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rapporto

Quanto è verde il tuo cellulare? La classifica di Greenpeace sui big dell’elettronica

Persone con i cellulari

Vince Nokia che si merita un bel 7 e mezzo, seguita da Samsung che si becca un 7– e sul podio sale anche Sony Ericsson, con un 6 e mezzo di tutto rispetto. A dare le pagelle ai colossi dell’elettronica è Greenpeace, e i voti si basano non sulle prestazioni degli apparecchi prodotti dalle aziende considerate, e nemmeno sul loro fatturato, bensì sull’impatto che la produzione ha sull’ambiente. Il parametro che ha il peso maggiore è quello della composizione dei prodotti. Le aziende che hanno eliminato sostanze pericolose dalla produzione vengono premiate maggiormente nel punteggio, in base alla considerazione che così si produrranno anche meno rifiuti tossici e il riciclaggio dei materiali diviene più semplice.
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Un italiano su due è un analfabeta del web

Internet cafe

Siamo un Paese che non innova, e lo si capisce anche dal nostro rapporto con il web e con le tecnologie informatiche. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Assinform, il documento che fotografa ogni anno l’andamento dell’informatica e delle telecomunicazioni nel nostro Paese. Secondo l’ultimo rilevamento, l’Italia è il Paese che conta la percentuale più alta di analfabeti del web: ben il 56% dei nostri connazionali non usa Internet, contro una media europea del 40%. In compenso siamo il secondo Paese europeo in quanto a numero di utenti “smaliziati”; il 9% dei nostri compaesani ha un’ottima dimestichezza con il web (9%), ci batte solo la Francia con il 12%. Piuttosto scarsa è l’attenzione verso i servizi offerti dalla Rete: l’Internet banking è utilizzato solo dal 12% della popolazione contro il 25% della media europea, e l’e-commerce è ancora fermo al 2% del totale delle vendite al dettaglio, quando la media europea viaggia a quota 11%.

Decisamente poco brillanti anche gli investimenti in nuove tecnologie: se nel 1998 il nostro Paese spendeva l’1,5% del valore del Pil, a fronte di una media europea attestata al 2,3%, oggi siamo all’1,7%; in dieci anni, in pratica, l’Italia ha fatto registrare una crescita di soli due decimi di punto percentuale, contro una media europea di 5 decimi di punto, con picchi di 6 e 8 decimi (rispettivamente in Gran Bretagna e Francia).

Ma come si spiega questo andamento lento? Secondo Assinform c’è in primo luogo il progressivo invecchiamento demografico e un sistema formativo non all’altezza delle sfide tecnologiche, che mantengono oltre la metà della popolazione italiana lontana dalle facilitazioni e dai vantaggi dei servizi Internet. Il problema - sottolinea Ennio Lucarelli, presidente dell’Associazione di Confindustria - riguarda il processo di digitalizzazione del Paese che avanza in modo frammentario e discontinuo, privo di una politica economica capace di puntare sull’It in termini strategici come invece è avvenuto e avviene in altri paesi: “Se nell’ultimo decennio il sintomo più evidente della regressione italiana è stato l’aumento del divario di produttività con gli altri paesi europei, una delle cause strutturali, purtroppo ancora largamente sottovalutata, sta nel non aver investito per innovare l’Information Technology italiana al fine di rilanciare l’economia, come si è fatto invece in Europa a seguito del processo di Lisbona e in molti paesi nostri concorrenti. A fronte dei programmi quadro comunitari per lo sviluppo dell’innovazione tecnologica, in Italia dieci anni di spesa It ben al di sotto della media europea hanno reso la nostra economia rigida, limitandone le capacità di crescita e di reazione ai cambiamenti”.

