento che, anche a essere estremamente scrupolosi, basta dare un’occhiata alle campane in cui si rovesciano bottiglie e flaconi per capire che i miei concittadini spesso non lo sono affatto. Lo sapete che bisogna togliere il coperchio in latta dalle bottiglie di salsa per poter davvero riciclare il vetro? E che bisogna anche sciacquare le medesime bottiglie e non rovesciarle sporche di sugo nel cassonetto?
Okay, non siamo dei riciclatori perfetti, del resto non è che sul tema le informazioni abbondino: forse qualcuno dovrebbe spiegarci una volta per tutte come fare, magari con dei cartelli posti sopra alle campane, in modo che se uno si sbaglia una volta poi non si sbaglia più.
E se negli Stati Uniti c’è chi segue il percorso dei rifiuti con l’aiuto della tecnologia, in Germania la raccolta è ancor più mirata. Qui il vetro non viene genericamente scaricato nel bidone “Vetro”, bensì diviso in vetro verde, marrone e trasparente. Sono talmente avanti che possono permettersi di badare anche all’estetica.
Ma se da noi i rifiuti non riusciamo ancora a separarli efficacemente e mancano del tutto dati sul loro effettivo recupero e riuso, non potremmo almeno cominciare a ridurli? Forse incoraggerebbe a farlo un sistema di tassazione che non calcolasse l’importo da versare per la raccolta dei rifiuti basandosi sui metri quadrati dell’appartamento di residenza bensì su parametri un po’ più affidabili, come il numero degli abitanti. Se vivo da sola in una casa grande pagherò comunque molto: che interesse ho a produrre meno rifiuti?

I-phone, Supernova, Diamond touch. La corsa ad accaparrarsi l’ultimo modello di telefonino, quello con il maggior numero di funzioni coinvolge ormai sempre più italiani. Ma quando per vezzo o per necessità decidiamo di acquistare il multifunzionale apparecchio, cosa ne facciamo di quello vecchio, magari ancora in buone condizioni? Non sapendo in quale sezione della differenziata gettarlo, molti lo mettono in un cassetto o lo buttano via con la spazzatura generica. C’è però un’altra soluzione, che è decisamente più amica dell’ambiente: decidere di donare i telefonini usati per un progetto di recupero a scopo benefico. L’idea è venuta al Movimento ed azione dei gesuiti italiani per lo sviluppo (Magis). «Il progetto punta a trasformare i cellulari vecchi in finanziamenti per progetti di cooperazione e sviluppo in Ciad e Kenya», spiega la coordinatrice Sabrina Atturo.
Nata all’inizio dell’estate 2007, la campagna si chiama “Abbiamo tanti progetti appesi a un filo”. È la prima del suo genere in Italia e si ispira a progetti gemelli di altre ong internazionali come Amnesty International e Oxfam. In breve, chi vuole sbarazzarsi del vecchio cellulare può donarlo in uno dei 250 punti di raccolta sparsi in tutta Italia. I telefonini sono raccolti in scatoloni all’ingresso di farmacie, scuole, associazioni. «Fino ad oggi il bilancio è di 25.000 apparecchi e solo nel mese di aprile sono stati aperti 37 nuovi punti di raccolta. I primi sei mesi della campagna sono stati organizzativi, quindi il progetto è attivo a tutti gli effetti da dicembre. Saremo in grado di stilare un primo rapporto ufficiale entro la fine di del 2008», spiega Atturo. Una volta pieni (circa 150 telefonini a scatola), i contenitori vengono imballati e spediti oltremanica.

«Il Magis ha stipulato un accordo con la Corporate Mobile Recicling (Cmr), un’azienda con sede a Londra che si occupa dello smaltimento e della reimmisione nel mercato dell’usato di vecchi telefonini. In cambio, la Cmr paga un piccolo contributo per ogni apparecchio». Circa 5 euro che la onlus investirà in due progetti nel continente africano. In Ciad, l’associazione mira a costruire 100 cucine solari. Con un duplice obiettivo: promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternativa e ridurre la desertificazione incombente, alimentata dai roghi attizzati dai fuochi per cucinare. Parte del ricavato della campagna andrà poi in Kenya, a sostenere il Nyumbiani (che in lingua swahili significa “accogliente”), una struttura organizzata come casa famiglia che accoglie e aiuta i bambini sieropositivi.
Una volta giunto alla Cmr, l’apparecchio passa al vaglio di tecnici; se inutilizzabile, viene smontato e mandato al riciclaggio. «L’azienda certifica che i vari pezzi sono riciclati con procedure conformi alle norme europee», afferma Sabrina Atturo. Nel caso in cui invece il cellulare sia ancora funzionante, i tecnici ne riparano le falle e la Cmr lo immette nel mercato dell’usato. Un mercato che, come spiega Atturo, «si indirizza verso paesi in via di sviluppo, specialmente verso l’India. Ma che negli ultmi anni sta prendendo piede anche in Italia».
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