Italiani insoddisfatti dal sesso: per il 52% rapporti poco eccitanti

Gli attori Julia Lemmertz e Alexandre Borges (marito e moglie nella vita) in una foto di scena del film
Addio mito del latin lover. L’amante focoso ha la bellezza algida degli austriaci e non ha più i modi e la passione dei mediterranei. Già, perché per il 52% degli italiani il sesso non è eccitante, manca di varietà e non è frequente quanto si vorrebbe.
Peggio di noi i francesi (sono i meno soddisfatti in Europa, col 36%), mentre i giapponesi si trovano all’ultimo posto nel mondo (10%). A denunciare il calo di soddisfazione dei nostri machi e la focosità dei vicini amanti austriaci è la Sexual Wellbeing Global Survey di Durex, condotta su più di 26mila persone di 26 diversi Paesi del mondo con l’obiettivo di definire il benessere sessuale.
Gli italiani dicono di cambiare partner solo la metà delle volte di quanto riveli un austriaco, e sono molto meno propensi di altri a sperimentare in tema di sessualità. Gli amanti più esperti sono proprio gli austriaci, con 29 partner per ciascun uomo (la media mondiale è 13) e 17 per ogni donna (media mondiale 7). I peggiori sono però i cinesi, con una media di 4 per gli uomini e 2 per le donne.
Secondo l’indagine, meno di sei persone su dieci nel mondo (58%) si trovano a proprio agio nel confidare al partner cosa vorrebbero fare a letto. I più sicuri sono i messicani (80%), mentre gli inglesi (49%) sono i più riservati d’Europa e i giapponesi (21%) i più timidi. In media, il 67% degli adulti ha almeno un rapporto alla settimana. I più attivi sono i greci (24%) che fanno sesso cinque volte alla settimana o più, rispetto al 10% nel mondo. Eppure, sebbene l’81% degli italiani abbia almeno un rapporto a settimana (con un 36% che lo fa almeno tre volte in sette giorni) questo non è sufficiente per il 59% degli intervistati, che vorrebbero una frequenza maggiore di rapporti.
Per quanto riguarda i “giochi” praticati dalle coppie per aumentare il desiderio, si scopre che in cima alla preferenze degli italiani c’è il sesso orale, apprezzato per tre quarti di noi (75%), mentre il 73% predilige le fantasie sessuali e due terzi (65%) utilizzano i massaggi sensuali.
Alla domanda su cosa potrebbe migliorare la propria vita sessuale, la maggioranza degli italiani ha detto che condurre vite meno stressanti (60%) e riuscire a trascorrere più tempo con il partner (44%) sono le due priorità.
Ma chi non utilizza ancora prodotti per migliorare la propria vita sessuale (di Viagra, sul mercato dal 1998, nell’ultimo anno sono stati venduti 172 milioni di pillole, 6,6 milioni solo in Italia) è disposto a sperimentarli: il 18% vorrebbe provare un gel che favorisca l’orgasmo, il 14% prenderebbe in considerazione afrodisiaci o feromoni e l’11% sarebbe interessato a uno spray per ritardare l’orgasmo maschile.

La cronicità in Italia: il diritto di non essere paziente

La parola “paziente” presuppone che si patisca la propria condizione di malattia ma anche, in fondo, “che si patisca il sistema sanitario”. Parola di Pietro Barbieri, presidente della Federazione Nazionale Superamento Handicap (Fish).
Quando la persona è un paziente smette di essere soggetto attivo per subire un trattamento di tipo paternalistico dal personale medico. Diventa dipendente da esso. Il mancato accesso alle informazioni che riguardano il proprio stato di salute e i servizi sanitari (e come utilizzarli) produce nel paziente disorientamento e può arrivare ad aumentare le sue complicanze.
Se questo è già vero per ogni tipo di malattia, nel caso di malattia cronica acquista un senso ancora più grave, come è stato sottolineato nel VII Rapporto sulle politiche della cronicità realizzato dal Coordinamento nazionale associazione malati cronici (Cnamc)-Cittadinanzattiva. La percentuale di cittadini affetti da cronicità in Italia è in aumento e oggi tocca il 36,6 per cento della popolazione (mentre nel 2001 ne colpiva il 35 per cento) e nel 9,9 per cento dei casi il malato cronico ha meno di 24 anni. Quello che peggiora notevolmente le cose sono i falsi miti che riguardano le malattie croniche: non è vero, ad esempio, che non si possono prevenire. Di queste si conosce la maggior parte delle cause ed eliminando i fattori di rischio si potrebbe evitare almeno l’80 per cento dei casi di cardiopatia e di ictus e prevenire il 40 per cento dei tumori. Costa troppo? Tutte scuse, secondo gli autori del Rapporto: ci sarebbero, infatti, molte possibilità di agire che presentano un ottimo rapporto costo-efficacia. D’altronde per legge il 5 per cento della spesa sanitaria deve essere destinata alla prevenzione, ma questo non avviene e il budget si contrae attestandosi su un 3,87 per cento di media nazionale (il Lazio tocca il livello più basso, con l’1, 83 per cento).
Ma uno dei pregiudizi peggiori sulla cronicità è quello che il malato sia una persona debole e incapace di gestire la propria patologia. Nella maggior parte dei casi, invece, proprio per la permanenza di questa, il paziente sviluppa tutta una serie di competenze ed è in grado non solo di autogestirsi ma anche di aiutare con la propria esperienza altri pazienti, migliorando la qualità dei servizi.
Tutto questo, però, comporta il passaggio da “paziente” a persona informata e risorsa. Il sistema sanitario è pronto per un rapporto adulto con il malato?

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